Il rahnerismo deforma il cristianesimo

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Pubblichiamo un'intervista rilasciata a Cooperatores Veritatis dal nostro autore padre Giovanni Cavalcoli sui rischi della teologia rahneriana per la Chiesa.

Rev. P. Giovanni, prima di tutto, la ringraziamo per averci concesso quest’intervista. Vorremmo cominciare parlando del pensiero teologico di Karl Rahner, di cui Lei è uno dei maggiori studiosi a livello mondiale. Può spiegare, per quanto sia possibile farlo in un’intervista, quale sia la “falla” più pericolosa e dannosa del pensiero del gesuita tedesco?


Rahner ha tentato di proporre un nuovo modo di vivere il cattolicesimo presentandolo come realizzazione delle indicazioni del Concilio Vaticano II. In realtà Rahner ha frainteso in senso modernistico gli impulsi del Concilio, Il quale ha bensì inteso di proporre il Vangelo al mondo moderno e di ammodernare il nostro vivere cattolico, ma assumendo dalla modernità solo il buono, ossia ciò che è compatibile col Vangelo. Invece Rahner ha fatto un lavoro alla rovescia: ha preso dal Vangelo solo ciò che è compatibile con la modernità. Il risultato disastroso anche se seducente è stato quello di assumere la modernità in blocco, acriticamente, quasi essa sia criterio assoluto di verità, dimenticando che la verità assoluta non è la modernità ma Cristo. Così il suo falso criterio lo ha condotto a tradire Cristo per cedere agli errori della modernità.

Il vescovo mons. Athanasius Schneider, recentemente, ha dichiarato che la crisi nella Chiesa è dovuta al fatto che la cosiddetta “pastorale post-conciliare”, ha abbandonato il cristocentrismo, per far posto all’antropocentrismo. Vi è forse una specie di “magistero parallelo” nascosto nella “nuova pastorale”?

L’espressione “magistero parallelo” fu coniata da Paolo VI per significare una corrente di teologi modernisti, i quali, invece di essere soggetti al Magistero ufficiale della Chiesa e al Papa, pretendevano di andare avanti per conto loro, non in obbedienza al Magistero, ma parallelamente ad esso, col risultato inevitabile che, trascurando di criteriare il loro lavoro sulla purezza della dottrina evangelica che solo Roma può assicurare, si sono lasciati sedurre dagli errori della modernità. Il lavoro del teologo è molto prezioso, ma solo in quanto si mantiene in comunione con la Chiesa e col Papa, disposto eventualmente a lasciarsi correggere dal Magistero, ove dovesse cadere in errore.

Il cardinal Bertone, quand’era ancora Segretario di Stato di S.S., disse che le eresie sono sempre le stesse, ma che ritornano con nomi e maschere diverse. Lei che ne pensa?

Le eresie assomigliano ai mali del corpo: siccome gli organi sono sempre gli stessi ed ogni organo va soggetto a un certo numero di guai, così le malattie sono sempre le stesse. Qualcosa del genere accade per le eresie, in quanto anche i vari aspetti della vita dello spirito sono sempre gli stessi in tutti. Tuttavia, come ogni tanto capita che si scopre una malattia nuova, così succede che sorga qualche nuova eresia, causata dal sorgere di un nuovo aspetto della vita dello spirito. Per esempio, oggi che si sa chiaramente che la Bibbia insegna la pari dignità dell’uomo e della donna, sarebbe eretico chi la negasse, mentre un tempo in cui in buona fede si credeva diversamente, non ci si rendeva conto di andare contro la fede. Ciò naturalmente non vuol dire che la fede sia cambiata, perché la Chiesa non ha mai dichiarato dottrina di fede la superiorità del maschio, ma si trattava di una semplice opinione umana comunemente diffusa.

Il pomo della discordia, negli ultimi 50 anni, è il Concilio Vaticano II. Per i modernisti è un super-dogma, per i tradizionalisti un super-conciliabolo. Per i cattolici senza aggettivi, il 21° concilio della Chiesa, che cosa significa?

In realtà i modernisti non credono nei dogmi, perché ne negano l’immutabilità. Certo per loro il Concilio non si tocca, ma solo in quanto essi avocano a loro stessi la sua interpretazione, respingendo quella fatta dal Magistero. Quindi, per essere più esatti, dovremmo dire che per loro, più che un “super-dogma”, è un idolo che essi peraltro manovrano come a loro pare e piace. Essi non permettono ad altri di fare qualche osservazione al Concilio, ma essi si permettono di fare quelle che riflettono il loro modernismo. Il Concilio fa orrore ai lefevriani, non ai sani tradizionalisti, come era per esempio il Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP. La differenza tra i primi e i secondi sta nel fatto che questi ultimi sanno congiungere la Tradizione con le novità dottrinali del Concilio, le quali, come ha detto Benedetto XVI, sono in continuità con la Tradizione. Il Concilio può avere qualcosa di criticabile nelle disposizioni pastorali, ma non in quelle dottrinali-dogmatiche, perché qui la Chiesa non sbaglia.

Recentemente, alcuni suoi confratelli americani, hanno pubblicato, nel mensile “Nova et Vetera”, un bellissimo studio in risposta al cosiddetto “teorema Kasper” sulla famiglia, presentato dal cardinale tedesco al concistoro dello scorso febbraio. Qual è il suo giudizio, come teologo dogmatico, su quella famosa relazione?

Confesso di non aver studiato con la sufficiente attenzione quel documento, per cui non mi sento di esprimere un giudizio sicuro. Conosco però la cristologia di Kasper, la quale purtroppo non tiene sufficientemente conto dell’immutabilità della verità di fede, fino al punto di sostenere che Dio nell’incarnarsi è “mutato”, il che è una vera e propria eresia. Inoltre è scettico nei confronti di alcuni miracoli di Cristo, come per esempio quello della moltiplicazione dei pani e dei porci indemoniati. Non è cosa saggia. Inoltre, nella sua lunga attività di direzione delle attività ecumeniche della Chiesa, è sempre stato troppo indulgente verso i protestanti, come se le loro eresie non avessero più corso e il Concilio di Trento si fosse sbagliato nel condannarle. Il che è assolutamente falso e ha provocato la cripto-conversione di molti cattolici al protestantesimo, anziché condurre a Roma i protestanti. Per cui non mi meraviglierei di trovare, come mi è stato segnalato da amici, questo relativismo storicista anche nel suddetto documento.

L’opinione pubblica mondiale ha molte aspettative sui due sinodi sulla famiglia voluti da papa Francesco. I cattolici, invece, cosa devono aspettarsi?

Devono aspettarsi una conferma degli essenziali ed immutabili valori cristiani della famiglia come unione stabile ed esclusiva tra un uomo e una donna finalizzata alla procreazione ed educazione della prole ed alla reciprocità nell’amore. Possiamo altresì attenderci alcune indicazioni pratico-pastorali su come affrontare e trattare situazioni anomale di vario genere (convivenze, coppie omosessuali, separati, divorziati risposati, ecc.) in conformità alle esigenze moderne della misericordia e della giustizia, nonché della dignità del sacramento del matrimonio e dell’Eucaristia.


Infine, ringraziandola ancora per l’intervista, Le chiediamo un commento ad una frase – ripetuta più volte – da Benedetto XVI nei giorni immediatamente successivi l’annuncio della rinuncia al ministero petrino: «Restituisco la Chiesa a Cristo».

R. – Secondo me, intendeva dire questo: “Cristo mi aveva donato la sua Chiesa per guidarla a suo nome. Poiché ho rinunciato a questo incarico, la restituisco a Colui che me la aveva data”.
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