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Quel “Diario della peste” parla di noi

 

di Aldo Maria Valli

In fuga, con i suoi figli, accusato di omicidio, abusi e altre nefandezze. Solo per aver pensato e scritto che il Nuovo Ordine Mondiale e il pensiero unico imposto dall’ideologia del politicamente corretto stanno imprigionando tutti, rendendoci schiavi della più feroce delle dittature: quella che si impone sotto forma di paternalismo, tanto che i prigionieri sono indotti a ringraziare e perfino ad amare i carcerieri.

Se nel 1999, quando fu scritto, Plague Journal poteva sembrare fortemente distopico, oggi fotografa una realtà sempre più evidente. E così la traduzione italiana del romanzo di Michael D. O’Brien, Il diario della peste, opportunamente proposta dalla casa editrice Fede & Cultura, più che una tragica profezia appare come una cronaca.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma noi non abbiamo, non ancora, aerei ed elicotteri della polizia che pattugliano i cieli alla ricerca del “diversamente pensante”. Sì, ma non so se ricordate, durante il primo lockdown da coronavirus, l’elicottero della Guardia di finanza che inseguiva (e il tutto in diretta televisiva) un uomo sorpreso a correre, in totale solitudine, sulla spiaggia deserta. Ecco, l’immagine di quel solitario cittadino, inseguito e messo sotto tiro dalle telecamere perché “reo” di essere uscito di casa per una corsetta, sotto molti aspetti si sovrappone a quella del protagonista del romanzo di O’Brien. La differenza è che nel romanzo i velivoli da ricognizione sparano, ma sappiamo che anche le pallottole mediatiche possono fare molto male.

Protagonista del diario di O’Brien è un giornalista canadese che attraverso il suo modesto giornale di provincia conduce la sua coraggiosa battaglia contro il pensiero unico, e per questo motivo diventa un reprobo, un pericoloso provocatore da screditare ed eliminare. La sua “colpa”? Molto semplice: credere nella famiglia tradizionale, dire no ad aborto ed eutanasia, sostenere che la verità esiste, che non è vero che l’unica verità è il relativismo, distinguere tra bene e male in senso oggettivo e rifiutare di dire che è bene ciò che oggettivamente male e viceversa.

Nathaniel Delaney, il giornalista controcorrente, in questa sua battaglia avrà come alleata una famiglia di poveri profughi vietnamiti, che gli daranno rifugio nella loro improbabile casa-imbarcazione sulle rive di un lago ghiacciato. Famiglia cattolica, come cattolico è Delaney. Il che prefigura quella Chiesa delle catacombe di cui ogni tanto parliamo, immaginando quale potrebbe essere il destino di noi tutti cattolici non intenzionati a cedere alla dittatura globalista.

Quando i macchinari del giornale, The Eco, vengono distrutti in un attentato, e contro il direttore parte la campagna denigratoria, a Nathaniel (che gli amici vietnamiti chiamano Natano) non resta che la fuga tra le nevi della sua regione. Con lui, i due figli Tyler e Zöe e un figlio adolescente che la famiglia Thu, con estrema generosità, mette a disposizione dei fuggitivi.

Il romanzo di O’Brien fornisce una serie infinita di spunti di riflessione su quanto stiamo vivendo oggi. Commovente la fede della povera e religiosissima famiglia vietnamita, decisivo il ruolo dei nonni, presenze benefiche che assicurano il legame con la tradizione. Duro e disperato il confronto tra Nathaniel e il padre, uomo che si è totalmente arreso all’ideologia dominante e non solo non riesce a vederne i pericoli ma ritiene che tale ideologia abbia dato vita al miglior mondo possibile.

Il Canada raccontato da O’Brien è un paese di anime morte, la cui identità interiore è stata sovvertita. “Laggiù ti uccidono, ma qui ti uccidono il cuore. Siete già morti, siete un popolo morto” dice un profugo dall’ex Unione Sovietica. Parole che descrivono non solo la realtà immaginaria disegnata nel libro ma, ormai, anche la nostra realtà. E il fatto che siamo morti come si può verificare? Dall’assenza, dice O’Brien attraverso Nathaniel, di quattro elementi: arte, letteratura, preghiera e amore.

Non è un caso che l’aiuto, per i fuggitivi, oltre che dalla famiglia di cattolici vietnamiti arriverà da un nonno di sangue indiano e da un misterioso prete cattolico che ancora si veste da prete. Recidere le radici è ciò che la dittatura vuole fare perché soltanto così può imporre la propria realtà ideologica e sostituirla alla realtà effettuale, soltanto così può chiamare bene ciò che è male e male ciò che è bene.

Resi sordi e ciechi da una propaganda incessante spacciata come libera informazione, gli abitanti di questo Canada ricco ma privo di anima sono istruiti, perfino colti, ma sono stati spogliati della loro umanità. E chi osa dirlo è messo alla gogna, perché la dittatura soffice, che fa della tolleranza la sua bandiera, non può tollerare chi, con l’innocenza del bambino proclama apertis verbis che il re è nudo e anche cattivo.

Mentre si legge il romanzo viene in mente La democrazia in America di Tocqueville, con la descrizione di un apparato statale che tiene i cittadini in una condizione di perenne infanzia, così da evitare loro la fatica di pensare. Viene in mente anche il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, specie là dove il pensatore francese scrive: “È il popolo che si assoggetta, che si taglia la gola e potendo scegliere fra l’essere servo e l’essere libero, lascia la libertà e prende il giogo; che acconsente al suo male, o piuttosto lo persegue”. E non si può non pensare a Brave New World di Aldous Huxley, quel Mondo nuovo nel quale lo Stato totalitario non ha bisogno della forza dei manganelli, perché ha formato una popolazione di schiavi che amano la loro schiavitù.

Papà premuroso e amorevole, Nathaniel (che è stato lasciato dalla moglie, donna incapace di aprire gli occhi e di sopportare il peso di una vita da non allineati, perché “totalmente imbevuta di ogni percezione distorta che il nostro secolo sia stato in grado di produrre”) racconta ai suoi bambini fiabe sui draghi, spiegando che i draghi sono il male e non bisogna credere a chi dice che, in nome dell’inclusività, anche i draghi hanno i loro diritti. Il male esiste. Il male va riconosciuto e combattuto con coraggio. Perché esiste la verità.

Non diremo come finisce il romanzo. Diremo solo che Nathaniel, durante la fuga, porta nello zaino la croce celtica appartenuta al nonno di origini irlandesi. E chiudiamo con le parole che il misterioso prete cattolico rivolge al fuggitivo: “Non aver paura. Non sarai solo”.

Aldo Maria Valli, Dunc in altum 27 febbraio 2021

La scelta della luce

Non di rado, nel mondo moderno, ci sentiamo perdenti. Ma l'avventura della speranza ci porta oltre. Un giorno ho trovato scritto su un calendario queste parole: «il mondo è di chi lo ama e sa meglio dargliene la prova». Quanto sono vere queste parole! Nel cuore di ogni persona c'è un'infinita sete d'amore e noi, con quell'amore che Dio ha effuso nei nostri cuori, possiamo saziarla. Card. François Xavier Nguyen van Thuân.


di Marco Massignan

Giulia Fornasier è l'autrice di «Accetto la sfida. Fatti e misfatti di una donna in trincea tra fede, speranza e ostetricia» (Fede & Cultura, 2020), un libro di agevole lettura: agevole ma non banale. Sono pagine scritte in modo frizzante ed ironico dove si ride e si sorride, ci si commuove e si riflette, dove viene spontaneo simpatizzare con Rebecca Rossetti, seguirne con partecipazione le tappe di una vita (di trentenne) presa di petto fin da subito, fatta più di lacrime che di gioie, più di ostacoli che di discese, vissuta in ogni momento a pieni polmoni.
Vi piacerà Rebecca, giovane donna tenace, dolcemente rompiscatole, sensibile, orgogliosa, perennemente in battaglia: una donna che si sfoga e batte i pugni, che non le manda a dire, ma non si chiude nella lamentela fine a se stesse e nel risentimento, in un vicolo sterile. No, la nostra protagonista è feconda nel suo percorso di crescita umana e cristiana. Perché? Il motivo è semplice e profondo: perché ha accettato la sfida. Non una, ma molteplici sfide.
Ha accettato la sfida della vita, vale a dire dell'obbedienza al reale. Che è, primariamente, un atto di adorazione e gratitudine. Scrive: «ma la vita è bella. La mia è sicuramente complicata per la quantità di intoppi, ma non posso non ricordare come essa mi abbia fatto tanti regali nel tempo e ogni singolo giorno di vita che mi viene concesso è un regalo troppo immenso per perdere tempo lamentandomi degli ostacoli che incontro con la rabbia di un toro dagli occhi rossi» (p. 46).
Ha accettato la sfida del lavoro. I problemi nella ricerca di un lavoro nel nostro Paese sono sotto gli occhi di tutti, ma Rebecca non accetta compromessi o soluzioni di comodo. Come scrive Raffaella Frullone nella prefazione, «Rebecca se la gioca, a volte cadendo, a volte inciampando, altre volte ribellandosi, e poi ancora tirando fuori un coraggio che neanche Leonardo di Caprio in The Revenant» (p. 9). Sceglie l'ostetricia, ed è una vocazione. Scrive: «la convinzione di assistere a un miracolo... un momento prima c'è una possibilità di vita; l'istante dopo la vita si schiude in un pianto liberatorio di vento nuovo dentro nuovi polmoni. E' la fine e l'inizio. All'improvviso c'è uno sconvolgimento di ruoli. Due ragazzi impauriti e sopraffatti dalla gioia sono diventati genitori. Lì infagottato c'è un cosino rosa... ed è venuto al mondo grazie anche al tuo contributo» (p. 76). Born to be a midwife.
Ha accettato la sfida dell'amore vero mettendo al primo posto Dio. Si tratta di uno sguardo sull'amore (e sulla vocazione al matrimonio cristiano) realmente controcorrente rispetto al conformismo vigente. Il falso amore romantico (cattura-possesso-dominio) impedisce di vedere l'altro alla luce della Carità di Dio, d'incontrarlo veramente e di divenire “una carne sola”. E Rebecca, dopo una serie di sfaceli sentimentali, è consapevole che «se manca Dio, il rischio è di sentire prima o poi il deserto nel cuore... Mettere Dio in cima alla piramide e fare che in modo che i nostri “se” diventino “sì”, qualunque cosa succeda, questo rende felici. Perché se dici “sì” accogli l'Amore, e se l'Amore regna in te, torni a splendere di contagiosa felicità» (pp. 185-186).
Leggendo queste pagine si può vedere come la mano invisibile ma reale della Provvidenza agisce nella vita di ciascuno (spesso come medicina amara ma salutare), e come ci mette di fronte a un bivio: quello di accettare la sfida di... accogliere o meno la Grazia, di rendersi suo docile strumento per fare il bene, e di colorare le nostre esistenze sub specie aeternitatis, assecondando il progetto divino su di noi, mettendo a frutto i talenti ricevuti in dono. Rebecca ha accettato la sfida e la sta combattendo alla grande.

Antichrista, di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb è una felice scrittrice di racconti lunghi o romanzi brevi  che narrano la vita, le nevrosi, le perversioni, le gioie insoddisfatte di giovani donne che forse sono sempre il suo alter-ego. Questo romanzo racconta la terribile disillusione subìta da una sedicenne introversa e senza amici, figlia unica, che crede di aver trovato finalmente un'amica, la frizzante, seduttrice e fascinosa Christa, l'idolo della scuola. L'illusione è subito spezzata dal vero volto di quella che più che Christa si rivela un'Antichrista. Sorrisi davanti agli altri ma poi, a tu per tu, un diavolo di egoismo, malvagità, dispetti, cattiverie bugie gratuite che alimentano la sua fame insaziabile di fare del male, di umiliare, di far sentire inferiore l'amica. L'autrice stupisce sempre per l'arguzia delle analisi psicologiche del mostro e della sua vittima. La vittoria del male sull'onestà e sulla cultura è il dramma che pervade tutto il romanzo, unito al tradimento dei genitori soggiogati dalla malia dell'Antichrista Quando però il male si manifesta esso resta vittorioso anche se scoperto. Il male è interiorizzato, ha portato nel cuore di tutti, in primis in quello dell'autrice/narratrice, il suo seme di morte, di insoddisfazione, di putrefazione.
Un libro che non dà speranza e neanche gioia, ma solo il piacere masochistico di assaporare le proprie ragioni e la propria sconfitta e schiavitù.

Un capolavoro giallo e letterario

di Emilio Biagini
Vi sono libri che sono capolavori del giallo ed altri, molto pochi, che sono capolavori di narrativa. Pochissimi e preziosi sono quelli che riescono ad essere ad un tempo gialli capolavoro e capolavori letterari.
Immortale Odium è uno di questi. Si tratta di un grande giallo storico, scritto con eccezionale maestria, animato da una trama ingegnosa, perfettamente logica e coerente, e vivacizzato da una viva e ben congegnata suspense, non senza risvolti psicologici di profonda umanità.
Eccezionale il personaggio di monsignor Pascale, che campeggia in maniera splendida, nelle sue illuminazioni dallo Spirito Santo, nella magnifica lotta contro i demoni durante l’esorcismo, e nella scena conclusiva, nella quale gela il sangue del satanico vegliardo Nubius il quale, gongolando oscenamente, accarezzava il sogno della rivoluzione globale, della distruzione della Chiesa, dell’abbattimento dell’Austria cattolica, ultimo residuo del Sacro Romano Impero profondamente odiato dai tizzoni d’inferno.
Indimenticabili, nei loro contrastanti aspetti, i personaggi: come l’energico Don Alicante, pronto a fare a pugni perché un massone moribondo possa ricevere gli ultimi conforti religiosi, e il titubante Don Nicola, che via via cresce di statura, riuscendo a diventare a sua volta un vero combattente contro il male.
A queste due magistrali contrapposizioni di personaggi se ne aggiunge una terza, quella del commissario Ribaudo e della misteriosa giovane francese Claire de Givaudan-Lapine. Ribaudo è un ruvido poliziotto con un vivo senso del dovere, massone ma solo a uno dei gradini più bassi e quindi non a giorno del vero orrendo volto della massoneria, che appare soltanto a chi ha percorso l’intero cammino “iniziatico”. Claire, inizialmente presentata col falso nome di Louise e come sorella del volgare criminale Jacques, del quale è invece la non amata moglie, si rivela onesta, intelligente, forte, coraggiosa; infatti, con grave rischio per sé, salva da sicura morte lo stesso Ribaudo e i due preti. Il commissario Ribaudo, che non ha mai trovato una donna capace di accendergli il cuore, prende fuoco per la bella Claire, ma la perde subito dopo, perché viene assassinata dall’indegno marito, e sente che non troverà mai più una donna capace di starle a pari.
Notevole è pure l’indovinatissima contrapposizione tra i due erculei vetturali. L’intero gioco di contrapposizioni fra i personaggi rivela una felice maestrìa ideativa, propria di un grande scrittore, e c’è da scommettere che non sia stata freddamente ideata a tavolino ma che scaturisca piuttosto da una profonda conoscenza dell’animo umano e da una geniale intuizione creativa.
I dialoghi sono eccezionalmente vividi e realistici, come pure l’intero svolgersi del romanzo, che cattura perfettamente l’atmosfera dell’Italia a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Tutto ciò rende l’intera opera scorrevole e di lettura quanto mai piacevole ed istruttiva, dato che è pure un validissimo documento storico: assai meglio di tanti manuali e saggi essa guida ad un’autentica conoscenza della storia, mostrando in quali mani criminali fosse caduta l’Italia con il cosiddetto “risorgimento”, divenendo preda della massoneria e del denaro inglese. Chiarissimo appare il calvario inflitto dai rozzi conquistatori sabaudi al Mezzogiorno e allo Stato della Chiesa. Al tempo stesso, però, la Chiesa, cristianamente aliena dalla vendetta, lasciata all’Onnipotente, va maturando perdono e riconciliazione, che porteranno, quando i tempi saranno maturi, al Concordato. Inutile infatti covare risentimenti e voglie di rivalsa che porterebbero soltanto nuovo spargimento di sangue. Di qui il messaggio che scaturisce dal romanzo, un’opera che non solo attrae ed affascina, ma fa pure pensare.
Immortale Odium non è quindi solo un bel libro ma anche, come rilevato all’inizio, un autentico capolavoro, che merita senza dubbio di diventare un classico e potrebbe fornire lo spunto per un film di grande richiamo.

Il viaggiatore

Il viaggiatore, di Ulrich Alexander Boschwitz
di Giovanni Zenone
Il romanzo angosciante delle fuga precipitosa da casa di un ricco commerciante ebreo sposato con un’ariana, che vede violata e profanata la sua casa da una squadraccia di camicie brune la sera prima della "notte dei cristalli". È l’inizio della fine delle sue certezze. L’unità familiare, la solidarietà (anche fra ebrei stessi) coi parenti ariani che lui in passato aveva beneficato, il rispetto per gli accordi commerciali, professionali, umani di amicizia vengono devastati dal nuovo stato di cose si va stringendo via via la macchina statale al collo degli ebrei. La sensazione di essere diverso, di essere fuori posto, di rischiare non solo i beni ma anche la vita, cresce di continuo nel corso dei viaggi incessanti in treno, ultimo rifugio sul quale darsi un contegno da rispettabile cittadino.
I soci, gli amici e i familiari tradiscono, è la nuova situazione sociale che fa sembrare ovvio il tradimento, una necessità indiscutibile. Se un ebreo viene maltrattato, derubato, ricattato, se gli si fa pagare una cifra stratosferica un servizio da nulla… è colpa sua, perché è ebreo, e non può pretendere che le normali leggi della civiltà, dell’umanità, dello stato di diritto possano ancora valere per lui. Un passo per volta Otto Silbermann perde le sue certezze, i suoi averi.
È disposto a sacrificare quasi tutto per avere prima la libertà, poi la vita, poi nemmeno quella. Si aggrappa con la furia della ragione conculcata dalla violenza dello Stato, dalla complicità di ogni cittadino, (che si trasforma da coniglio in leone di fronte a un ebreo) alle leggi dello stato. Ma lo Stato, nella persona dei suoi funzionari, zelanti cretini al servizio dell’ideologia diabolica e inumana, lo sbeffeggia. Che pretese può avere un ebreo? Che pretese può avere chi viene considerato dallo stato e dalla nuova cultura un non-più-cittadino, un nemico della purezza culturale, sociale e razziale?
Non ha diritti, non deve offendere i super-uomini accampando diritti che gli sono stati negati, non dalla legge ma dal consenso sociale e culturale.
Un romanzo che descrive con accenti drammatici il terrore, lo stupore, l’angoscia di chi ha vissuto questo dramma prima e durante la seconda guerra mondiale
Un monito per le nuove generazioni contro per le nuove dittature del pensiero unico che stanno facendo lo stesso, Non più contro una razza o una religione (fatta eccezione per quella cattolica che ora è degna di essere perseguitata e mai difesa, alla stessa stregua che gli ebrei sotto il regime nazional-socialista), ma contro chi ancora conserva il buon senso di chiamare le cose col loro nome, di osare affermare che il bene è bene e il male è male, che le foglie sono verdi in primavera.


L'araldo dello sterminio

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L'araldo dello sterminio, di Michael Shaara, è un Urania uscito in Italia nel 1983. È la storia del dilemma morale di un uomo che è fra i due per mille che sopravvive a radiazioni deliberatamente emesse che sterminano un'intera cittadina americana. Costui è inviato dal governo a spegnere la fonte delle radiazioni, ma scopre che vivere in 30 persone dove prima si era in settantamila non è male. Lo stato, con tutto quello che esso comporta sulla libertà e autonomia dele persone, non esiste. I motivi di conflitto non esistono. Il mondo rimandando in pochissimi si direbbe che sia davvero migliore. Che fare? Bloccare le radiazioni e salvare il mondo o farle andare su tutta la terra e cominciare un nuovo mondo migliore, sia pure al prezzo della morte di miliardi di persone geneticamente difettose?
Il fascino malthusiano, ecologista e ambientalista di un mondo in cui si resta in pochi e senza strutture sociali, in primis lo stato, poi le tasse, la polizia, l'esercito, il traffico e la fatica di vivere con gli altri sono scomparsi e si sta così bene, è davvero seducente. La sua lettura nel pieno dell'emergenza del coronavirus me lo ha reso ancora più saporito. Sennonché non è certo che proprio io e i miei cari staremo dalla parte dei sopravvissuti e la massa di parassiti indegni di vivere siano gli altri. Un romanzo semplice ma ben costruito al fine di suscitare il fascino per un'utopia seducente e malvagia. Un'ottima riflessione sul rapporto fra sé e gli altri portata alle sue estreme conseguenze.

Il vecchio Holden e il mistero della malattia mentale

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di Stefano Parenti
Decine di scrittori hanno tentato di svelare il mistero della malattia mentale, senza (quasi) mai raggiungere un risultato soddisfacente. Ma John Bottle, ne Il giovane blogger (Fede & Cultura), compie l’impresa di narrare l’esperienza della degenza in una struttura terapeutica riuscendo laddove molti hanno fallito: discopre il cuore del disturbo psichico, che descrive con mirabile lucidità. Perché lo fa lasciando inalterato il mistero e legandolo al rapporto con Dio.

La malattia mentale ha sempre esercitato un certo fascino. Decine di scrittori hanno tentato di svelarne i misteri, senza (quasi) mai raggiungere un risultato soddisfacente, in particolar modo gli specialisti. Consapevoli dei limiti (e degli errori) di questi ultimi, talvolta gli stessi pazienti si sono cimentati nell’impresa.

John Bottle, “pseudonimo di un noto caso clinico”, è uno di questi e ne rappresenta un esemplare particolare. Innanzitutto perché il suo Il giovane blogger (Fede & Cultura, 2019, 14 €) compie l’impresa di narrare l’esperienza della degenza in una struttura terapeutica – il “nido nascosto” – in poco meno di ottanta pagine. Poi perché riesce laddove molti hanno fallito: discopre il cuore del disturbo psichico, che descrive con mirabile lucidità. Infine perché lo fa lasciando inalterato il mistero. E come è possibile “rivelare l’assassino” senza togliere l’arcano che avvolge lo svolgersi della trama? Semplice (e geniale): facendo ciò che ogni buon ipnotista impara sin da piccolo, ovvero moltiplicando gli elementi salienti. In modo tale che la sua “claudicante e goffa” storia “nessuno potrà mai tradurre così da poterla ridire”. Noi tenteremo di contraddire l’autore. Ma procediamo con ordine.

Il primo dei racconti che compongono il libretto - il più significativo dei quattro - si apre in forma interattiva: il protagonista scrive un diario al suo terapeuta. Si fa chiamare “il vecchio Holden” poiché sta tentando di redigere un seguito al celebre romanzo di Salinger, immaginandosi l’evoluzione di quel personaggio. Mentre “il giovane Holden fu concepito come un adolescente alienato a causa di un vuoto di valori che Salinger profeticamente denunciava nella società americana del tempo” egli riconosce di far parte di una schiera di adulti del terzo millennio in cui “l’alienazione e la malattia psichica sono anche una conseguenza della percezione errata del nostro posto nel mondo e del nostro rifiuto di mantenere un contatto vivo con Dio”. In altre parole: la diagnosi del paziente individua la causa del malessere (e la via di guarigione) nel rapporto con Dio. Salute mentale e religione, che notoriamente fanno a pugni dai tempi di Freud, vengono così mirabilmente collegate. “Fortino della follia” di un uomo “in cura con Rivotril”? Può essere. Ad ognuno la sua interpretazione. Certamente, il cattolico incline a tali tematiche avrà colto un’eco dell’opera di Rudolf Allers.

Per quanto mi riguarda i passaggi che descrivono la “depressione tripolare” - come la chiama il vecchio Holden – sono così didascalici da imporsi come evidenza. Vediamoli brevemente. Il giovane blogger si racconta come un uomo impegnato da sempre in un “vano, inutile, sterile, inane sforzo di assomigliare agli altri, ai cosiddetti altri!”. “In prima media era un introverso ben educato e dalla bella calligrafia”; “un damerino inglese di vittoriana memoria”: sensibile, morbido e intellettuale. I rapporti coi compagni erano tutt’altro che virtuosi: “Holden arrossiva e arrossiva”.

E il padre? Che tipo di esempio forniva? “Mio babbo è quasi sempre triste”; “Mio babbo non mi parla mai”. Non c’è da stupirsi, dunque, se divenuto grande: “il maturo Holden non combinò nulla di buono”; “disegnò una parentesi all’interno di se stesso, una parentesi-grotta, e in essa prese dimora”. Assunto come dipendente in un magazzino e diventato orgogliosamente “il carrellista errante”, fu sufficiente l’incontro con un collega forte ed altruista, “il Fosco”, generoso e sincero (tremendamente sincero, in grado di svelare con pochi sguardi la fragilità di Holden) per metterlo in crisi, tanto da “incarnare il Maligno – il nemico per eccellenza – agli occhi del carrellista errante”.

Come lui stesso racconta, il perché è facile da intuire: “Fosco potrebbe rappresentare l’alter ego di Holden, o meglio: ciò che Holden, inconsapevolmente, avrebbe voluto essere” (p. 33). Dopo aver tentato d’investirlo “per sbaglio”, il giovane blogger subì un trattamento sanitario obbligatorio. Da allora sono passati dieci anni, ma la “depressione tripolare” non è migliorata: “‘Il filo che unisce tutti i destini’, e con esso la continuità della vita, si è spezzato per sempre, almeno per me”. Eccolo dunque ritornare spontaneamente al “nido nascosto”.

Qual è il senso di tutta questa vicenda? Senza dubbio “far diventare problema la psichiatria stessa”: “dal giovane Holden in poi il ‘mercato del malessere’ con psicoterapie di ogni tipo accomunate tutte da microscopici errori in prospettiva antropologica è cresciuto a ritmi esponenziali”. Tanto da ritenere non così irrealistico che “sia urgente riaprire i veri manicomi chiudendo quelli finti, per esempio i manicomi mascherati da lussuosi convegni psichiatrici sponsorizzati da case farmaceutiche”. Quale la via di uscita?

Nel romanzo trova spazio anche una proposta, che vale tanto per il mondo liberale e disumano, ben abbozzato negli ultimi racconti (“il mondo è un produttificio!”) quanto per la psichiatria. È la riscoperta della nostra tradizione ed in particolare della proposta cristiana che è in grado di dare senso alla vita. Per ovviare all’enorme “emergenza educativa” divenuta ormai cultura mondiale, che come effetto produce malessere e alienazione, è necessario “proporre adeguatamente il passato”.

“Senza questa proposta del passato – diceva don Giussani citato in fondo al libro – della conoscenza del passato, il giovane cresce cervellotico o scettico”. C’è bisogno di una fede vissuta e concreta, incarnata, che passi attraverso la testimonianza dei genitori e degli amici, della cultura e dei giornali. È un appello che l’autore, in uno dei racconti, lancia una domenica dal microfono dell’Esselunga: “Razza di idioti, nemmeno vipere, oggi è il giorno del Signore: non vi sono sei giorni per fare la spesa? Il settimo non vi riposate, non pregate, non leggete, non contemplate? Neanche io, da cinque notti, ma io non so sorprendere e ascolto Dio-in-me, mentre voi siete sordi e vi auto-sorprendete con delle stupide uova di cioccolato di una Pasqua che ignorate! Dalla prossima settimana l’Esselunga rimarrà chiusa la domenica e le feste comandate: convertitevi o andate alla Coop”.

Quadrilogia

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di Simone Giudici
La quadrilogia dei Bianchi, i realisti, e dei Blu, i rivoluzionari giacobini, è in linea con lo stile di Dumas, una commistione di storia e invenzione, e in questo caso la vicenda è ambientata tra la Rivoluzione francese e il periodo di ascesa di Napoleone. I romanzi, qui raccolti, si snodano intorno alla guerra franco-prussiana e al periodo del Terrore del 1793, dove la ghigliottina mieteva vittime senza tregua; fino al dissenso interno e all’assalto alla Convenzione nazionale nel 1795, per arrivare ai tentativi di colpo di Stato e alla campagna d’Egitto, dove un giovane ufficiale non ancora noto, Napoleone, si stava facendo largo tra alleanze e complotti.
Se pur distante dall’inserire giudizi espliciti sugli eventi, è evidente un’empatia con “gli ultimi”, quei soldati semplici e coraggiosi, quei popolani trascinati dalla voglia di cambiare, ma altrettanto evidente è la condanna, nelle meticolose descrizioni, verso la pura violenza della massa, verso la bassezza di chi condannava a morte senza bat- ter ciglio e soprattutto contro quella classe dirigente nuova che, sostituendo la vecchia dell’Ancien Régime, si stava consolidando come quella appena combattuta.
Per capire quei tumultuosi anni lasciamoci trasportare da un Dumas che voleva fare della Storia una storia sempre attuale.
I Bianchi e il Blu, Alexandre Dumas, pp. 720

Simone Giudici, Megliounlibro n. 88/2019 p. 18

Spiritismo, fantasmi e magia: il lato “occulto” di mons. Robert Hugh Benson

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di Luca Fumagalli
Nella vasta bibliografia di Robert Hugh Benson (1871-1914), autore del celebre Il Padrone del mondo, vi è un romanzo, I necromanti, interamente dedicato al tema dello spiritismo. Il libro, la cui prima edizione risale al 1909, narra del conflitto tra due mondi inconciliabili, quello della Fede e della magia, che, cortocircuitando, generano i mostri di un racconto gotico che non è paragonabile a nessun’altra opera del monsignore inglese.


Il tema della narrazione era stato anticipato da Spiritualism, un articolo pubblicato da Benson sulle colonne del «Dublin Review». Affrontando la questione del soprannaturale secondo il punto di vista cattolico, l’autore – che considerava lo spiritismo «un pericolo grande e mortale» – si dichiarava certo dell’esistenza degli spiriti, capaci di mostrarsi e di offrire un’interazione vera e immediata con i vivi. La Chiesa non nega in via teorica la possibilità di mettersi in contatto con i defunti attraverso pratiche magiche. Il vero problema non sono gli inganni dai ciarlatani, quanto capire che dietro tali azioni si cela il desiderio compiaciuto dell’autodivinizzazione e, non meno importante, il rischio di perdere l’anima.

Lo spiritismo era approdato in Inghilterra a metà del XIX secolo, quando dall’America erano giunti alcuni famosi medium. Divenne rapidamente un fenomeno di moda – tanto da attrarre intellettuali del calibro di Arthur Conan Doyle – un’opportunità per sfuggire al ferreo razionalismo dell’Età vittoriana, stemperando le tensioni sociali e liberandosi dalle repressioni morali. Proprio per queste ragioni chi partecipava alle sedute non era interessato alla veridicità della natura paranormale del fenomeno, ma cercava più semplicemente lo stupore, l’evasione dalla banalità del quotidiano.


Gli incontri, che spesso si tenevano nei salotti dell’alta società, avevano come scopo quello di evocare il fantasma di un defunto. La stanza era preventivamente purificata con l’incenso e, per aiutare la concentrazione dei convenuti, luci soffuse e candele completavano l’atmosfera. La seduta era guidata da un capogruppo, un medium capace di mettersi in contatto con il mondo degli spiriti, mentre tutti gli avvenimenti erano registrati da un segretario. Non rara era anche la presenza di un medico, pronto a intervenire in caso di necessità.


Lo stesso Benson, al contempo credulone e sospettoso, proveniva da una famiglia profondamente immersa nella moda vittoriana per lo spiritismo. Scrive a tal proposito il gesuita C. C. Martindale: «Suo padre aveva fondato la Ghost Society; il professor Henry Sidgwick aveva fondato la Society for Psychical Research. Mrs. Sidgwick, sua zia, ne era il presidente; le esperienze psichiche della signora Benson erano considerevoli; l’interesse per il trascendente dei due fratelli di Hugh è familiare a tutti i lettori dei loro libri».

Anche Benson aveva coltivato una passione per la magia e i fantasmi sin da quando era studente a Cambridge (persino la Hare Street House, la dimora dei suoi ultimi anni, si diceva fosse infestata). Qualcuno crede che tale interesse durò persino dopo la sua morte, dal momento che tra gli anni Quaranta e Cinquanta videro la luce vari libretti scritti dal medium Anthony Borgia sotto la presunta dettatura dello spirito del monsignore.

Stando alla testimonianza di Vyvyan Holland, pure ai tempi dell’amicizia con Frederick Rolfe, lo stravagante scrittore meglio noto con lo pseudonimo di Baron Corvo, la curiosità di Benson per l’occulto era vivissima: «Nel 1906 […] padre Benson era profondamente assorbito in ogni genere di questioni riguardanti la magia, la necromanzia e lo spiritismo, e dedicava buona parte del suo tempo a leggere libri su questi argomenti. […] La storia di gran lunga più interessante che Benson mi raccontò a questo proposito fu un esperimento di magia bianca che aveva compiuto su richiesta di Rolfe. […] L’esperimento consisteva principalmente nella ripetizione di alcune preghiere e nel seguire un periodo di contemplazione religiosa, e padre Benson non vide niente di male nel portarlo a compimento. C’erano anche delle prescrizioni riguardanti l’ora in cui ci si doveva alzare e coricare, e alcuni cibi e bevande che dovevano essere evitati. Ricordo che ogni genere di alcolico era proibito. La durata di questo regime andava dai dieci ai quattordici giorni. Alla fine del periodo prescritto, padre Benson mi disse di aver distintamente visto una bianca figura, i cui lineamenti non erano ben visibili, avanzare a cavallo fino al centro della sua camera e lì fermarsi per circa mezzo minuto prima di dissolversi lentamente. […] Ho riferito questa storia come mi è stata raccontata. Secondo me padre Benson, in quel periodo, si dedicava troppo alla studio della mistica e si trovava in uno stato di grande nervosismo».


Più o meno allo stesso periodo risale l’incontro tra il monsignore e un altro inquietante artista, Austin Osman Spare. Come scrive Massimo Introvigne ne Il cappello del mago, «Spare, secondo le sue stesse dichiarazioni, avrebbe ricevuto un’iniziazione stregonica in giovanissima età da una certa signora Paterson – una vecchia che aveva la capacità di trasformarsi in una sensuale e bellissima fanciulla – ed a partire dal 1905 aveva alternato produzioni poetiche e dipinti di carattere erotico-occultistico. All’epoca delle sue prime produzioni il giovane artista veniva talora accolto nella casa del reverendo Robert Hugh Benson […], che aveva studiato a lungo – per attaccarlo – il mondo occultistico e massonico. A torto o a ragione, la sua casa era ritenuta stregata, e Benson, resosi conto delle facoltà “stregoniche” di Spare, poté presentarlo a vari esponenti del dubbio mondo su cui conduceva i suoi studi».

Altro personaggio bizzarro che il monsignore ebbe modo di frequentare fu la scrittrice Marie Corelli, emblema del decadentismo edoardiano e, pure lei, appassionata indagatrice dell’occulto.

Che Benson sul tema dello spiritismo avesse le idee un po’ confuse lo dimostra perfettamente l’articolo A Modern Theory of Human Personality, scritto nel 1907 per il «Dublin Review». Tra psicologia e occulto l’autore tenta in modo un po’ raffazzonato di dimostrare la possibilità di accordare col tempo la ricerca scientifica e il cattolicesimo.

Tra l’altro simili ambiguità sono presenti in un paio delle sue opere narrative meno conosciute. Nel racconto di Monsignor Maxwell contenuto nella raccolta A Mirror of Shalott, a tema fantasmi, e in A Winnowng, uno dei suoi ultimi romanzi, si parla di sofferenza, apostasia, sacrifici, peccati e miracoli secondo una prospettiva distorta, chiaramente influenzata dalla dottrina della “sostituzione mistica” dell’eretico Abbé Boullan (in cui Benson era probabilmente incappato leggendo Santa Ludovina di Huysmans). Anche nel volume d’esordio del monsignore, La luce invisibile (1903) – in seguito ripudiato dallo stesso autore – talvolta si confonde in maniera eccessivamente disinvolta il misticismo cristiano col paranormale.


Simili errori – determinati da una cultura teologica lacunosa e da letture troppo vaste ed indiscriminate – sono tuttavia episodici, a volte addirittura contraddetti dallo stesso Benson, che in altri testi offre un’esposizione perfettamente ortodossa della dottrina cattolica.

I necromanti, in questo senso, costituisce un ottimo esempio, anche e soprattutto per lo spirito apologetico che lo attraversa. Secondo Shane Leslie, esso «rappresenta un lato vivido e deliberato dello sguardo di padre Benson sul sovrannaturale. La sua accettazione del mistero di un mondo nascosto comprende una franca ammissione di scomode verità sullo spiritismo. […] Da cattolico rifiutava lo spiritismo, una delle opere del maligno, ma il suo interesse per i meccanismi sottesi ad esso non cessarono, culminando nella più macabra delle sue opere».

Un complotto per scristianizzare la Chiesa. Parola (romanzesca) di vaticanista

«L'ultima battaglia» racconta di un cattolicesimo senza dogmi, santi, liturgie

di Rino Cammilleri
È singolare come l'attuale pontificato abbia spaccato il fronte del vaticanisti italiani. Una cosa del genere non si era mai vista. Quelli di più antico corso, come Sandro Magister, Marco Tosatti, Aldo Maria Valli, sono tra quanti mugugnano e non nascondono la loro scarsa simpatia per il nuovo corso bergogliano. Qualche maligno potrebbe dire che tanto, loro, sugli aerei papali non ci vanno (Magister fu addirittura escluso per un periodo dalla sala stampa vaticana) e, essendo vicini alla pensione non hanno fulgide carriere (di quelle per chiamata diretta) da intraprendere.

Ai vaticanisti del dissenso non resta che esprimere la loro opinione dove e come possono, fermo restando che si tratta pur sempre di opinione qualificata di gente che ha frequentato i sacri palazzi per una vita. Qualcuno, come Aldo Maria Valli, già vaticanista del Tg1, ricorre addirittura a romanzi fantascientifici sulla scia de Il padrone del mondo di R. H. Benson. Il quale, datatissimo, al massimo poteva immaginare nel futuro, il suo (1907), macchine volanti. Perciò, certe cose vanno aggiornate. Così, il Valli ha scritto L'ultima battaglia (Fede & Cultura). Sì, il titolo non è originalissimo, è lo stesso, infatti, del capitolo finale delle Cronache di Narnia di C.S. Lewis, ma si può dire che praticamente non esiste saga d'avventure che non preveda un'«ultima battaglia». Ora, per chi non lo sapesse, Il padrone del mondo parla dell'Anticristo, e di come questo sovvertirà il cristianesimo tramite il buonismo e il politicamente corretto. Proprio papa Francesco, quasi all'inizio del suo pontificato, ne consigliò la lettura, segno che almeno lui l'aveva letto. Bene, visto che pure il papa si aspetta un Anticristo buonista e politicamente corretto, la domanda è: da dove verrà fuori? Valli sposta la questione e, se nel suo romanzo distopico si occupa di «tempi ultimi», tralascia completamente il problema dell'Anticristo. Valli immagina un futuro in cui la Chiesa ha completato la sua trasformazione in qualcos'altro. Il cattolicesimo ha perso ogni pretesa di verità assoluta e si è allineato alle altre fedi in condizioni di totale parità. Si è imposta la smart theology, una roba senza dogmi (che sono, anzi, vietati) e una liturgia diventata «buon convivio», senza Santi e senza Madonne per non turbare i fratelli separati. In nome dell'ecumenismo, della tolleranza e della fratellanza universale sono sparite le croci, le benedizioni e le preghiere. La Basilica di San Pietro è stata rinominata Tempio Numero Uno e la piazza omonima Piazza del Dialogo. I «papi emeriti» sono, al momento della vicenda, tre o quattro e alloggiano in apposito Albergo romano. I preti possono sposarsi. Anche tra loro.

Il protagonista del romanzo, infatti, è un sacerdote svedese che si è sposato con un collega americano. I due hanno un figlio, si suppone da maternità surrogata, che però viene ucciso. Da qui l'inizio del disincanto. Infatti, c'è un complotto in atto. Orditore della trama è il Primo Guardiano, quello che un tempo si chiamava camerlengo. Un monsignore, un giornalista e il comandante della guardia svizzera si alleano per sventare la congiura, che è una vera e propria trahison des clercs ai danni della fede. Così dice il protagonista: «Un tempo pensavo che la situazione fosse semplicemente sfuggita di mano, che si fosse andati un po' troppo in là con l'umanitarismo e che fosse possibile correggere la rotta, ma lentamente ho dovuto prendere coscienza di un'altra realtà: esiste un progetto. Alcune forze, alcune potenze, si sono impossessate della Chiesa per snaturarla e piegarla ai loro voleri. Molte persone buone collaborano al progetto, perché non si rendono conto di ciò che comporta e perché ritengono che sia loro dovere fidarsi in ogni caso dei pastori. Ma i fili sono tirati da chi buono non è».

Un don Camillo ante litteram

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di Giovanni Zenone
Il parroco di Lamotte di Helene Haluschka è il romanzo che nel 1956 fu al centro di un’accusa di plagio nei confronti di Giovannino Guareschi, che lo avrebbe copiato per il suo Don Camillo. Accusa poi finita nel nulla, ma quello che resta è una profonda affinità. Le vicende tra un parroco e un sindaco sul confine tra tedeschi e francesi. Un prete che parla con la Madonna, un sindaco che vuole fare l'anticlericale e tutti i costi. Pagine di profonda fede e poesia, un romanzo che riempie l'anima di bellezza, nonostante i conflitti, perché la nostra fede è la fede in un Dio che ama, che salva, che riempie di luce e di bellezza la vita! Lo consiglio a tutti, per rianimarsi un po', per vedere la foresta che cresce invece dell'albero che cade.

Distinguersi

Tutti vogliono distinguersi dai più, ma pochissimi di noi hanno la stoffa, e ancora meno il fegato, di reggere il peso schiacciante del conformismo.
(Michael Chabon, Imprevedibili sprazzi di paternità, p. 28)

Un romanzo indimenticabile

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di Giovanni Zenone
Il romanzo della vita di un uomo cui la vita scorre addosso senza che lui se ne dia troppa pena, nemmeno nei momenti di gioia, di dolore o di tragedia. Una scrittura piana, semplice e profonda nello stesso tempo. Un gioiello tenero, malinconico e malinconico. L’interpretazione di Sergio Rubini - per chi ne ascolta l'audiolibro - è magistrale: la sua voce si adatta alla stupita rassegnazione di Stoner. Capolavoro che non dimenticherò. Lettura adatta agli adulti.
Stoner, di John Edward Williams 

Cronaca futura di una Chiesa apostata nel romanzo di Valli


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“Quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”. Queste parole del Vangelo di Luca risuonano da quasi duemila anni. Aldo Maria Valli, giornalista profondo conoscitore della Chiesa, nel suo nuovo romanzo, L'ultima battaglia, torna ad immaginare una futura apostasia della Chiesa. E la resistenza di un piccolo gregge.
di Paolo Gulisano
“Quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” Queste parole del Vangelo di Luca risuonano da quasi duemila anni, come un monito, come una pungente domanda che ci costringe a guardare con attenzione estrema alla realtà. Negli ultimi tempi, queste parole stanno assumendo una valenza quasi drammatica. Nella Chiesa si diffonde sempre più un pensiero non-cattolico (lo aveva già segnalato Paolo VI) e tra i fedeli si diffondono timori e perplessità.
Aldo Maria Valli, giornalista profondo conoscitore della Chiesa, della sua bellezza ma anche delle sue miserie, per molti anni vaticanista per essere di recente trasferito alla redazione sportiva della RAI, ha trasformato queste domande e preoccupazioni in un libro. Valli è autore di numerosi saggi, ma questa volta per parlare del futuro (e del presente) della Chiesa, ha scelto la forma della narrativa. L’ultima battaglia (editrice Fede & Cultura) è il romanzo appena uscito che ci rivela un Valli sorprendente narratore, capace di confezionare un romanzo di fantastoria avvincente come un Giallo e profondo

L'ultima battaglia - di Aldo Maria Valli


Un travolgente romanzo, una sorta di Blade runner cattolico, una Chiesa che ha superato tutti i suoi limiti, un assassinio efferato, un sacerdote in crisi, quattro papi emeriti in Vaticano, il capitano delle guardie svizzere, un giornalista investigatore. Dove ci porterà la chiesa del 22° secolo? Non ti perdere il romanzo di Aldo Maria Valli! https://fedecultura.com/Lultima-battaglia-p150268914

Preti sposati, etero e omo

“I chierici,” stabiliva il canone, “sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio.” Ma il comma 1 aggiungeva subito dopo: “Tutto ciò salvo i casi in cui i chierici avvertano la chiamata all’amore coniugale in tutte le sue forme e giudichino, in coscienza, di poter così aderire più facilmente alla missione con cuore colmo di gioia.”
Era stata una bella rivoluzione, sì, quel Nuovissimo codice di diritto canonico. Ed ecco perché i presbiteri uxorati, etero e omo, erano chiamati volgarmente “comma uno”. E i loro figli “figli del comma uno”.
Da "L'ultima battaglia", di Aldo Maria Valli

Il mio nuovo libro: “L’ultima battaglia”

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di Aldo Maria Valli
Cari amici di Duc in altum, sono lieto di annunciare l’uscita del mio nuovo libro: L’ultima battaglia (casa editrice Fede & Cultura, 240 pagine, 19 euro), già ora disponibile presso l’editore mentre nelle librerie lo sarà dal 3 ottobre.

È un romanzo, ambientato in un futuro imprecisato, ma non troppo lontano, nel quale gli umani convivono con i cyborg, si viaggia con l’hyperloop e la Chiesa cattolica è cambiata, trasformata da una riforma interreligiosa e umanitaria che, in nome dell’ecumenismo, della tolleranza e della fratellanza

Il proto-fantasy

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William Morris, “Il bosco oltre il mondo”, Gondolin, euro 16,00

William Morris (1834-1896) fu scrittore, traduttore, progettista, designer, editore, poeta e attivista politico. Antesignano delle avanguardie artistiche del ‘900, unì l’amore per il passato con quello per la natura, in netta contrapposizione alla rivoluzione industriale. Le sue traduzioni e i suoi adattamenti delle leggende nordiche furono il primo modello da cui attinse J.R.R. Tolkien per la creazione della sua mitologia. Questo romanzo cavalleresco, ambientato in un altrove immaginario di stampo medievale, è il primo esempio di un genere che l’autore ha contribuito a creare facendolo giungere fino a noi: il fantasy.

Ci siamo spostati dopo 13 anni

Cari amici, era il 2 novembre 2009 quando prendevamo in mano questo blog e gli davamo una nuova vita, come "voce culturale ufficiale...