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Perdita della libertà per volontà della maggioranza (dei politici)

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di Paolo Gulisano
Nel 1707 la Scozia, attraverso l’Atto di Unione approvato dai Parlamenti inglese e scozzese, cessava di essere una nazione libera e indipendente. A partire dal 1° marzo di quell’anno, definito dai patrioti scozzesi annus horribilis, l’intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra.
Nel momento più oscuro della storia della nazione, in cui essa stessa, per volontà della maggioranza dei propri rappresentanti politici e dell’aristocrazia, rinunciava alla propria libertà consegnandola agli inglesi in cambio di vantaggi economici – peraltro riservati a una ristretta oligarchia – e della garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del XVII secolo e dalla Riforma protestante, Fletcher lasciò una dichiarazione che all’epoca poteva sembrare un sentimentale attaccamento alla tradizione e a un glorioso passato ormai tramontato, e che oggi, agli inizi del XXI secolo e alla luce degli avvenimenti che negli ultimi anni hanno visto il ritorno come protagoniste della storia le piccole patrie, tra le quali la stessa Scozia, assume invece una dimensione quasi profetica: “Sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione”

Paolo Gulisano, Il cardo e la croce

“Il cardo e la croce”. Ovvero la lezione di libertà dei cattolici scozzesi

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di Aldo Maria Valli, 30 novembre 2019
Cari amici di Duc in altum, oggi, nel giorno di sant’Andrea, parliamo di un bel libro dedicato alla Scozia, la terra della quale Andrea è il patrono. Il libro, Il cardo e la croce (Fede & Cultura, 192 pagine, 19 euro) è opera di un profondo conoscitore della storia scozzese, Paolo Gulisano.

Paolo, il sottotitolo del tuo libro Il cardo e la croce, dedicato alla Scozia, è Una storia di fede e libertà. Una storia nella quale i cattolici hanno giocato un ruolo decisivo, pagando un prezzo salatissimo in termini di martirio e persecuzione. Perché questo odio costante contro i “papisti”?

La Scozia è una piccola, magnifica terra, con un passato glorioso e doloroso e un presente e un futuro in incerto divenire. È una nazione con un forte senso di identità, che si è forgiato a partire dalla Fede cristiana. Non per niente la sua bandiera è una croce di sant’Andrea (il patrono della Scozia) bianca in campo blu. Il grande Chesterton – un inglese che tuttavia aveva anche un po’ di sangue scozzese – scriveva nella sua Storia d’Inghilterra: “I preti cattolici della Scozia diventarono il partito patriottico e anti-inglese; atteggiamento che poi dovevano conservare anche durante tutta la Riforma”. L’introduzione della Riforma in Scozia, nella sua versione calvinista, fu violentissima. A partire dalla seconda metà del Cinquecento si scatenò un’implacabile caccia al cattolico. Eppure l’antica Fede seppe resistere, in particolare nelle Highlands, le “terre alte” nel Nord del Paese, dove, nonostante le limitazioni imposte dalla legge, restò in vita un piccolo gregge.

Il grande, potente e ingombrante vicino della Scozia, l’Inghilterra, ha sempre guardato a quelle terre come a un bottino da arraffare. In che modo la religione è stata utilizzata a questo scopo?

Un  paese come la Scozia, che nel Medioevo diede numerosissimi monaci evangelizzatori dell’intero continente, teologi come Duns Scotus e Riccardo di San Vittore, cavalieri crociati che partirono dalle brume delle Highlands per morire sulle sabbie torride della Palestina, ha conosciuto come pochi altri e con largo anticipo la crudezza della persecuzione religiosa, il cui obiettivo fu l’eliminazione della Libertas Ecclesiae, che è poi lo scopo di ogni rivoluzione, di ogni tentativo di esercizio arbitrario e totalitario del potere. Si colpisce la Libertas Ecclesiae perché laddove la Chiesa è libera nell’adempimento della sua missione –  ossia andare con Cristo incontro agli uomini –,  laddove c’è libertà per la Chiesa c’è anche libertà per l’uomo, dal momento che è scritto “La Verità vi farà liberi”. L’Inghilterra cercò di dividere il Paese, combattendo e rovesciando la dinastia cattolica degli Stuart, inviando in Scozia predicatori fanatici come John Knox, secondo l’antico disegno del Divide et impera. Purtroppo riuscì nel suo scopo.

Secondo te, che sei un amante della Scozia, della sua storia e delle sue tradizioni, qual è la caratteristica saliente dell’animus scozzese? E quanto è importante la componente cattolica nell’identità scozzese?

La caratteristica saliente è l’amore per la libertà. Nel 1320, dopo essersela conquistata sul campo di battaglia pochi anni prima, gli scozzesi vollero che fosse garantita dalla più alta autorità morale del tempo, quella del Papa. Così si radunarono in un’abbazia benedettina e redassero uno straordinario documento, la Dichiarazione di Arbroath, in cui chiedevano al Pontefice di sancire il loro diritto a esistere come nazione indipendente. Nel testo c’è un passaggio straordinario e commovente che è il seguente: “In verità non è per la gloria, non per le ricchezze, non per gli onori che noi combattiamo, ma per la libertà… per quella sola, a cui nessun uomo retto rinuncerebbe, anche a prezzo della vita stessa”. Durante la Riforma, quando il calvinismo di John Knox scatenò una terrificante e devastante persecuzione della Chiesa, l’abbazia di Arbroath fu, significativamente, rasa al suolo, diventando una cava di pietre. Il retaggio cattolico doveva essere cancellato.  Invece sopravvisse, ma diventò inevitabilmente una componente minoritaria.

“Conservate la fede con gioia” disse Giovanni Paolo II ai giovani cattolici incontrati a Glasgow nel 1982. Qual è lo stato di salute della Chiesa cattolica in Scozia?

Il viaggio di Giovanni Paolo in Scozia fu la realizzazione di un sogno a lungo coltivato e frustrato per i cattolici scozzesi: vedere riconosciuta la propria legittima presenza nel Paese, il proprio ruolo, il proprio contributo all’edificazione della nazione. Fu un momento intenso e commovente. Il Papa ricordò agli scozzesi il retaggio più importante lasciato dai loro padri: la santa fede cattolica. E aggiunse queste parole: ”Voi attingete le vostre origini in un glorioso passato, ma non vivete nel passato. Appartenete al presente, e la vostra generazione non deve accontentarsi di riposare sugli allori conquistati dai vostri padri e antenati. Dovete dare la vostra risposta alla chiamata di Cristo perché lo seguiate ed entriate con lui come coeredi nel Regno del Padre. Ma ci sembra più difficile seguire Cristo oggi che in passato”. Parole verissime. La Chiesa in Scozia oggi soffre, come dovunque, di un calo di vocazioni religiose. Anch’essa ha conosciuto, anche se in maniera molto minore che nella vicina Irlanda, lo scandalo degli abusi sessuali del clero. Nel 2013, alla vigilia del conclave che avrebbe eletto al soglio pontificio il cardinale argentino Bergoglio, l’arcivescovo di Edimburgo e primate di Scozia, il cardinale O’Brien, fu costretto a dimettersi dopo le accuse nei suoi confronti di alcuni sacerdoti che da seminaristi erano stati oggetto delle sue advances sessuali.

Oggi in Scozia la figura di maggior spicco nella Chiesa è l’arcivescovo di Glasgow Philip Tartaglia, di origini italiane ma è profondamente radicato nella cultura e nelle tradizioni scozzesi, un prelato che ho l’onore e il piacere di conoscere personalmente. Proprio monsignor Tartaglia mi ricordava recentemente che oggi il principale problema della Chiesa in Scozia non è più, come in passato, il confronto-scontro con altri cristiani, come i protestanti, ma con una cultura dominante che è anti-cristiana tout court. La cultura della secolarizzazione imperante che in Gran Bretagna è particolarmente aggressiva e intollerante.

Nel movimento indipendentista scozzese è possibile rintracciare anche contenuti di carattere religioso?

Il movimento indipendentista è molto attento a far sì che non riemergano le forme di settarismo che in passato, fino a non molti anni fa, hanno funestato la vita pubblica in Scozia. Per questo è un movimento senza riferimenti confessionali. In esso militano cattolici e protestanti, e c’è persino qualche rappresentante politico di religione mussulmana.  Non è tuttavia uno pseudo-neutralismo, come quello che conosciamo nel resto d’Europa: sembra essere un autentico rispetto dei diritti di ogni persona, compresi i diritti religiosi. Ci sono poi esponenti politici che personalmente testimoniano la propria fede nell’agire politico, difendendo quelli che un tempo non lontano (anche se oggi appare remoto) erano chiamati “valori non negoziabili”.

“Sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione”, scrisse nel 1707 Andrew Fletcher, paladino delle libertà del popolo scozzese. Nell’era della globalizzazione c’è ancora qualcosa di vero in questa affermazione di sapore romantico? 

Nel 1707 la Scozia, attraverso l’Atto di Unione approvato dai parlamenti inglese e scozzese, cessava di essere una nazione libera e indipendente. A partire da quell’anno, definito dai patrioti scozzesi annus horribilis, l’intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra. Nel momento più oscuro della storia della nazione, quando essa stessa, per volontà della maggioranza dei propri rappresentanti politici e delle oligarchie, rinunciava alla propria libertà consegnandola agli inglesi in cambio di vantaggi economici – peraltro riservati ad una ristretta oligarchia – e della garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del diciassettesimo secolo e dalla Riforma protestante, Fletcher fece una dichiarazione che all’epoca poteva sembrare un sentimentale attaccamento alla tradizione e ad un glorioso passato ormai tramontato, e che oggi, agli inizi del XXI secolo e alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni nello scontro tra Globalismo e Identità,  assume invece una dimensione quasi profetica.  Le “ballate” stanno a significare non già un’espressione intellettuale e romantica, ma la memoria tenace della storia.  D’altra parte, come diceva il grande scrittore americano John Steinbeck, quella della Scozia non è una causa persa. È una causa ancora non vinta.

“L’ultima battaglia”, il nuovo romanzo di Aldo Maria Valli

di Paolo Gulisano
La letteratura distopica è tra le più affascinanti forme di narrativa. Una letteratura che fa riflettere, da 1984 di Orwell a Fahreneit 451 di Bradbury passando da Il mondo nuovo di Huxley e Il padrone del mondo di R.H. Benson. Queste distopie del ‘900 sembrano in parte essersi avverate nel nostro tempo. La nostra epoca sembra vedere nascere un mito speculare a quello dell’onnipotenza dell’uomo artefice della storia, quello della sua impotenza di fronte alla complessità del mondo. Una sorte di sindrome bipolare, per cui si passa da un’esaltazione della scienza e della tecnica a una sorta di depressione collettiva, una rassegnazione di fronte a quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto come Società liquida. Una società che sembra essere caratterizzata da un profondo disprezzo per la religione.

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C’è tuttavia una ulteriore narrazione distopica che vede la religiosità minacciata al suo stesso interno. Meglio ancora: non un vago senso religioso, ma è proprio la Chiesa Cattolica che sta vivendo tempi duri, dove una fede bimillenaria è messa radicalmente in discussione. Tempi duri o tempi ultimi? Questa è la riflessione di fondo di Aldo Maria Valli, che dopo esserti cimentato una prima volta con il genere distopico con Come la Chiesa finì, è nuovamente alle prese con questo genere di narrativa, dell’immaginario ma non troppo con il volume L’ultima battaglia, edito da Fede & Cultura (240 pagine, 19 euro). In questo libro si avverte chiaramente la profonda conoscenza delle cose vaticane di Valli, che ha alle spalle una lunga carriera di vaticanista. Recentemente il giornalista ha conosciuto uno strano incidente di percorso, con il trasferimento alla redazione sportiva della RAI. Chissà se questa misura inspiegabile ha a che fare con le riflessioni critiche sulla attuale situazione della Chiesa e dei suoi vertici espressa nei suoi scritti, in particolare sul suo interessantissimo blog Duc in altum.

Valli ha riversato nella vicenda di questo romanzo tutti i timori, i dispiaceri, ma anche le speranze a riguardo della fede cattolica e della Chiesa. Un romanzo di fantasia, proiettato in una Roma immaginaria di un futuro non ben precisato, un romanzo distopico, ma che non si allontana troppo dall’oggi. Un futuro che per certi aspetti è già qui e per altri è appena dietro l’angolo. Un esempio di fanta-religione, che descrive la grande apostasia della Chiesa cattolica. Nel libro emerge la realtà di forze potenti al lavoro per estirpare dal mondo Cristo: la Loggia, e la Confraternita, che opera all’interno della Chiesa stessa, e che ricorda qualche conventicola che nel recente passato frequentava amene località elvetiche. Il riferimento alla massoneria e alla lobby gay è trasparente. Sono associazioni che utilizzano e strumentalizzano la Chiesa per i loro fini di potere e per operare la grande rivoluzione: sostituire Dio con l’uomo. Da questo punto di vista, posso dire che nella prima riga del romanzo c’è già tutto il contenuto dell’opera. Da buon cronista televisivo Valli sembra abbia voluto applicare anche alla narrativa la regola aurea di un servizio di quindici righe: la notizia prima di tutto. Nel libro si avvertono diversi echi autobiografici, come la figura di un vaticanista spagnolo che viene licenziato solo per avere cercato di vedere chiaro nell’operato dei vertici vaticani.

Per dare vita ad altri personaggi l’autore ha sicuramente attinto alle esperienze personali vissute nel corso degfli anni: monsignori infingardi, teologi alla moda, esponenti di quella che nel romanzo viene chiamata Smart Theology: la teologia accattivante, simpatica, che vuole piacere. Ci sono anche tuttavia personaggi positivi, che esprimono la fede dei semplici, che dimostrano che la Chiesa, nonostante le tante infedeltà dei suoi membri, può contare sempre su un esercito composto da tanti soldati semplici silenziosi e buoni. Valli mette in luce la generosità e la lealtà di una donna che, pur scombussolata a causa di certe derive dei pastori, nemmeno per un attimo pensa di ritirarsi o di polemizzare, ma si mette in gioco e continua a lavorare nella vigna del Signore.

In una conversazione con l’autore, Aldo Maria Valli ci ha confidato di essere stato ispirato dalle considerazioni che Joseph Ratzinger fece nel 1969, ai microfoni della radio tedesca, quando profetizzò la fine della Chiesa così come l’abbiamo conosciuta. Avremo presto, disse il futuro papa, preti ridotti al ruolo di assistenti sociali e il messaggio di fede ridotto a visione politica. Tutto sembrerà perduto, ma al momento opportuno, proprio nella fase più drammatica della crisi, la Chiesa rinascerà. Sarà più piccola, più povera, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la Chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna. La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione. Perché è così che opera Dio.

Contro il male, resiste un piccolo gregge. Valli sembra aver fatto propria l’idea di Robert Hugh Benson e di altri autori distopici, ma dando una nuova speranza. Il libro è quindi in polemica, rispettosa ma decisa, nei confronti di un certo misericordismo che va per la maggiore, secondo il quale Dio accoglie ma non giudica e noi stessi dovremmo essere non giudicanti. In realtà Dio giudica eccome, e tutta la nostra esperienza di fede è giudizio e valutazione su ogni singolo aspetto del nostro essere persone.

In conclusione, senza svelare nulla ovviamente della trama del libro, che si presenta come un ottimo Giallo, in queste pagine – che ci rivelano che le battaglie, come gli esami, non finiscono mai – è centrale l’elemento del giudizio divino. Un messaggio forte che si vuole contrapporre a un’idea di Chiesa zuccherosa e “amica”, secondo la quale il timor di Dio e l’ira di Dio sono cose superate. Ma è centrale anche il tema del male, del mysterium iniquitatis, secondo le parole di san Paolo. La parola iniquità oggi la intendiamo in senso sociale, politico ed economico, ma prima di tutto ha un significato teologico. La mancanza di equità, la mancanza di giustizia, ha la massima espressione nel negare a Dio il posto che gli compete, ossia il ruolo di creatore e giudice. La più grande ingiustizia, dunque, è proprio negare Dio, sopprimere il padrone della vigna e pretendere di mettersi al suo posto. Tentazione sempre risorgente, perché il grande seduttore non è uno che si arrenda facilmente. Questa battaglia che dà il titolo al romanzo è dunque la battaglia contro la più insidiosa delle idolatrie, la pretesa di sostituire Dio con altro, è l’antica seduzione diabolica del “sarete come Dio…”

Così Aldo Maria Valli ci regala questa storia impressionante, rivelandosi narratore di razza, mostrandoci lo sfacelo della Chiesa, così come scenari della globalizzazione, di un pensiero unico dove non si lascia spazio né parola o significatività a chi non si adegua a questo pensiero, a questo dettame apparentemente buono, umanitario e tollerante, in realtà profondamente intollerante. Ci mostra un mondo che ha rifiutato conoscenza, bellezza e verità, e soprattutto ha rifiutato Dio. Ma insieme a questo ci mostra che nell’uomo c’è un barlume riflesso della luce divina che non può spegnersi. Un romanzo significativo non solo tanto per i messaggi piuttosto evidenti che vuole trasmettere, ma anche per il fatto che vuole ridestare nel lettore il desiderio della verità.

Articolo tratto da Ricognizioni, 18 novembre 2019

Il codice Wagner

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di Paolo Guliano
La Storia è piena di enigmi, misteri insoluti che a volte interrogano beffardi l’umanità da secoli: il Sacro Graal, la Lancia di Longino, le profezie… Enigmi che intrigano e sfidano gli animi più inquieti. Questi misteri molto spesso hanno attirato l’attenzione degli esoteristi, i seguaci cioè di dottrine di carattere almeno in parte segreto o riservato. La verità occulta o i significati nascosti di tali dottrine sono accessibili solo ai cosiddetti iniziati, prevedendo spesso diversi gradi di iniziazione. Cavalieri Templari, Alchimisti, Rosacrociani, Antroposofi, fino ai Massoni: tutti alla ricerca di una illuminazione interiore, di una via di conoscenza superiore, almeno secondo le cronache e più spesso le leggende che li riguardano.

Intorno al tema del Graal esiste una letteratura e un filone critico di tipo spiritualistico-esoterico piuttosto discutibile: al Graal sembrano interessati in parecchi, ma come accadeva

Guareschi a Verona il 14 giugno

Vita, morte e miracoli letterari del padre di Peppone e don Camillo: giovedì 14 giugno sarà possibile toccarli con mano nella libreria “L’isola del tesoro” (in via Marconi 60A - 37122 VERONA). A partire dalle ore 18,00 verrà inaugurata e illustrata al pubblico una mostra che celebra Giovannino Guareschi nel cinquantesimo anniversario della morte.
Fotografie, disegni, scritti e testimonianze che ripercorrono, come dice il titolo Vita, morte e miracoli dello scrittore italiano più tradotto e più amato nel mondo. Faranno da guida i curatori della mostra, Alessandro Gnocchi e Paolo Gulisano, assieme a Fabio Trevisan. Grazie alla loro profonda conoscenza della vita e dell’opera di Guareschi, sarà possibile scoprire la vera anima di questo grande scrittore che continua a farci divertire, a farci commuovere e a farci pensare con le storie di Mondo piccolo e le avventure domestiche del Corrierino delle famiglie. Sarà come avere tra noi don Camillo, Peppone, Margherita, Albertino e la Pasionaria, per un indimenticabile incontro tra amici. Con l’occasione il libro di Alessandro Gnocchi “Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi” è scontato del 15% sia sul nostro sito che per i convenuti alla mostra. Offerta valida solo fino a domenica 17 giugno 2018.

Fede & Cultura - Le cose di sempre non passano di moda

Su quali titoli puntare per l'estate? 21 giugno a Verona

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Ci siamo spostati dopo 13 anni

Cari amici, era il 2 novembre 2009 quando prendevamo in mano questo blog e gli davamo una nuova vita, come "voce culturale ufficiale...