La furia sanguinaria anticattolica nella Spagna della guerra civile. Un romanzo di eroismo e di fede. Un affresco della pagina più nera della Spagna moderna che ancora oggi è al potere. In diretta Giovanni Zenone con l'Autore Maximiliano Cattaneo e con altri invitati. In diretta su sul canale youtube di Fede & Cultura Universitas mercoledì 3 giugno alle ore 18,00 alla pagina https://www.youtube.com/c/FedeCulturaUniversitas
Visualizzazione post con etichetta Storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia. Mostra tutti i post
La lunga guerra fratricida: il drago cinese e l'occidente
Un incontro tra Giovanni Zenone e Alberto Rosselli, storico che ha pubblicato i testo La lunga guerra fratricida, sulla guerra civile cinese e le sue conseguenze oggi. https://www.fedecultura.com/negozio?store-page=La-lunga-guerra-fratricida-p169581104
Un capolavoro giallo e letterario
di Emilio Biagini
Vi sono libri che sono capolavori del giallo ed altri, molto pochi, che sono capolavori di narrativa. Pochissimi e preziosi sono quelli che riescono ad essere ad un tempo gialli capolavoro e capolavori letterari.
Immortale Odium è uno di questi. Si tratta di un grande giallo storico, scritto con eccezionale maestria, animato da una trama ingegnosa, perfettamente logica e coerente, e vivacizzato da una viva e ben congegnata suspense, non senza risvolti psicologici di profonda umanità.
Eccezionale il personaggio di monsignor Pascale, che campeggia in maniera splendida, nelle sue illuminazioni dallo Spirito Santo, nella magnifica lotta contro i demoni durante l’esorcismo, e nella scena conclusiva, nella quale gela il sangue del satanico vegliardo Nubius il quale, gongolando oscenamente, accarezzava il sogno della rivoluzione globale, della distruzione della Chiesa, dell’abbattimento dell’Austria cattolica, ultimo residuo del Sacro Romano Impero profondamente odiato dai tizzoni d’inferno.
Indimenticabili, nei loro contrastanti aspetti, i personaggi: come l’energico Don Alicante, pronto a fare a pugni perché un massone moribondo possa ricevere gli ultimi conforti religiosi, e il titubante Don Nicola, che via via cresce di statura, riuscendo a diventare a sua volta un vero combattente contro il male.
A queste due magistrali contrapposizioni di personaggi se ne aggiunge una terza, quella del commissario Ribaudo e della misteriosa giovane francese Claire de Givaudan-Lapine. Ribaudo è un ruvido poliziotto con un vivo senso del dovere, massone ma solo a uno dei gradini più bassi e quindi non a giorno del vero orrendo volto della massoneria, che appare soltanto a chi ha percorso l’intero cammino “iniziatico”. Claire, inizialmente presentata col falso nome di Louise e come sorella del volgare criminale Jacques, del quale è invece la non amata moglie, si rivela onesta, intelligente, forte, coraggiosa; infatti, con grave rischio per sé, salva da sicura morte lo stesso Ribaudo e i due preti. Il commissario Ribaudo, che non ha mai trovato una donna capace di accendergli il cuore, prende fuoco per la bella Claire, ma la perde subito dopo, perché viene assassinata dall’indegno marito, e sente che non troverà mai più una donna capace di starle a pari.
Notevole è pure l’indovinatissima contrapposizione tra i due erculei vetturali. L’intero gioco di contrapposizioni fra i personaggi rivela una felice maestrìa ideativa, propria di un grande scrittore, e c’è da scommettere che non sia stata freddamente ideata a tavolino ma che scaturisca piuttosto da una profonda conoscenza dell’animo umano e da una geniale intuizione creativa.
I dialoghi sono eccezionalmente vividi e realistici, come pure l’intero svolgersi del romanzo, che cattura perfettamente l’atmosfera dell’Italia a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Tutto ciò rende l’intera opera scorrevole e di lettura quanto mai piacevole ed istruttiva, dato che è pure un validissimo documento storico: assai meglio di tanti manuali e saggi essa guida ad un’autentica conoscenza della storia, mostrando in quali mani criminali fosse caduta l’Italia con il cosiddetto “risorgimento”, divenendo preda della massoneria e del denaro inglese. Chiarissimo appare il calvario inflitto dai rozzi conquistatori sabaudi al Mezzogiorno e allo Stato della Chiesa. Al tempo stesso, però, la Chiesa, cristianamente aliena dalla vendetta, lasciata all’Onnipotente, va maturando perdono e riconciliazione, che porteranno, quando i tempi saranno maturi, al Concordato. Inutile infatti covare risentimenti e voglie di rivalsa che porterebbero soltanto nuovo spargimento di sangue. Di qui il messaggio che scaturisce dal romanzo, un’opera che non solo attrae ed affascina, ma fa pure pensare.
Immortale Odium non è quindi solo un bel libro ma anche, come rilevato all’inizio, un autentico capolavoro, che merita senza dubbio di diventare un classico e potrebbe fornire lo spunto per un film di grande richiamo.
Democrazia e terrore nella Rivoluzione francese - di Nesta Webster
La Rivoluzione francese fu una mistificazione di pochi fatta passare per movimento di popolo: è quanto sostiene Nesta Webster in questo studio, che ricevette il plauso di Winston Churchill, per la prima volta tradotto in italiano, che dimostra come l'intero movimento rivoluzionario sia stato concepito e realizzato da quanti si trovavano immediatamente sotto la classe dirigente dell'Antico Regime.
L’opera storica di Nesta Webster finalmente in italiano!
Stefano Fontana: la sapienza dei Greci
Non siamo rimasti senza far niente in questo tempo! Vi offriamo - disponibili immediatamente in eBook - due libri di grande interesse: "La sapienza dei Greci" (€ 9,99), di Stefano Fontana e "In fuga dalla Torre" (€ 9,99) di John Gerard.
Il primo è una storia semplice ed esaustiva della filosofia greca, fondamento del pensiero occidentale.
Il secondo è il perfetto esempio per capire cosa significasse essere sacerdoti durante la persecuzione anglicana. Un prete eroico di cui avremmo bisogno anche adesso.
https://www.fedecultura.com/In-fuga-dalla-Torre_eBook-p181538391Il viaggiatore
Il viaggiatore, di Ulrich Alexander Boschwitz
di Giovanni Zenone
di Giovanni Zenone
Il romanzo angosciante delle fuga precipitosa da casa di un ricco commerciante ebreo sposato con un’ariana, che vede violata e profanata la sua casa da una squadraccia di camicie brune la sera prima della "notte dei cristalli". È l’inizio della fine delle sue certezze. L’unità familiare, la solidarietà (anche fra ebrei stessi) coi parenti ariani che lui in passato aveva beneficato, il rispetto per gli accordi commerciali, professionali, umani di amicizia vengono devastati dal nuovo stato di cose si va stringendo via via la macchina statale al collo degli ebrei. La sensazione di essere diverso, di essere fuori posto, di rischiare non solo i beni ma anche la vita, cresce di continuo nel corso dei viaggi incessanti in treno, ultimo rifugio sul quale darsi un contegno da rispettabile cittadino.
I soci, gli amici e i familiari tradiscono, è la nuova situazione sociale che fa sembrare ovvio il tradimento, una necessità indiscutibile. Se un ebreo viene maltrattato, derubato, ricattato, se gli si fa pagare una cifra stratosferica un servizio da nulla… è colpa sua, perché è ebreo, e non può pretendere che le normali leggi della civiltà, dell’umanità, dello stato di diritto possano ancora valere per lui. Un passo per volta Otto Silbermann perde le sue certezze, i suoi averi.
È disposto a sacrificare quasi tutto per avere prima la libertà, poi la vita, poi nemmeno quella. Si aggrappa con la furia della ragione conculcata dalla violenza dello Stato, dalla complicità di ogni cittadino, (che si trasforma da coniglio in leone di fronte a un ebreo) alle leggi dello stato. Ma lo Stato, nella persona dei suoi funzionari, zelanti cretini al servizio dell’ideologia diabolica e inumana, lo sbeffeggia. Che pretese può avere un ebreo? Che pretese può avere chi viene considerato dallo stato e dalla nuova cultura un non-più-cittadino, un nemico della purezza culturale, sociale e razziale?
Non ha diritti, non deve offendere i super-uomini accampando diritti che gli sono stati negati, non dalla legge ma dal consenso sociale e culturale.
Un romanzo che descrive con accenti drammatici il terrore, lo stupore, l’angoscia di chi ha vissuto questo dramma prima e durante la seconda guerra mondiale
Un monito per le nuove generazioni contro per le nuove dittature del pensiero unico che stanno facendo lo stesso, Non più contro una razza o una religione (fatta eccezione per quella cattolica che ora è degna di essere perseguitata e mai difesa, alla stessa stregua che gli ebrei sotto il regime nazional-socialista), ma contro chi ancora conserva il buon senso di chiamare le cose col loro nome, di osare affermare che il bene è bene e il male è male, che le foglie sono verdi in primavera.
Dalle crociate all’Inquisizione, la storia senza leggende nere
di Fabio Piemonte
Crociate e Inquisizione cattive, Medioevo delle streghe e dei roghi, Sicilia tollerante con i musulmani? Nel libro “Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone?”, lo scrittore Rino Cammilleri smonta, con le armi della ragione e fatti storici alla mano, molti falsi miti ideati da una storiografia faziosa e fondamentalmente anticattolica. Ecco qualche esempio.
Crociate e Inquisizione cattive, Medioevo delle streghe e dei roghi, Sicilia tollerante con i musulmani? Nel libro “Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone?”, lo scrittore Rino Cammilleri smonta, con le armi della ragione e fatti storici alla mano, molti falsi miti ideati da una storiografia faziosa e fondamentalmente anticattolica. Ecco qualche esempio.
Si può dunque rispondere affermativamente alla domanda che dà il titolo al quinto volume della raccolta “Il Kattolico”, ossia Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone? (Fede&Cultura 2020, pp. 140), nel quale Rino Cammilleri - firma nota ai lettori della Nuova Bussola - smonta, con le armi della ragione e citando i fatti storici, molte credenze comuni elaborate da una storiografia faziosa e pregiudizialmente anticattolica relativamente a crociate, Inquisizione, Medioevo delle streghe e dei roghi e al mito della Sicilia tollerante con i musulmani.“Con l’Inquisizione la Chiesa crea il primo fondamentale pilastro della moderna giustizia, quella creata per perseguire d’ufficio i crimini”. In queste parole dello storico Paolo Prodi, già rettore dell’Università di Bologna, emerge un merito dell’Inquisizione di grande rilievo: tale tribunale ha di fatto contribuito a trasformare il diritto romano-barbarico, accusatorio e fondato sulla semplice querela di parte, in diritto d’ufficio. Insomma, per quanto strano possa oggi apparire, vista la leggenda nera diffusa nel “tritacarne della scuola di Stato e dei media”, è stata proprio “l’Inquisizione a inventare, nel procedimento, il verbale, l’avviso di garanzia, l’appello e, insomma, tutti quegli accorgimenti a tutela dell’imputato che oggi chiameremmo garantismo”.
Nel libro c’è spazio pertanto per figure meno note, quali lo spagnolo Gil de Albornoz, uomo che contribuì a far riportare la sede del Papato a Roma dopo la Cattività avignonese; o sant’Angelo da Gerusalemme, padre carmelitano trafitto da Berengario con cinque pugnalate mentre predicava nel 1220 in Sicilia, perché ritenuto responsabile della conversione di sua sorella Margherita con la quale conviveva more uxorio da tempo.
Particolarmente significativa è anche la vicenda che vede protagonista la Vergine Maria e Luigi XIII. Il quale, non riuscendo a venire a capo delle continue guerre intestine con i protestanti, “convocò i domenicani della capitale e chiese loro di guidare la recita del Rosario davanti a tutta la corte. Poi li mandò come cappellani alle sue truppe che assediavano La Rochelle. I religiosi distribuirono migliaia di rosari ai soldati. Ogni sera, al lume delle torce, una statua della Madonna veniva portata in processione attorno alle mura, mentre i combattenti intonavano inni alla Vergine sotto il naso dei protestanti. L’importante piazzaforte si arrese l’1 novembre 1628 e con la sua caduta cessarono definitivamente le guerre di religione che avevano squassato la Francia per decenni”. La devozione di questo sovrano fu tale che chiese e ottenne, dopo tante novene alla Regina delle Vittorie, che sua moglie potesse donargli finalmente un figlio, dopo diversi aborti spontanei. Alla fine nacque Luigi XIV, che non ebbe però la fede salda dei suoi genitori.
Durante il regno di Luigi XIV ci furono le rivelazioni del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, Sacro Cuore a cui il re avrebbe dovuto consacrare la Francia. Il sovrano non lo fece; lo faranno piuttosto, un secolo più tardi, i cattolici della Vandea antigiacobina che, in ossequio a tale consacrazione, nei momenti di maggior pericolo per il proprio Paese “cuciranno il Sacro Cuore sulle loro giubbe, sui cappelli e sulle bandiere”. E, dopo di loro, faranno lo stesso “a titolo personale, milioni di soldati nel corso della Grande Guerra, tanto che nel 1917 il governo laicista dovette esplicitamente vietarla”.
Fu invece grazie a una “Crociata nazionale del Rosario”, promossa da padre Petrus in Austria (il quale rispose al richiamo ricevuto dalla stessa Vergine presso il Santuario di Mariazell, “Pregate il Rosario tutti i giorni e sarete salvi”), che l’Urss decise di accantonare le proprie mire occupazioniste. Il popolo pregò la Madonna con fedeltà e costanza per diversi anni. Il 13 maggio 1955 il cancelliere austriaco fu convocato a Mosca per ricevere la lieta notizia: l’Armata Rossa avrebbe abbandonato spontaneamente l’Austria in cambio della promessa di neutralità del Paese rispetto ai due blocchi ideologici della Guerra Fredda. Tra l’altro “il ritiro sovietico avvenne in ottobre, mese del Rosario”.
In ambito letterario, relativamente alla figura di Leopardi, lo scrittore sottolinea come emerga dagli stessi registri parrocchiali che Giacomo ricevette i sacramenti in punto di morte, sebbene il pregiudizio del suo “ateismo” sia stato a lungo sostenuto dalla critica. Tale pregiudizio affonda le proprie radici nelle parole che «Antonio Ranieri (nella cui casa il Poeta morì) rivolse al magistrato Alessandro Stefanucci d’Alba, il quale gli chiedeva perché avesse taciuto sulla circostanza: “Avrei rovinato presso i liberi pensatori il Leopardi, la cui fama presso di loro era tutta nell’incredulità”».
Rispetto alla famigerata “caccia alle streghe” di cui la Chiesa si sarebbe macchiata, Cammilleri ricorda che “la storia racconta invece che un recente conteggio degli accusati di stregoneria (solo accusati, non giustiziati) tra il 1500 e il 1777 (data dell’ultimo processo in Europa) fornisce la cifra di 7776 persone. La stessa ricerca dice che ‘le streghe’ erano soprattutto maschi e che le punte maggiori si ebbero nella Germania sud-occidentale e in Ungheria. Come si vede, siamo lontani dai ‘milioni’ di streghe bruciate in quei secoli e dall’insistenza anti-femminista della ‘caccia’ nell’epoca di Galileo, Keplero e Newton”.
Una realtà storica significativa si cela persino dietro la tradizione della colazione amata dagli italiani, e non solo. Se la mezzaluna evoca la “sottilissima falce”, cioè la forma della luna nel cielo allorquando i turchi conquistarono Costantinopoli nel 1453, “la luna crescente è il croissant francese, dolce inaugurato per scherno proprio all’assedio di Vienna del 1683 e coniugato col ‘cappuccino’ perché i turchi, messi in fuga dai cristiani guidati da Jan Sobieski, lasciarono immense quantità di caffè nel loro accampamento abbandonato, e i viennesi allungarono l’amaro caffè col latte; la nuova bevanda ricordava, nel colore, il saio di quel cappuccino italiano la cui predicazione infiammata li aveva salvati, padre Marco d’Aviano”.
Insomma, nel libro dell’apologeta Cammilleri si possono ritrovare davvero tanti spunti interessanti per stimolare l’approfondimento e riconsegnare alla verità storica molteplici eventi così frequentemente interpretati in maniera intenzionalmente ideologica dalla cultura dominante.
Articolo tratto da La Nuova Bussola Quotidiana del 26 marzo 2020
Articolo tratto da La Nuova Bussola Quotidiana del 26 marzo 2020
La cura dei malati ai tempi delle pestilenze
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
Come andavano le pestilenze quando gli ospedali erano gestiti dai religiosi? Quando non erano di uno stato che ha come unico criterio di diminuire la “spesa sanitaria” e poi si trova a non saper fronteggiare l’emergenza? Leggi la storia della carità cristiana che ha creato ospedali, medicine, formato medici, scienziati e ha donato all’umanità tanto sollievo nella sofferenza.
Anche la Cina ebbe la sua guerra civile
Così nel 1927-50 il Paese fu diviso dal conflitto tra nazionalisti e maoisti
![]() |
| Il Giornale, 2 marzo 2020 |
di Rino Cammilleri
L’ultimo imperatore cinese, come raccontato nel film di Bernardo Bertolucci del 1987, non era che un bambino di cinque anni di nome Aisin Gioro Pu Yi quando fu detronizzato dalla Rivoluzione Hsinhai nel 1911. L'anno dopo, Sun Yatsen proclamava la Repubblica. Il suo partito, Kuomintang, aveva però un'ala sinistra, comunista e capeggiata da Mao Tsetung, che aveva come riferimento Lenin. Ben presto i rapporti tra i due si fecero tesi, anche perché urgeva la modernizzazione a tappe forzate dell'immenso Paese di Mezzo e Sun Yatsen guardava a Occidente (cioè all'Intesa, negli anni della Grande Guerra). Quando a Sun Yatsen succedette Chiang Kai-shek la rottura con Mao divenne plateale. Così, sul finire degli anni Venti la guerra civile fu inevitabile. I dettagli li racconta Alberto Rosselli in La lunga guerra fratricida. La rivoluzione in Cina 1927-1950 (Fede & Cultura). Si procedette all'orientale, cioè con stermini reciproci. Ma Mao aveva alle spalle Mosca e questa lo rimpinzò di mitragliatrici, aerei, mortai. Il risultato fu il caos, del quale approfittò il vicino Giappone, che si impadronì di larghi tratti della costa.
A quel punto i due contendenti cinesi, i nazionalisti e i comunisti, si unirono contro lo straniero e la guerra all'invasore andò avanti fino a quando quest'ultimo non venne piegato dagli americani. Finita la tregua, Chiang e Mao ricominciarono a darsele di santa ragione. Ma adesso i comunisti potevano contare su Stalin e i suoi rifornimenti continui: armi e equipaggiamenti sottratti ai giapponesi. Nel 1948, forti di 1,5 milioni di soldati, 700mila guerriglieri fiancheggiatori, 23mila tra cannoni e mortai, i comunisti dilagarono, avvantaggiati dall'assoluto disprezzo per ogni legge di guerra: i prigionieri venivano fatti fuori, così da non dover provvedere al loro mantenimento.
Gli ex alleati occidentali abbandonarono i nazionalisti al loro destino. Il 15 gennaio 1949 risposero picche a una richiesta di mediazione avanzata da Chiang Kaishek. Così i 250mila nazionalisti di Pechino si arresero e nel 1950 tutta la Cina era in mano ai comunisti. Il grosso dell'esercito nazionalista riuscì a rifugiarsi nell'isola di Formosa (Taiwan). Scoppiata di lì a poco la guerra di Corea, la Cia appoggiò la formazione di un Corpo Giovanile di Salvezza Anticomunista, che impensierì i maoisti per diversi anni ancora tramite rapidi colpi di mano. Dal canto suo, Chiang Kaishek non cessò mai di chiedere l'appoggio degli americani. Ma fu Nixon ad accorgersi che la situazione era ormai irreversibile. Anche il Tibet ebbe la sua resistenza, che continuò in una lotta senza speranza fino al 1974. Il Dalai Lama ordinò la resa, ma molti preferirono suicidarsi. L'ultimo a cadere fu il tenente Gyato Wangdu, annientato con i suoi (pochi) uomini in un'imboscata sul confine col Nepal.
![]() |
| Clicca per info |
Gli ex alleati occidentali abbandonarono i nazionalisti al loro destino. Il 15 gennaio 1949 risposero picche a una richiesta di mediazione avanzata da Chiang Kaishek. Così i 250mila nazionalisti di Pechino si arresero e nel 1950 tutta la Cina era in mano ai comunisti. Il grosso dell'esercito nazionalista riuscì a rifugiarsi nell'isola di Formosa (Taiwan). Scoppiata di lì a poco la guerra di Corea, la Cia appoggiò la formazione di un Corpo Giovanile di Salvezza Anticomunista, che impensierì i maoisti per diversi anni ancora tramite rapidi colpi di mano. Dal canto suo, Chiang Kaishek non cessò mai di chiedere l'appoggio degli americani. Ma fu Nixon ad accorgersi che la situazione era ormai irreversibile. Anche il Tibet ebbe la sua resistenza, che continuò in una lotta senza speranza fino al 1974. Il Dalai Lama ordinò la resa, ma molti preferirono suicidarsi. L'ultimo a cadere fu il tenente Gyato Wangdu, annientato con i suoi (pochi) uomini in un'imboscata sul confine col Nepal.
Articolo di Rino Cammilleri da il Giornale, 2 marzo 2020
Münster 1534: la dittatura anabattista tra sangue, violenza e isteria collettiva
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
di Luca Fumagalli
Il XVI secolo tedesco fu senza ombra di dubbio un’epoca oscura e brutale, attraversata dalle mille contraddizioni del nascente protestantesimo.
Emblematico, in tal senso, fu il caso della rivolta anabattista a Münster, cominciata agli albori del 1534 e conclusasi tragicamente diciotto mesi dopo. Per quanto si tratti di un avvenimento marginale nel complesso panorama politico e religioso dell’epoca, la follia di cui furono vittima gli abitanti della città tedesca ben rappresenta gli esiti nefasti di quello spirito di rivolta nei confronti di ogni autorità, civile e morale, che diede il via all’epoca moderna (naturalmente con pesanti riverberi anche nel contemporaneo).
Münster, cittadina della Germania nord-occidentale di antica reggenza vescovile, era uno dei tantissimi territori che componevano il Sacro Romano Impero. I disordini scoppiarono con l’arrivo dei primi predicatori anabattisti dall’Olanda, i quali, nel giro di poco tempo, presero il potere saccheggiando chiese e devastando conventi. Il vescovo Franz Von Waldeck ordinò allora alle sue truppe di mettere sotto assedio la città: dalla settimana di Pasqua del 1534 Münster non ebbe più alcuna possibilità di contatto con l’esterno.
Il battesimo degli adulti, la condivisione coatta dei beni, la poligamia e la legge marziale furono solo alcuni dei cambiamenti introdotti in città dal nuovo governo con lo scopo di trasformare quel piccolo angolo dell’Impero in una sorta di paradiso terrestre, un’utopia di uguaglianza e felicità. Nel frattempo, incurante delle risorse sempre più scarse, Jan di Leida, proclamato “Re di Sion” con potere di vita e di morte sui propri sudditi, non si faceva troppi scrupoli a sequestrare ogni sorta di ricchezza per crearsi una corte scandalosamente sfarzosa.
Con l’arrivo del 1535 Münster si ritrovò allo stremo: gli attacchi da parte degli assedianti erano sempre stati respinti con successo, ma ormai gli abitanti erano sfiniti. Senza più cibo è addirittura probabile che, oltre a cucinare il cuoio o a mangiare l’erba, la città si sia data al cannibalismo. Complice il morale a terra, le truppe vescovili ebbero infine gioco facile a superare le ultime resistenze e a fare piazza pulita dei “profeti” e dei loro seguaci.
La strana e terribile storia della dittatura anabattista di Münster è raccontata per esteso nell’ottimo saggio Il re degli anabattisti di Friedrich Reck-Malleczewen, pubblicato per la prima volta nel 1937 e recentemente ristampato dalla casa editrice Fede & Cultura di Verona (edizione a cui sono lieto di aver contribuito con una breve prefazione).
Il fascino del volume, al di là del pregevole racconto storico, risiede soprattutto nella sua sconcertante attualità. Quel parallelismo che l’autore notava tra la Germania del XVI secolo e i totalitarismi novecenteschi – così evidente che il libero venne messo al bando dalle autorità del Terzo Reich – può a buon ragione essere esteso anche al presente. L’ingenuità con cui gli abitanti della città tedesca si arresero alle sciocchezze predicate loro dagli anabattisti ricorda il famoso aforisma chestertoniano sulla dabbenaggine della società che ha rinunciato a Cristo e alla Sua Chiesa: «Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede più in niente; comincia a credere a tutto».
Nella “Nuova Sion” anabattista – emblema di una Fede ridotta a strumento di potere – ognuno si inventava profeta per accampare diritti sul prossimo in un’isteria collettiva di visioni mistiche, massacri di innocenti, imprese grottesche, inganni e ipocrisie. Allo stesso modo nel mondo odierno, imbevuto di nichilismo, ogni cosa ha diritto di cittadinanza tranne ciò che è davvero essenziale.
Ecco perché le macerie di Münster, una sorta di cartolina infernale inserita a chiusura de Il re degli anabattisti, sono anche e soprattutto un prezioso monito per l’oggi.
Il libro: F. Reck-Malleczewen, Il re degli anabattisti, Fede & Cultura, 2020, 192 pagine, 20 Euro.
Link all’acquisto: https://www.fedecultura.com/Il-re-degli-anabattisti-p169581165
Recensione tratta da Radio Spada 16 febbraio 2020
Madri spirituali dell’antica Irlanda
di Paolo Gulisano
Il Cristianesimo irlandese dei primi secoli rappresenta una delle più straordinarie esperienze della storia della cristianità. Molto si è detto e scritto delle grandi figure di questa Chiesa, da San Patrizio, l’Apostolo dell’Irlanda, a San Brendano, a San Colombano, fino a San Malachia. Ancora si doveva leggere delle figure femminili dell’antica Irlanda, e Madri spirituali dell’antica Irlanda, il libro curato da Alberto Maria Osenga per Monasterium giunge a colmare questa lacuna offrendo le biografie di quattro figure di sante, tra cui Brigid, la Patrona d’Irlanda.
Nella comunità cristiana fondata da San Patrizio viene ricordata la presenza di donne. È il santo stesso a parlare, nella Confessione e nel suo altro scritto Lettera a Corotico delle donne, sia di nobile stirpe, che di condizione agiata, così come di schiave, probabili prigioniere di guerra, che entrarono a far parte della Chiesa primitiva. Alcune di esse, ricorda Patrizio, divennero vergini consacrate. La liberazione portata in Irlanda dall’annuncio di Patrizio riguardava tutti, anche le donne, che sono citate, come si diceva, come membra della Chiesa irlandese primitiva. Il volume ci racconta di Darerca, che sarebbe diventata madre di altri santi, di Samthann e Ita, e infine Brigid.
Oltre a Brigid di Kildare, la santa più famosa e celebrata, sono numerose le donne ricordate per il loro contributo all’edificazione della Chiesa delle origini in Irlanda, donne che vissero la loro santità sia come consacrate sia come spose e madri, nella propria isola come sul continente, esuli forzate o volontariamente missionarie. Si trattava di martiri, come Grimonia, uccisa per la Fede nel IV secolo presso Soissons, in Francia. La città di La Chapelle sorse intorno alla chiesa costruita a memoria di questa donna. I miracoli che seguirono la sua morte portarono al suo culto, e le sue reliquie, insieme a quelle di una sua compagna, anch’essa irlandese, Proba, furono conservate fin dal sedicesimo secolo nell’abbazia di Henin- Lietard a Douai.
Tra le altre figlie di Erin ricordate nel novero dei santi troviamo, nei primi tempi della Chiesa irlandese, la figura di Attracta. Il suo nome gaelico era Adhracht, un nome a lungo comune tra le ragazze irlandesi specie dell’ovest, area dell’isola di cui era nativa questa santa. Era infatti originaria di Achonry, nel Connaught, la più occidentale e selvaggia delle province irlandesi. La sua azione apostolica precedette quella della stessa Brigid: fu fondatrice di conventi nelle contee di Sligo e Roscommon, dove curava i malati e dava ospitalità e accoglienza ai poveri. La sua fama di santità si diffuse immediatamente dopo la morte, e le case da lei fondate divennero meta di pellegrinaggi, e il suo culto si diffuse in tutto l’ovest dell’isola.
Troviamo altre figure di sante fondatrici di monasteri, come Gobnait. Nativa di Ballyvourney, nella Contea di Cork, di questa santa del VI secolo si dice che fosse stata guidata da degli angeli nel trovare il luogo dove fondare il suo convento. Il nome gaelico significa “miele di api”, e la leggenda vuole che si servisse delle api per tener lontano i malintenzionati. La sua immagine raffigurata nella chiesa di Ballyvourney fu oggetto per secoli di grande devozione, invocata con successo per la cura di malattie.
Di questi ordini religiosi femminili della primitiva Chiesa Iberica, a partire dalla comunità di Santa Brigida, non è purtroppo rimasta alcuna traccia documentata delle regole. Tuttavia è possibile ritenere che si trattasse di una vita contemplativa attiva, fatta di preghiera e di lavoro in condizioni ambientali non sempre favorevoli, vissuta all’insegna di un cristianesimo esigente e appassionato. Se non ci sono pervenuti scritti, regole o statuti, quello che comunque è rimasto nella tradizione è stato il frutto di santità di quelle comunità, il segno di una presenza che trasformava profondamente la società.
Anche l’antico costume celtico del fosterage, l’adozione temporanea di figli, servì all’opera dell’evangelizzazione, come nel caso di Ita, o Mida, una donna della Contea di Limerick, vissuta alla fine del VI secolo, conosciuta come la “Brigida del Munster”, e che fu madre adottiva di diversi santi irlandesi, come il celebre Brendano di Clonfert. Fanchea di Rossory, nella settentrionale Contea di Fermanagh, nata all’inizio del sesto secolo, è ricordata come una delle prime suore nella storia irlandese. Fu lei a persuadere il fratello Enda, incerto sulla propria vocazione, a diventare monaco; una scelta felice, dal momento che Sant’Enda diventò uno dei fondatori del monachesimo irlandese.
Tra queste figure femminili della Chiesa irlandese delle origini tuttavia si distingue in modo incomparabile colei che accanto a San Patrizio siede come patrona d’Irlanda Santa Brigida, ovvero Brigid di Kildare, colei che è considerata la Maria dei Gaeli, la grande santa cristiana che portava il nome di una antica dea. Brigida contribuì in modo decisivo a diffondere il cristianesimo nell’isola di smeraldo secondo le sue forme squisitamente celtiche, ovvero mistiche, poetiche, visionarie, conciliandolo con l’antica sensibilità spirituale.
Le antiche fonti agiografiche ci danno testimonianza di una personalità eccezionale, di una donna che seppe vivere ed interpretare i sogni che la abitarono, che seppe dare concretezza alle promesse annunciate da Patrizio, riuscendo così a trasfigurare il proprio mondo. Ella sapeva contagiare col proprio entusiasmo tutti coloro che venivano in contatto con lei: in lei c’era tutta la forza, l’energia, la tenerezza e la determinazione delle antiche figlie di Erin, illuminata e consolidata dalla potenza della Fede cristiana. Rappresentò quindi la principale figura ponte tra l’antico paganesimo e la nuova fede.
Era nata nel 462, l’anno in cui Patrizio fondava la prima delle sue scuole ad Armagh, ma non esiste alcuna documentazione che i due santi si siano mai incontrati, anche se una leggenda vuole che i genitori di Brigida fossero stati battezzati dallo stesso Patrizio. Kildare, il suo luogo di nascita, un villaggio situato a circa trenta miglia ad ovest dell’attuale Dublino, era una delle località dove più precocemente si era formata un’attiva comunità cristiana. Il suo nome in lingua irlandese, Cill Dara, significa “la Chiesa della quercia”, che era stato l’albero sacro della religione druidica.
Quando Brigida fondò a Kildare il suo primo convento, intorno al 490, volle che nell’interno della chiesa ardesse in permanenza il sacro fuoco, vegliato dalle monache, a ricordo di quello acceso da Patrizio a Tara. Il nome Brigid deriva etimologicamente dal termine celtico brig che significa forza, valore, e quindi colei che è eccelsa. Tale nome ricorre in toponimi sia inglesi che continentali, come Brigantia, Bregenz, Briançon, Brianza.
La Chiesa fissò la sua festa liturgica nella data del 1 febbraio, facendola cioè coincidere con l’antica festività celtica di Imbolc. Questa era la seconda delle quattro grandi feste dell’anno celtico e cadeva appunto il 1° febbraio. Il termine significa “lustrazione” e il rituale ha lasciato ampie tracce nel folklore. Nella tradizione irlandese la festa era verosimilmente connessa con la dea Brigit e indicava l’esaltazione del fuoco e dell’acqua lustrale. Una festa di purificazione, significato che conserva tuttora nel suo aspetto cristianizzato: festa della Purificazione della Vergine e della Candelora.
Come già accaduto per altre antiche festività pagane, come Samain, il capodanno celtico del 1° novembre, divenuto festa dei Santi e dei defunti, al posto di Imbolc e della antica dea Brigid subentrò, proprio il 1° febbraio, il culto di Santa Brigida, la quale ereditò alcune caratteristiche della dea sua omonima: essa resta infatti ancora oggi protettrice di fabbri, poeti e medici e viene raffigurata nell’arte con una fiamma sopra la testa e, a volte, con accanto una mucca, che fu un altro attributo di Brigid.
Le interpretazioni della figura di Santa Brigida come una semplice sovrapposizione a precedenti culti druidici, per quanto suggestive, vengono smentite dalle fonti storiche che testimoniano l’esistenza di antichissime congregazioni femminili, che si raccoglievano in preghiera in cappelle e oratori. Il volume di Monasterium ci propone il testo del primo biografo della santa, Cogitosus, un monaco del VII secolo. Oltre alla narrazione agiografica, il testo ci fornisce una descrizione vivida della vita monastica irlandese, un modello che si diffonderà in molti paesi soprattutto dell’area celtica.
In conclusione, queste vite di sante ci fanno comprendere che il Medioevo, dalle sue origini fino al XIV secolo, valorizzò pienamente la santità femminile, e ci sarebbe voluta poi tutta l’energia della modernità per respingere la donna ai margini della vita sociale e religiosa, illudendola di una sedicente “emancipazione”, ma di fatto relegandola in una posizione borghesemente subordinata.
Perdita della libertà per volontà della maggioranza (dei politici)
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
di Paolo Gulisano
Nel 1707 la Scozia, attraverso l’Atto di Unione approvato dai Parlamenti inglese e scozzese, cessava di essere una nazione libera e indipendente. A partire dal 1° marzo di quell’anno, definito dai patrioti scozzesi annus horribilis, l’intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra.
Nel momento più oscuro della storia della nazione, in cui essa stessa, per volontà della maggioranza dei propri rappresentanti politici e dell’aristocrazia, rinunciava alla propria libertà consegnandola agli inglesi in cambio di vantaggi economici – peraltro riservati a una ristretta oligarchia – e della garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del XVII secolo e dalla Riforma protestante, Fletcher lasciò una dichiarazione che all’epoca poteva sembrare un sentimentale attaccamento alla tradizione e a un glorioso passato ormai tramontato, e che oggi, agli inizi del XXI secolo e alla luce degli avvenimenti che negli ultimi anni hanno visto il ritorno come protagoniste della storia le piccole patrie, tra le quali la stessa Scozia, assume invece una dimensione quasi profetica: “Sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione”
Paolo Gulisano, Il cardo e la croce
Quadrilogia
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
di Simone Giudici
La quadrilogia dei Bianchi, i realisti, e dei Blu, i rivoluzionari giacobini, è in linea con lo stile di Dumas, una commistione di storia e invenzione, e in questo caso la vicenda è ambientata tra la Rivoluzione francese e il periodo di ascesa di Napoleone. I romanzi, qui raccolti, si snodano intorno alla guerra franco-prussiana e al periodo del Terrore del 1793, dove la ghigliottina mieteva vittime senza tregua; fino al dissenso interno e all’assalto alla Convenzione nazionale nel 1795, per arrivare ai tentativi di colpo di Stato e alla campagna d’Egitto, dove un giovane ufficiale non ancora noto, Napoleone, si stava facendo largo tra alleanze e complotti.
Se pur distante dall’inserire giudizi espliciti sugli eventi, è evidente un’empatia con “gli ultimi”, quei soldati semplici e coraggiosi, quei popolani trascinati dalla voglia di cambiare, ma altrettanto evidente è la condanna, nelle meticolose descrizioni, verso la pura violenza della massa, verso la bassezza di chi condannava a morte senza bat- ter ciglio e soprattutto contro quella classe dirigente nuova che, sostituendo la vecchia dell’Ancien Régime, si stava consolidando come quella appena combattuta.
Per capire quei tumultuosi anni lasciamoci trasportare da un Dumas che voleva fare della Storia una storia sempre attuale.
I Bianchi e il Blu, Alexandre Dumas, pp. 720
Simone Giudici, Megliounlibro n. 88/2019 p. 18
“Il cardo e la croce”. Ovvero la lezione di libertà dei cattolici scozzesi
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
Cari amici di Duc in altum, oggi, nel giorno di sant’Andrea, parliamo di un bel libro dedicato alla Scozia, la terra della quale Andrea è il patrono. Il libro, Il cardo e la croce (Fede & Cultura, 192 pagine, 19 euro) è opera di un profondo conoscitore della storia scozzese, Paolo Gulisano.
Paolo, il sottotitolo del tuo libro Il cardo e la croce, dedicato alla Scozia, è Una storia di fede e libertà. Una storia nella quale i cattolici hanno giocato un ruolo decisivo, pagando un prezzo salatissimo in termini di martirio e persecuzione. Perché questo odio costante contro i “papisti”?
La Scozia è una piccola, magnifica terra, con un passato glorioso e doloroso e un presente e un futuro in incerto divenire. È una nazione con un forte senso di identità, che si è forgiato a partire dalla Fede cristiana. Non per niente la sua bandiera è una croce di sant’Andrea (il patrono della Scozia) bianca in campo blu. Il grande Chesterton – un inglese che tuttavia aveva anche un po’ di sangue scozzese – scriveva nella sua Storia d’Inghilterra: “I preti cattolici della Scozia diventarono il partito patriottico e anti-inglese; atteggiamento che poi dovevano conservare anche durante tutta la Riforma”. L’introduzione della Riforma in Scozia, nella sua versione calvinista, fu violentissima. A partire dalla seconda metà del Cinquecento si scatenò un’implacabile caccia al cattolico. Eppure l’antica Fede seppe resistere, in particolare nelle Highlands, le “terre alte” nel Nord del Paese, dove, nonostante le limitazioni imposte dalla legge, restò in vita un piccolo gregge.
Il grande, potente e ingombrante vicino della Scozia, l’Inghilterra, ha sempre guardato a quelle terre come a un bottino da arraffare. In che modo la religione è stata utilizzata a questo scopo?
Un paese come la Scozia, che nel Medioevo diede numerosissimi monaci evangelizzatori dell’intero continente, teologi come Duns Scotus e Riccardo di San Vittore, cavalieri crociati che partirono dalle brume delle Highlands per morire sulle sabbie torride della Palestina, ha conosciuto come pochi altri e con largo anticipo la crudezza della persecuzione religiosa, il cui obiettivo fu l’eliminazione della Libertas Ecclesiae, che è poi lo scopo di ogni rivoluzione, di ogni tentativo di esercizio arbitrario e totalitario del potere. Si colpisce la Libertas Ecclesiae perché laddove la Chiesa è libera nell’adempimento della sua missione – ossia andare con Cristo incontro agli uomini –, laddove c’è libertà per la Chiesa c’è anche libertà per l’uomo, dal momento che è scritto “La Verità vi farà liberi”. L’Inghilterra cercò di dividere il Paese, combattendo e rovesciando la dinastia cattolica degli Stuart, inviando in Scozia predicatori fanatici come John Knox, secondo l’antico disegno del Divide et impera. Purtroppo riuscì nel suo scopo.
Secondo te, che sei un amante della Scozia, della sua storia e delle sue tradizioni, qual è la caratteristica saliente dell’animus scozzese? E quanto è importante la componente cattolica nell’identità scozzese?
La caratteristica saliente è l’amore per la libertà. Nel 1320, dopo essersela conquistata sul campo di battaglia pochi anni prima, gli scozzesi vollero che fosse garantita dalla più alta autorità morale del tempo, quella del Papa. Così si radunarono in un’abbazia benedettina e redassero uno straordinario documento, la Dichiarazione di Arbroath, in cui chiedevano al Pontefice di sancire il loro diritto a esistere come nazione indipendente. Nel testo c’è un passaggio straordinario e commovente che è il seguente: “In verità non è per la gloria, non per le ricchezze, non per gli onori che noi combattiamo, ma per la libertà… per quella sola, a cui nessun uomo retto rinuncerebbe, anche a prezzo della vita stessa”. Durante la Riforma, quando il calvinismo di John Knox scatenò una terrificante e devastante persecuzione della Chiesa, l’abbazia di Arbroath fu, significativamente, rasa al suolo, diventando una cava di pietre. Il retaggio cattolico doveva essere cancellato. Invece sopravvisse, ma diventò inevitabilmente una componente minoritaria.
“Conservate la fede con gioia” disse Giovanni Paolo II ai giovani cattolici incontrati a Glasgow nel 1982. Qual è lo stato di salute della Chiesa cattolica in Scozia?
Il viaggio di Giovanni Paolo in Scozia fu la realizzazione di un sogno a lungo coltivato e frustrato per i cattolici scozzesi: vedere riconosciuta la propria legittima presenza nel Paese, il proprio ruolo, il proprio contributo all’edificazione della nazione. Fu un momento intenso e commovente. Il Papa ricordò agli scozzesi il retaggio più importante lasciato dai loro padri: la santa fede cattolica. E aggiunse queste parole: ”Voi attingete le vostre origini in un glorioso passato, ma non vivete nel passato. Appartenete al presente, e la vostra generazione non deve accontentarsi di riposare sugli allori conquistati dai vostri padri e antenati. Dovete dare la vostra risposta alla chiamata di Cristo perché lo seguiate ed entriate con lui come coeredi nel Regno del Padre. Ma ci sembra più difficile seguire Cristo oggi che in passato”. Parole verissime. La Chiesa in Scozia oggi soffre, come dovunque, di un calo di vocazioni religiose. Anch’essa ha conosciuto, anche se in maniera molto minore che nella vicina Irlanda, lo scandalo degli abusi sessuali del clero. Nel 2013, alla vigilia del conclave che avrebbe eletto al soglio pontificio il cardinale argentino Bergoglio, l’arcivescovo di Edimburgo e primate di Scozia, il cardinale O’Brien, fu costretto a dimettersi dopo le accuse nei suoi confronti di alcuni sacerdoti che da seminaristi erano stati oggetto delle sue advances sessuali.
Oggi in Scozia la figura di maggior spicco nella Chiesa è l’arcivescovo di Glasgow Philip Tartaglia, di origini italiane ma è profondamente radicato nella cultura e nelle tradizioni scozzesi, un prelato che ho l’onore e il piacere di conoscere personalmente. Proprio monsignor Tartaglia mi ricordava recentemente che oggi il principale problema della Chiesa in Scozia non è più, come in passato, il confronto-scontro con altri cristiani, come i protestanti, ma con una cultura dominante che è anti-cristiana tout court. La cultura della secolarizzazione imperante che in Gran Bretagna è particolarmente aggressiva e intollerante.
Nel movimento indipendentista scozzese è possibile rintracciare anche contenuti di carattere religioso?
Il movimento indipendentista è molto attento a far sì che non riemergano le forme di settarismo che in passato, fino a non molti anni fa, hanno funestato la vita pubblica in Scozia. Per questo è un movimento senza riferimenti confessionali. In esso militano cattolici e protestanti, e c’è persino qualche rappresentante politico di religione mussulmana. Non è tuttavia uno pseudo-neutralismo, come quello che conosciamo nel resto d’Europa: sembra essere un autentico rispetto dei diritti di ogni persona, compresi i diritti religiosi. Ci sono poi esponenti politici che personalmente testimoniano la propria fede nell’agire politico, difendendo quelli che un tempo non lontano (anche se oggi appare remoto) erano chiamati “valori non negoziabili”.
“Sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione”, scrisse nel 1707 Andrew Fletcher, paladino delle libertà del popolo scozzese. Nell’era della globalizzazione c’è ancora qualcosa di vero in questa affermazione di sapore romantico?
Nel 1707 la Scozia, attraverso l’Atto di Unione approvato dai parlamenti inglese e scozzese, cessava di essere una nazione libera e indipendente. A partire da quell’anno, definito dai patrioti scozzesi annus horribilis, l’intera isola britannica ricadde sotto un unico governo, quello di Londra. Nel momento più oscuro della storia della nazione, quando essa stessa, per volontà della maggioranza dei propri rappresentanti politici e delle oligarchie, rinunciava alla propria libertà consegnandola agli inglesi in cambio di vantaggi economici – peraltro riservati ad una ristretta oligarchia – e della garanzia che sarebbero stati mantenuti gli assetti civili e religiosi determinati dalla Rivoluzione del diciassettesimo secolo e dalla Riforma protestante, Fletcher fece una dichiarazione che all’epoca poteva sembrare un sentimentale attaccamento alla tradizione e ad un glorioso passato ormai tramontato, e che oggi, agli inizi del XXI secolo e alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni nello scontro tra Globalismo e Identità, assume invece una dimensione quasi profetica. Le “ballate” stanno a significare non già un’espressione intellettuale e romantica, ma la memoria tenace della storia. D’altra parte, come diceva il grande scrittore americano John Steinbeck, quella della Scozia non è una causa persa. È una causa ancora non vinta.
Mussolini ateo militante
![]() |
| Clicca per info e acquisti |
di Francesco Agnoli
Dio non esiste è un testo filosofico di Benito Mussolini, del 1904, piuttosto raro, quasi introvabile, nonostante all’epoca gli sia valso la stima e la considerazione di molti rivoluzionari.
Eppure rileggere oggi l’opuscolo mussoliniano è assai utile per comprendere una componente fondamentale del pensiero politico dominante nella prima metà del Novecento.
Infatti, come tanti storici hanno messo in luce, l’assolutizzazione della politica, la trasformazione del Partito in una chiesa, dell’ideologia politica in una dottrina di Salvezza, di alcuni uomini in Profeti (o, hegelianamente parlando, in “uomini cosmico-storici”), ha il suo fondamento proprio nella “morte di Dio”, o, per meglio dire, nella profonda marginalizzazione della visione cristiana del mondo che aveva dominato l’Europa per secoli.
L’epoca in cui Mussolini scrive è segnata dalla sostituzione delle fede in un Dio trascendente, nella Salvezza come prospettiva ultraterrena, con nuove fedi secolari, immanenti, atee o panteiste: la fede nello Stato, nel Partito, nella Razza, nella Classe sociale, nella Nazione, nell’Umanità, nel Progresso, nella Scienza e nella Tecnica…
In nome di queste nuove fedi milioni di uomini sognano, combattono, lottano, e danno persino la vita, certi di edificare un “mondo nuovo”, di realizzare un regnum hominis che appare a portata di mano, che sembra raggiungibile mettendosi alla sequela dei vari Lenin, Mussolini, Hitler, Mao Tse Tung…
Rileggere oggi l’opuscolo di Mussolini è dunque assai utile non solo per comprendere meglio la formazione culturale del fondatore del fascismo, ma anche per mettere a fuoco, anche attraverso le note al testo, le affinità profonde, spesso dimenticate, eppure evidenti, esistenti tra i tre totalitarismi novecenteschi.
L’appendice in calce al testo, infine, permette di valutare quanto le idee del giovane Mussolini siano rimaste vive ed operanti, come fondamenta “teologiche” su cui costruire la “rivoluzione fascista”, anche nel prosieguo della sua esistenza.
Ettore
![]() |
| Clicca per info |
Ettore di Troia
(XII?
sec. A.C.)
Domanda
Caro Ettore, se fossi venuto al mondo, diciamo 1.500
anni dopo, oggi saresti “santo” nel calendario cristiano. Saresti santo per la
tua eroica abnegazione, per le tue eroiche virtù di padre, marito, difensore
dei valori, della tua patria, valoroso e compassionevole con i nemici. Invece
sei personaggio mitico dell’epica omerica. Ma permettimi di sognare di proporti
santo mitico e virtuale. Peraltro, lo stesso divin poeta Dante ti mette nel
Limbo con Enea. Anche perché sei stato sconfitto, essendo certo che ciò avvenisse,
perciò sacrificandoti, da quell’arrogante guerriero (semi-invulnerabile) greco
di nome Achille.
Risposta
(interpretata)
Grazie caro Ettore, vorrei solo ricordare le
bellissime considerazioni che fece il poeta Ugo Foscolo nei Sepolcri: “E tu onore di pianti, Ettore,
avrai, ove fia santo e lacrimato il sangue per la patria versato, e finché il
sole splenderà su le sciagure umane”. Ma chi ti dice poi che io sia stato solo
un personaggio mitico creato da Omero? Hai mai letto delle ricerche fatte dall’archeologo
tedesco Schliemann nel 1873 (quello che ha
ispirato le storie di Indiana Jones)?
Ettore Gotti Tedeschi, Colloqui minimi, p. 19
La Vandea raccontata da Jules Verne
![]() |
| Clicca per info |
di Paolo Gulisano
Jules Verne: un nome che generazioni di lettori hanno imparato a conoscere attraverso i suoi capolavori immortali: Viaggio al centro della terra, Il giro del mondo in ottanta giorni, Michele Strogoff, Ventimila leghe sotto i mari e tanti altri. Verne pubblicò nel corso della sua vita un centinaio di romanzi. Era nato l’8 febbraio 1828, e si spense il 24 marzo 1905. Aveva attraversato tutto il XIX secolo, aveva accompagnato la trasformazione del mondo attraverso le invenzioni di macchine che lui stesso, con la sua fantasia, aveva anticipato. Aveva sognato razzi che portano l’uomo dalla Terra alla Luna, aveva immaginato sommergibili come il Nautilus, aveva precorso i tempi.
Per molti, Verne fu dunque, con i suoi racconti fantastici, un anticipatore del futuro, e quindi un cantore delle magnifiche sorti e progressive. In realtà Jules fu ben altro. Fu anzitutto
Sradicare la fede
![]() |
| Clicca per info |
Forse non tutti sanno che il Risorgimento è stato, anche, un violento tentativo di sradicare la fede cattolica dal cuore e dalla mente della popolazione italiana. Per giustificare la propria condotta e dare qualche parvenza di credibilità alla propria azione politica, i Savoia e i liberali hanno proseguito nella “congiura all’aria aperta” ideata da Massimo D’Azeglio.
Prendendo atto della realtà, D’Azeglio riconosceva che, non essendoci le forze per fare la guerra, bisognava ricorrere alla propaganda e buttarsi nel “campo della opinione e della
Il genocidio dei cattolici della Vandea
Angela Pellicciari a Radio Maria parla del romanzo "Il conte di Chanteleine", l'epopea dei cattolici perseguitati e massacrati in Vandea: https://www.fedecultura.com/Il-conte-di-Chanteleine-p137713759.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Ci siamo spostati dopo 13 anni
Cari amici, era il 2 novembre 2009 quando prendevamo in mano questo blog e gli davamo una nuova vita, come "voce culturale ufficiale...
-
Gentili Amici, in questi giorni di feroce e ostile insidia alla Chiesa e al Papa, in questi momenti in cui si eliminano con violenza i suo...
-
Clicca per info e acquisti (Mt 7, 15-20) Carissimi lettori de Il Granellino, fate attenzione a certi ministri della parola di Dio che d...
-
Clicca per info e acquisti domani Martedì 16 aprile ROMA – ore 12.00 – Hotel Nazionale – Piazza Montecitorio Conferenza stampa in...
















