Gesú ti ama e ti conosce! Non pretendere da te stesso quello che nemmeno Lui ti chiede! Accogli l’amore paziente di Dio.
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Conosci la Festa del Volto Santo di Gesù?
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Il messaggio del Sacro Volto fu dato a suor Suor Maria di San Pietro di cui si può legge la vita e l'opera "Voglio contemplare il Tuo Volto". Il libro contiene le rivelazioni della suora destinataria dei messaggi celesti per la devozione al Volto Santo in spirito di riparazione per le continue offese fatte a Dio.
C’è un curioso contrasto tra la Francia dell’Ottocento impregnata di spirito laicista e la quantità di “irruzioni” soprannaturali che in parallelo hanno disseminato il Paese di santità e richiamato alla fede. Proprio nella prima metà del secolo si svolge la breve ma straordinaria vicenda terrena di Suor Maria di San Pietro (1816-1848), destinataria di messaggi celesti e ispirata a promuovere la devozione alla Santa Infanzia e al Volto Santo in spirito di riparazione delle continue offese fatte a Dio. L’opera scaturita dalla sua esperienza mistica ha tra i suoi protagonisti il venerabile Léon Dupont, noto come “il sant’uomo di Tours”, ma soprattutto, alcuni decenni dopo, fece nascere un diffuso movimento spirituale che avrà grande influenza sulla famiglia Martin e sulla loro figlia più nota: Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, la piccola carmelitana di Lisieux.
Suor Maia di San Pietro, Voglio contemplare il Tuo Volto
La sesta tromba dell'Apocalisse
I castighi di Dio sono uno strumento del suo amore e un mezzo di salvezza che Egli ci offre per ravvederci da un comportamento contrario al bene. Il coronavirus è un castigo divino? Come reagiamo di fronte a questo flagello?
Una lettura di alcuni versetti del libro dell'Apocalisse di san Giovanni è illuminante per noi oggi.
Leggi "Apocalisse - Avvertimento, speranza e consolazione" di Michael D. O’Brien.
Monasterium / Voci dall’eremo in tempo di clausura
In questi giorni di clausura forzata non ci farà male dedicarci a buone letture. Segnalo a questo proposito una bella collana di tesori della tradizione monastica riscoperti grazie a padre Michele Di Monte, eremita che vive sulle montagne sopra Lecco, a Vendrogno. Una clausura, la sua, scelta per fede, ma che può dire qualcosa di utile e di bello anche a noi che stiamo vivendo una clausura imposta dal coronavirus.
L’Eremo degli Angeli di Vendrogno, a mille metri di altitudine, si raggiunge a piedi, dopo aver lasciato l’auto. Padre Michele ha trovato qui il suo “lembo di cielo” e da alcuni anni vive in una piccola baita in pietra e legno. Indossa l’abito ambrosiano nero e porta la barba, che per Cassiano serve a tener calda l’infanzia spirituale e per la tradizione orientale significa rimanere fedeli a come ci ha fatto Dio. Ma certamente, precisa, “la barba non basta a fare santo il monaco: anche le capre, ammonisce san Girolamo, hanno la barba!”.
Le giornate nell’eremo incominciano alle quattro del mattino e sono scandite dalla preghiera e dal lavoro: orto, taglio della legna, studio, traduzione dei Padri della Chiesa e dell’Oriente cristiano.
È nata così la casa editrice Monasterium, dedicata proprio alla spiritualità monastica occidentale e orientale, con titoli come Diventare monaci. Per un rinnovamento del monachesimo occidentale secondo la Regola di san Benedetto, di Gabriel Bunge, (sull’utilità della Regola di san Benedetto, per i religiosi come per i laici, e l’importanza del monachesimo per il mondo occidentale); Regole monastiche celtiche. Lo Spirito che soffia dal Nord, di Alberto Maria Osenga (sulla singolarità del cristianesimo celtico nella vita dei monaci gaelici); Il mistero della fede. Tesori di spiritualità ortodossa, di Ilarion Alfeev (sulla scoperta del patrimonio della fede ortodossa complementare rispetto alla spiritualità occidentale, perché per respirare l’aria pura della fede occorre utilizzare entrambi i polmoni della cristianità).
I libri, quasi tutti inediti in italiano, sono scelti da padre Di Monte con l’intento di proporre testi di tradizione monastica ma alla portata di tutti.
Milanese di origine, padre Michele è entrato in seminario a diciotto anni e a ventuno, dopo un pellegrinaggio a Gerusalemme, ha avvertito la prima chiamata alla vita eremitica. Oggi vive dell’aiuto della Provvidenza ed è sempre disponibile (ovviamente parliamo della situazione prima che scoppiasse la pandemia) a incontrare le persone disposte a salire fino all’eremo: “Vengono da me per lo stesso motivo per cui un tempo si andava dai Padri del deserto. Per avere una parola di speranza, in un mondo che forse la sta smarrendo”.
“Molti mi parlano dell’invasività e del rischio di dipendenza dal web. La verità è che oggi abbiamo paura di rimanere da soli con noi stessi, di ascoltare i nostri pensieri. Non si è capaci di gestire la tristezza e l’accidia, e finiamo per riempire tutti gli spazi con qualcosa. Capisco le preoccupazioni dei genitori, ma non bisogna nemmeno esserne terrorizzati. I problemi, rispetto al passato, sono solo amplificati. L’uomo è sempre lo stesso. E non è diverso da me: lo provo qui nella solitudine, ascoltando la mia miseria e ciò che Dio fa per me”.
La riscoperta dei padri della fede da parte di Monasterium risponde a un bisogno avvertito soprattutto dai giovani: “Cristo è venuto a offrirci la salvezza, ma occorre che andiamo a riscuoterla. Tocca a noi incontrare il Signore misericordioso: non a caso Gesù incontra chi esce dall’anonimato della folla, come Zaccheo: basterà gridare o arrampicarsi su un albero per vederlo. Ma sta a noi farlo”.
La domanda decisiva è quella che Gesù stesso si è posto: “Quando tornerà, il figlio dell’uomo troverà la fede sulla Terra? E se torna in questo preciso momento, come mi trova? Bisogna esser pronti”.
Nel sito di Monasterium si possono trovare tutti i libri disponibili. Dopo il benvenuto “sulla soglia del paradiso”, basterà viaggiare fra i titoli, come Un lembo di vita buona. Come riposare nel cuore di Dio, degli Antichi autori certosini (meditazioni spirituali sulla potenza della devozione al Sacro Cuore di Gesù per scoprire dove si compie la Salvezza e qual è la fonte della nostra felicità); La preghiera e la sublime vita in solitudine, di Martyrius Sahdona; La rosa e l’ambrosia. Fiori di mistica del deserto, curato da padre Di Monte e dedicato alle vite di anime di grande spiritualità che hanno reso possibile la rifioritura di lande desolate.
Tante proposte, per vivere l’isolamento non come punizione, ma come opportunità sulla via della santità e nel segno della bellezza.
Benedire Dio per il coronavirus?
Nella incertezza e nel dolore c'è una perla preziosa. Possiamo davvero entrare nella lode e nella benedizione per quello che stiamo vivendo? Se la prospettiva è quella dell'eternità è possibile! Abbiamo anche noi la possibilità di diventare testimoni credibili per questo mondo che ha perso la rotta!
Scopri gli strani casi di fedeli che hanno saputo dare la loro testimonianza credibile nelle situazioni più assurde!
Quaresima: il digiuno, la confessione e l’elemosina
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di Francesco Agnoli
Il tempo di quaresima è segnato da alcuni gesti forti, importanti.
In particolare la tradizione cristiana ha sempre insistito sulla necessità di praticare in special modo, in questo tempo liturgico, il digiuno, la confessione e l’elemosina.
Dai microfoni di radio Maria padre Livio invita spesso gli ascoltatori al digiuno in senso lato: non solo rinuncia al cibo, magari per dare ciò che ci si è tolti, ad altri, ma anche “digiuno degli occhi”, “digiuno delle orecchie”, “digiuno della lingua”.
Se in passato rinunciare al cibo poteva essere un gesto forte, per esercitare la temperanza, l’autocontrollo, il dominio dello spirito sul corpo, oggi è più urgente disfarsi delle mille sollecitazioni sensoriali, visive, tattili che il mondo ci presenta per distrarci, per intrattenerci, per anestetizzare la nostra sana inquietudine di uomini.
Televisione, radio, internet…sono un pullulare di sollecitazioni che, sommate l’una all’altra, rischiano di seppellire i veri desideri della mente e del cuore.
L’indifferentismo rispetto alla fede, alla vita, al prossimo, è agevolato da questa possibilità che abbiamo di entrare in contatto continuo con un mondo lontano, virtuale, finto, per staccare la spina rispetto alla realtà vicina, al prossimo, a Dio.
Per questo giustamente padre Livio ci invita a “liberarci” dalle svariate distrazioni, per concentrare il nostro sguardo, il nostro ascolto, i nostri silenzi, da cui siamo spesso così spaventati, verso le cose che contano. Perché la voce di Dio non può parlare all’uomo indaffarato soverchiamente nel chiassoso nulla.
Oltre al digiuno, la confessione. Il cardinal Raymond Burke, nei suoi “Esercizi spirituali ai sacerdoti” (Fede & Cultura), insiste molto su questo sacramento dimenticato. Confessarsi significa riconoscersi peccatori, non in senso generico, ma verso Qualcuno.
Significa sentirsi bisognosi di perdono, di grazia, di misericordia: senza questa disposizione del cuore, superficialità di vita e superbia mettono radici nel cuore dell’uomo, trasformandolo in una creatura orgogliosa e tronfia del suo nulla.
Ma è ai sacerdoti che il cardinal Burke si rivolge, definendoli, prima ancora che“guide morali”, “araldi e strumenti della misericordia di Dio”, e dicendo loro che “soltanto quando i fedeli avranno raggiunto una più profonda conoscenza della Divina Misericordia, ascolteranno la chiamata alla conversione e alla donazione della loro vita a Dio, cosicché Egli potrà perdonare i loro peccati e rafforzarli nel proposito d’emendamento. E’ soltanto nella luce della bontà divina che riusciamo a capire che cos’è il peccato!”.
E qui il cardinale consiglia ai sacerdoti di confessare spesso, di ritirarsi volentieri in questo piccolo ospedale dell’anima in cui si operano guarigioni e riconciliazione che è il confessionale, e di confessarsi spesso. Essendoci, a mio parere, un grave rischio: se il sacerdote sale solo sul pulpito, e non sta mai in confessionale, ad ascoltare le colpe altrui, a denunciare le proprie, le sue omelie saranno improntate o ad un freddo e duro moralismo, o allo sciocco utopismo del tempo e delle mode.
Perché è nel confessionale che il sacerdote diventa conoscitore dell’animo umano, della sua fragilità, della sua debolezza, ed anche dei suoi slanci vitali, delle sue aspirazioni. Ed è questo il campo di battaglia in cui si impara a tenere al centro la Verità, accompagnata però dalla Misericordia, senza trasformare la Verità in ideologia né la Misericordia in buonismo.
L’ultimo elemento classico della quaresima cristiana è l’elemosina, che, secondo i Padri della Chiesa, “copre la moltitudine dei peccati”. Il dovere dell’elemosina si ricollega fortemente alla carnalità di Cristo, ed è per questo che viene spesso frainteso: quando diventa, per chi fa del cristianesimo una filosofia morale, solo esigenza di giustizia sociale; oppure quando il riferimento ai poveri, ai bisognosi, al dovere cristiano di soccorrere e di sovvenire, appare alle orecchie degli spiritualisti come qualcosa di troppo umano, di poco elevato, di confondibile con dottrine materialiste moderne. “Date dunque ai poveri: lo prego, lo esorto, lo comando, lo ingiungo”, scriveva sant’Agostino, mentre il Crisostomo insegnava che la ricchezza non è male, ma “il peccato sta nell’usare male di essa, non ripartendola tra i poveri”.
Dio, proseguiva, “non ha fatto nulla di malvagio. Tutto è buono, o addirittura molto buono. Anche le ricchezze lo sono, a condizione che non dominino chi le possiede, e che servano a porre rimedio alla povertà”. Povertà nostra e altrui che rimarrà sempre con noi, sino alla fine dei tempi, in varie forme e modi, come segno del nostro limite e come appello al nostro cuore.
Francesco Agnoli, La Voce del Trentino, 26 febbraio 2020
Temo i vescovi
... la mia ricchezza, questo il costo dei miei peccati, viaggiare incessantemente in mezzo a tali prove e che esse mi vengano inflitte da persone dalle quali non me le aspettavo in alcun modo ... io ormai non temo nessuno temo quanto i vescovi, ad eccezione di pochi.
(San Giovanni Crisostomo, Lettera 9 a Olimpiade)
(San Giovanni Crisostomo, Lettera 9 a Olimpiade)
Natale 2019
di Mons. Gino Oliosi (esorcista)
La memoria del bimbo nel presepe è all’origine della sua presenza sacramentale da risorto oggi nella Confessione, Comunione, Carità natalizie e dell’attesa del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi
La memoria richiamata nel bimbo del presepe è all’origine della sua presenza sacramentale di crocefisso risorto nella Confessione, Comunione e Carità natalizia, nell’attesa del suo ritorno glorioso alla fine di questo mondo e della storia umana con il solo futuro di chi ha posto fiducia nella verità e nell’amore con la sola forza della verità e dell’amore. Il Bimbo nel presepe è davvero il Figlio di Dio, il Figlio del Padre nello Spirito Santo in un volto umano verginalmente concepito e partorito in Maria. Dio, unico nel suo essere, non è una solitudine perenne, ma, un circolo d’amore nel reciproco darsi e ridonarsi, Egli è il Padre, Figlio e Spirito Santo. E immagine di Lui è ad iniziare l’uomo e la donna nella loro reciprocità di amore.
Ancora di più: in Gesù Cristo, il Figlio di Dio, Dio stesso, Dio da Dio come Verbo del Padre nello Spirito santo, si è fatto uomo, ha assunto come Persona e natura divina anche un volto umano. A Lui il Padre dice: “Tu sei mio figlio”. L’eterno oggi di Dio è disceso nell’oggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi temporale, passeggero nell’oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi oggi eucaristicamente a noi e continui ad operare nell’amore per nostro tramite. Questo nella Confessione, nella Comunione, in gesti di Carità è Natale: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere perdonati con Lui, diventare simili a lui nell’amore. Ha scelto all’origine dell’incarnazione come suo segno sacramentale il Bimbo nel presepe e oggi la particola: Egli è oggi sacramentalmente così ma verrà glorioso. In questo modo impariamo a conoscerlo, ad amarlo a servirlo. E su ogni bambino con cui Lui si è unito rifulge qualcosa del raggio di quell’oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare e alla quale dobbiamo sottometterci nel suo essere dono unico e irripetibile – su ogni bambino, anche su quello non ancora nato per cui la castità ci impedisce di profanare la sessualità fuori del matrimonio e disgiungerla dall’apertura alla fecondità.
Ascoltiamo una seconda parola della liturgia di questa Notte santa, questa volta presa dal libro del profeta Isaia: “Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (9,1). La parola “luce” pervade tutta la liturgia di questa Santa Messa. È accennata nuovamente nel brano tratto dalla lettera di san Paolo a Tito: “È apparsa la grazia” (2,11). L’espressione “è apparsa” appartiene al linguaggio greco e, in questo contesto, dice la stessa cosa che l’ebraico esprime con le parole “una luce rifulse”: l’”apparizione” – l’”epifania” – è l’irruzione della luce divina nel mondo pieno di buio e pieno di problemi irrisolti. Infine, il Vangelo ci racconta che ai pastori apparve la gloria di Dio e “li avvolse di luce” sui loro problemi (Lc 2,9). Dove compare la gloria cioè la verità e l’amore di Dio, là si diffonde nel mondo la luce. “Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre”, ci dice san Giovanni (1 Gv 1,5). La luce è fonte della vita.
Ma luce significa soprattutto conoscenza, significa verità col buio della menzogna e dell’ignoranza: Così la luce ci fa vivere, significa anche amore. Dove c’è amore, emerge una luce nel mondo; dove c’è odio, il mondo è nel buio. Sì’, nella stalla di Betlemme è appara la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria – la gloria della verità e dell’amore, che dà in dono sé stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell’amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato e tocca uomini e donne, “li ha avvolti di luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri, l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, soprattutto la grazia del perdono. A partire da Betlemme una sola luce, di amore, di verità pervade i secoli. Se guardiamo ai santi- da Paolo ad Agostino fino a san Francesco e a Santa Teresa di Calcutta – vediamo questa corrente di bontà, questa via di luce che, sempre di nuovo, si infiamma al mistero di Betlemme, a quel Dio che si è fatto Bambino. Contro la violenza di questo mondo Dio oppone, in quel Bambino, la sua bontà e ci chiama a seguire il Bambino.
Il vero mistero del Natale è lo splendore interiore che viene a questo Bambino nei segni dell’Albero e del Presepe. Lasciamo che tale splendore interiore si comunichi a noi, che accenda nel nostro cuore la fiammella della bontà di Dio in noi; portiamo tutti, col nostro amore, la luce nel mondo! Non permettiamo che questa fiamma luminosa accesa nella fede si spenga per le correnti fredde del nostro tempo nonostante tante luminosità esterne! Custodiamola fedelmente nella Confessione e nella Comunione facciamone dono agli altri! In questa notte, nella quale guardiamo verso Betlemme, vogliamo anche pregare in modo speciale per il luogo della nascita del nastro Redentore e per gli uomini che là vivono e soffrono. Vogliamo pregare per la pace in terra Santa e nel Mondo. Guarda Signore, quest’angolo della terra che, come tua patria, ti è tanto caro! Fa che lì rifulga la tua luce! Fa’ che lì arrivi la vera pace più forte di quella del terrore che oggi ogni guerra nucleare è rischio della fine del mondo, di tutti!
Con il termine “pace” siamo giunti alla terza parola-guida della liturgia di questa Notte santa. Il Bambino che Isaia annuncia da lui chiamato “Principe della pace”. Del suo regno si dice: “La pace non avrà mai fine”. Ai pastori si annuncia nel Vangelo la “gloria di Dio nel più alto dei cieli” e la “pace in terra…”. Una volta si leggeva e si diceva giustamente: “...agli uomini di buona volontà” che consentono a Dio di far giungere il suo amore fino al perdono; nella nuova traduzione si dice: “…agli uomini che egli ama”. Che significa questo cambiamento? Non conta forse più la buona volontà perché fa tutto Dio? Poniamo meglio la domanda: Quali sono gli uomini che Dio ama, e perché li ma? Dio è forse parziale? Ama forse soltanto alcuni e abbandona gli altri a sé stessi? Il Vangelo risponde a queste domande mostrandoci alcune precise persone amate da Dio. Ci son persone singole -Maria, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna ecc. Ma ci sono anche due gruppi di persone: i poveri pastori e i sapienti dell’Oriente, i così detti re magi. Soffermiamoci in questa notte su pastori. Che specie i uomini sono? Nel loro ambiente i pastori erano disprezzati; erano ritenuti poco affidabili soprattutto con pecore nere e, in tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se con questo termine si intendono persone di virtù eroiche. Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti! Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino alle loro pecore. Ma vale anche in senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio, per l’Annuncio dell’Angelo come Maria e Giuseppe. La loro vita non erta chiusa in sé stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di qualche cosa, in attesa finalmente dell’amore di Dio per accoglierlo. La loro vigilanza era disponibilità originaria in ogni uomo senza della quale l’amore di Dio non può arrivare – disponibilità ad ascoltare cioè a congiungere all’udire l’obbedire, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue, anche peccatori. Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore non trova presso di loro nessun accesso. Essi credono di non aver bisogno di Dio; non lo vogliono nel loro libero arbitrio. Altri che forse moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà, anche se non ne hanno un’idea precisa. Nel loro animo aperto all’attesa la luce di Dio può entrare, e con essa il suo amore fino al perdono e quindi la sua pace. Dio cerca persone che portino e comunichino il suo amore, la sua pace. Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore alla missione. Facciamo in grado di rafforzare la nostra fede donandola.
Tra i cristiani la parola pace ha poi assunto un significato tutto speciale: è diventata una parola per desinare la comunione nell’Eucaristia. In essa è presente la pace di Cristo. Attraverso tutti i luoghi dove si celebra l’Eucaristia una rete di pace si espande sul mondo intero. Le comunità raccolte intorno all’Eucaristia costituiscono un regno della pace come il mondo. Quando celebriamo l’Eucaristia coi troviamo a Betlemme, nella “casa del pace”. Cristo si dona a noi e ci dona con ciò la sua pace. Ce la dona perché noi portiamo la luce della pace nel nostro intimo e la comunichiamo agli altri; perché diventiamo operatori di pace e contribuiamo anche politicamente alla pace nel mondo. Perciò preghiamo: Signore, compi la tua promessa! Fa’ (e la nostra preghiera rende possibile a Dio di operare con gli uomini dal libero arbitrio) che là dove c’è discordia nasca la pace! Fa che emerga l’amore là dove regna l’odio! Fa’ che sorga la luce dove dominano le tenebre! Facci diventare portatori della tua pace!
La devozione più nobile
La devozione all'Eucaristia è la più nobile perché ha progetto Dio; è la più salutare perché ci dà l'autore della grazie; è la più soave perché soave è il Signore.
San Pio X
Durezza di Dio? No: giustizia
Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso [il suicidio]... Da quando il Verbo avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore in disperazione. Nè nell'attimo del particolare giudizio, nè, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio Finale, nè mai. Durezza di Dio questa? ... Dio Dirà: "Tu hai giudicato... di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: 'Dio non mi perdona... esco dalla vita senza rimorsi', senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero raggiunto se tu fossi venuto nel mio paterno seno. E come hai giudicato, abbiti. Io non violento la libertà che ti ho data".Da L'Evangelo come mi è stato rivelato, di Maria Valtorta
Provvidenza
Dio continua a intervenire nella storia dell’uomo come un padre che si preoccupa dei propri figli, e fa questo sia nelle vicende di ciascun individuo, sia in quelle delle comunità e della stessa Chiesa. L’unico modo per escluderlo dalla vita vissuta è quello di chiudergli la porta del cuore.
Quest’azione di Dio, che è detta “provvidenza”, è particolarmente evidente nel caso di comunità povere, guidate da santi carismatici, i quali hanno portato avanti con coraggio iniziative volute dallo stesso Dio. A questo proposito, si potrebbero citare episodi della vita di decine, se non di centinaia, di santi nei quali si è manifestata la provvidenza, talora sotto forma di singolari combinazioni di azioni dell’uomo, e inoltre come fatti che non trovano spiegazioni naturali.
Ugo Sauro, Testimone dell'amore, p. 37-38)
Un programma di vita e di apostolato
Cari amici,
la diagnosi che il Card. Sarah fa dei nostri tempi è terribile nel libro Si fa sera e il giorno ormai volge al declino.
Quello che tuttavia più mi piace e mi aiuta nella mia vita personale e nel mio e nostro apostolato di Fede & Cultura è la cura che questo grande cristiano ci dà.
Vi riporto un vero e proprio programma di vita e di apostolato che faccio mio integralmente e che è l'anima stessa di Fede & Cultura. Credo che possa essere di aiuto anche a voi.
Prof. Giovanni Zenone Ph.D.
Direttore - Fede & Cultura
"Vi sono in Europa, al di là delle istituzioni che sembrano suicide e decadenti, anche veri e propri germi di rinnovamento. Ho conosciuto molte famiglie generose e profondamente radicate nella loro fede cristiana. Ho visto, inoltre, delle belle comunitarie religiose, fedeli e ferventi. Esse mi fanno pensare ai cristiani che, alla fine dell’Impero Romano, vegliavano sulla fiamma vacillante della civiltà. Desidero incoraggiarle. Voglio dire loro: la vostra missione non consiste nel salvare un mondo che muore. Nessuna civiltà è depositaria delle promesse della vita eterna. La vostra missione consiste nel vivere fedelmente e senza compromesso la fede che avete ricevuto da Cristo. Così, senza nemmeno rendervene conto, salverete l’eredità di di tanti secoli di fede. Non abbiate paura del vostro numero esiguo! Non si tratta di vincere le elezioni o di influenzare le opinioni. Si tratta di vivere il Vangelo. La fede è come un fuoco. Bisogna bruciare per primi per riuscire a trasmetterla. Vegliate su questo fuoco sacro! Sia il vostro calore nel cuore dell'inverno dell'Occidente. Quando un fuoco illumina la notte, a poco a poco gli uomini vi si radunano attorno. Questa deve essere la vostra esperienza".
(Card. Robert Sarah, Si fa sera e il giorno ormai volge al declino, p. 252-253)
Falsi profeti...
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Oggi, i falsi profeti cercano di affascinare e di anestetizzare il popolo di Dio, annacquando il Vangelo con un linguaggio ambiguo e confuso, minacciando di rendere insipida la nostra fede per conquistare la benevola attenzione del mondo.
(Card. Robert Sarah, Si fa sera e il giorno ormai volge al declino, p. 135)
Domenica XXVIII
È la fede, ridonando l'amore, che salva l'uomo, ristabilendolo nella verità del suo ed altrui essere dono del Donatore divino, come di tutto il mondo che lo circonda
di Mons. Gino Oliosi
Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero cioè non appartenente al popolo di Dio, non ebreo, torna a ringraziarlo (Lc 17, 11.19). Al samaritano riconoscente il Signore dice: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!" (Lc 17,19). Solo questo samaritano ascolta dalla
Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero cioè non appartenente al popolo di Dio, non ebreo, torna a ringraziarlo (Lc 17, 11.19). Al samaritano riconoscente il Signore dice: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!" (Lc 17,19). Solo questo samaritano ascolta dalla
Il nuovo libro del Card. Sarah
Il capolavoro del Card. Sarah per conservare la fede nella tempesta odierna. Disponibile scontato su www.fedecultura.com
https://fedecultura.com/Si-fa-sera-e-il-giorno-ormai-volge-al-declino-p152230076
Domenica XXVII
Tutti i testi della liturgia di questa prima domenica del mese missionario ci parlano della fede: senza la fede non c'è l'amore cristiano, senza la fede non c'è la speranza. Perciò l'enorme importanza per la nostra vita e per la vita di tutti
di Mons. Gino Oliosi
Gesù ha educato i suoi discepoli a essere convinti dell'importanza della fede, della fiducia in Lui, il Figlio del Padre che per opera dello Spirito Santo ha assunto nel grembo verginale di Maria un volto umano, ha vinto la morte morendo, la sofferenza soffrendo e Risorto alla destra del Padre si fa sacramentalmente presente nel suo corpo che è la Chiesa per la salvezza e la felicità di tutti quelli che
Gesù ha educato i suoi discepoli a essere convinti dell'importanza della fede, della fiducia in Lui, il Figlio del Padre che per opera dello Spirito Santo ha assunto nel grembo verginale di Maria un volto umano, ha vinto la morte morendo, la sofferenza soffrendo e Risorto alla destra del Padre si fa sacramentalmente presente nel suo corpo che è la Chiesa per la salvezza e la felicità di tutti quelli che
Vita di Maria Valtorta
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Il Cielo in una stanza - Vita di Maria Valtorta, di don Francesco Zucchini
La vita della mistica di Viareggio Maria Valtorta che, paralizzata dalla vita in giù, ricevette dettati e visioni sul Vangelo come se fosse fisicamente presente a quanto le veniva mostrato.
Far uscire Maria Valtorta da un devozionismo deleterio e nemico dell’intelligenza è lo scopo di questo libro. Si tratta allora di indagare, per quanto possibile, in modo rigoroso e scientifico gli accadimenti della sua vita. Uscire dai “si dice” ed entrare nei fatti che hanno caratterizzata la vita di questa donna nata a Caserta da genitori lombardi ed educata in vari collegi milanesi. Trasferitasi in vari luoghi seguendo le varie destinazioni del padre, maresciallo dell’esercito, alla fine
Santo o niente
Non voltiamo le spalle a Dio
Noi non voltiamo le spalle a Nostro Signore presente nel Tabernacolo. Santa Messa domenica mattina all’Oratorio di san Grato a Cellio (VC). Don Angelo celebra sull’unico altare coram Deo. Perché la Messa non è un fatto sociologico, un incontro della comunità, ma Dio presente e operante in mezzo a noi che si dona rinnovando il suo Santo Sacrificio e la sua Resurrezione. https://www.fedecultura.com/Una-foresta-di-simboli-p140491793
Il chiostro e il focolare
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NON CI RESTA CHE DIVENTARE SANTI!
Esiste una relazione fondamentale tra l’organizzazione della vita monastica e la struttura intima della famiglia cristiana: la Regola di San Benedetto è un tale tesoro di sapienza, prudenza e santità che può essere riproposta come modello di riferimento applicato anche ad altri stati di vita, laicale o clericale, celibataria o coniugale. L’insegnamento del Vangelo richiama infatti tutti gli uomini a rinunciare a se stessi, a diventare cristiani e a essere santi nel contesto storico-sociale contemporaneo nel quale sono inseriti. Solo così la vita della famiglia potrà essere rivitalizzata sulla base della Regola di San Benedetto e l’insegnamento perenne della Chiesa cattolica.
Col libro si possono acquistare anche scontatissimi abbinamenti di grande spiritualità!
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