È giusta una pena eterna?

di padre Giovanni Cavalcoli
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Rispondiamo che l’uomo, avendo un’anima immortale, è fatto per vivere in eterno o per sempre. Per questo egli, nelle sue scelte di vita, sceglie un bene che egli considera eterno o assoluto. Tuttavia nel giudicare di questo bene, la sua volontà può errare e giudicare come assoluto ciò che non lo è. Solo Dio è il vero assoluto. Ora la scelta di una creatura al posto di Dio è il principio che conduce l’uomo all'inferno. Ma l’uomo, peccando, ha la possibilità di scegliere per sempre, senza pentimento, come fosse assoluto un bene (se stesso o una creatura), che non è veramente assoluto, cioè non è Dio, che è il suo vero bene sommo e fine ultimo. Questa scelta peccaminosa definitiva, che avviene al termine della vita presente, comporta necessariamente una pena eterna, perché è la perdita definitiva ed irreparabile di un bene eterno.

Ciò che la volontà sceglie è un atto o un bene che le dà soddisfazione, altrimenti non lo sceglierebbe. Ora l’uomo ha una naturale, innata e necessaria tendenza o inclinazione a un bene assoluto ed eterno, posta in lui da Dio stesso. Ma Dio lascia al libero arbitrio dell’uomo determinare il contenuto preciso e concreto di questo bene assoluto, affinchè esso possa essere effettivamente oggetto di scelta.
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Ora, Dio lascia all'uomo la facoltà di scegliere definitivamente e per sempre o il vero assoluto, che è Dio, oppure un falso assoluto, che può essere o se stesso o una creatura. Se l’uomo sceglie un falso assoluto, perde la propria vera felicità, che può essere solo in Dio. Gli resta la perversa soddisfazione di aver fatto la propria volontà, pur disobbedendo a Dio. Questo atto malvagio gli procura la pena dell’Inferno. Ma siccome egli stesso ha trovato la sua soddisfazione nel fare questo atto, egli, nella sua irremovibile ostinazione, non si pente affatto di trovarsi tra le fiamme dell’Inferno, perché lì ha ottenuto ciò che essenzialmente lo interessava: fare la sua volontà. Lì nell'inferno, egli ha ottenuto ciò che ha voluto e che vuole. Egli pertanto ragiona così: meglio essere nell'inferno, lontano da Dio, che essere in Paradiso in compagnia di Dio. Così si spiega come sia possibile che uno scelga di andare all'inferno, dove sa che lo attende una pena eterna. Non è certo la pena, che egli vuole, ma è fare la sua volontà. Se ciò comporta una pena eterna, è disposto ad accettarla, pur di fare la sua volontà.
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Con l’evento della morte, la volontà resta fissa per sempre nel suo rapporto con Dio che ha al momento della morte: se è in comunione con Dio, è salva; se invece si trova in rotta con Lui, ossia è priva della grazia per colpa mortale, è perduta. Questa fissazione della volontà dipende dal fatto che con la morte, essa entra in contatto diretto e immediato con l’assoluto che ha scelto ― per Dio o contro Dio ― in modo tale che non può più scegliere diversamente, ossia vien meno l’oscillazione del libero arbitrio, che era giustificata dal fatto che durante la vita l’assoluto può, appunto in forza della scelta del libero arbitrio, assumere determinazioni diverse.
In questa vita noi abbiamo uno spazio di movimento per le nostre scelte. Qui i limiti di detto spazio trascendono le singole scelte, mentre l’assoluto — Dio o non-Dio — appare come un bene tra gli altri. Al momento della morte, la volontà non si può più muovere, perché l’assoluto che abbiamo scelto occupa tutto lo spazio. Oppure è come nello scalare un monte. Durante la scalata, si possono seguire diversi sentieri. Ma quando giungiamo alla cima, ci fermiamo lì. Il momento della morte è qualcosa di simile: l’uomo giunge al termine di questo movimento o di questo cammino.
Tratto da: Isola di Patmos
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Giovanni Cavalcoli, La vita eterna (un breve riassunto della dottrina cattolica della certa Speranza della Vita eterna con la confutazione delle deviazioni ereticali sul tema).
Giovanni Cavalcoli, L'inferno esiste (dimostrazione dell’esistenza dell’inferno secondo il Magistero e la Sacra Scrittura).

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