Ascolto? Sì, ma di Dio

di Angela Pellicciari
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“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. Questo è lo Shemà, la preghiera, la preghiera per eccellenza che Israele recita due volte al giorno, la mattina quando si alza e la sera alla fine della giornata. Quando uno scriba domanda a Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”, Gesù risponde: “Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12, 28-30).

Ascolta! Amerai! Ascolta! Questo è l’unico comando per la vita. Non ce ne sono altri. Di questi tempi c’è un Sinodo per i giovani. Perché possano esprimere i loro dubbi, le loro necessità, le loro speranze e domande. Ma una sola è la risposta che Israele come la Chiesa hanno dato nel corso dei millenni: “Ascolta, Israele; il Signore è uno”.
Per gli ebrei come per i cristiani la salvezza viene solo dall’ascolto, e, quindi, dall’obbedienza ai comandamenti di Dio. Dio nella sua misericordia ci insegna, ci parla, perché noi, giorno dopo giorno, ascoltando, possiamo seguire le orme dei passi da lui lasciati. Fuori dell’ascolto non ci sono strade. O perlomeno, non ci sono strade che portano alla vita. Non c’è speranza.
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Qual è il dramma di oggi? Dei giovani come dei vecchi? Che non ci sono profeti. Che non c’è più nessuno che parli con parole di Dio. E, quindi, non c’è più nessuno che ascolta. Il punto non è che i pastori odano, sentano, l’elenco delle sofferenze, dei sogni, delle disillusioni, dei giovani. Il punto è che i pastori abbiano una risposta. E la risposta non dipende dalle difficoltà o dalle caratteristiche del momento. La risposta vera è eterna: i comandamenti e la Parola di Dio che è Gesù Cristo. Non varia a seconda delle esigenze delle diverse epoche.
Se si privilegia il cosiddetto dialogo, parola di cui non c’è traccia nella Bibbia, se si privilegia l’ascolto delle necessità, dei bisogni, delle angosce e delle speranze dei giovani, come se non si conoscessero già, significa che la Chiesa ritiene giusto adattare ai tempi presenti e alle loro caratteristiche le risposte da dare. Significa che oggi non è più possibile vivere come il Levitico e tutta la Bibbia prescrivono: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). Questo è il comando. E a renderlo possibile c’è la grazia divina.
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Io ho avuto la grazia, dopo la dissoluzione del Sessantotto, di incontrare profeti che mi hanno annunciato la verità. Senza sconti. La Chiesa ha bisogno di carismi. Carismi che, come è sempre successo, siano in grado di parlare di Dio alla generazione presente. Se questi carismi non ci sono – o non si vuole riconoscere quelli che ci sono - l’unica cosa da fare non è il dialogo ma la preghiera insistente a Dio perché abbia misericordia della sua Chiesa e “mandi operai per la sua messe”.
Tratto da: Angela Pellicciari

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