Il Sommo Pontefice come Vicario di Cristo

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di P. Giovanni Cavalcoli
Papa Leone X condannò la tesi di Lutero, secondo il quale il Papa «non è Vicario di Cristo» (n.25, Denz.1475). Chi è un vicario? Uno che agisce a nome di un superiore, in quanto, per incarico di questi, svolge tutte o in parte le sue funzioni, per cui fa le veci di un superiore e agisce al suo posto, in modo tale che ciò chdecide il vicario, supponendo che svolga fedelmente l’incarico, viene con ciò stesso approvato e ratificato dal superiore; vale o ha vigore comse fosse decisdal superiore.
Ora, applicare al Papa il concetto di Vicario è un’operazione legittima e doverosa; se non altro, perché
altrimenti Papa Leone non avrebbe riprovato la tesi di Lutero. Tuttavia, essa va fatta con opportuni accorgimenti ed una certa cautela, che cercherò adesso di spiegare. 
Il problema di fondo, in questo concetto come in tutti concetti di fede, è che noi, per forza di cose, per parlare delle cose di fede, siamo obbligati a partire da concetti che applichiamo a noi esseri umani, e il cui contenuto,  pertanto, risente della nostra limitatezza, per non dire dei nostri difetti di esseri umani. 
Ma questa operazione è possibile, corretta, lecita, doverosa e salvifica, perché siamautorizzati a farla dallo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, che appunto, per spiegarci i misteri del regno di Dio e del piandella salvezza del Padre, ha usato i nostrconcetti e sè espresso nel nostrlinguaggio umano, di per  fatto per esprimere le nostre cose umane. Mentre qui sono in gioco realtà soprannaturali, divine, trascendenti e misteriose, per esprimere adeguatamente le quali, occorrerebbe un linguaggio proporzionato, adatto, divino, che noi, come creature, non possediamo. 
Tuttavia, se Cristo e isunomlChiesa - e qui è il caso del termine «vicario» - usano un dato termine per esprimere il dato di fede, vorrà dire che il termine va bene, solo che starà poi a noi sforzarci di comprendere in che senso, in che modo, entro quali limiti ed a quali condizioni il termine si adatta ad esprimere il dato rivelato. La cosa allora da fare è separare, nel concetto, di solito analogico e a voltmetaforicociò che si adattal divino da ciò che, in quanto umano, non può essere attribuito al divino.
In che senso allora il Papa è vicario di Cristo? In che senso fa le sue veci? In che senso ed entro quali limiti chi ascolta lui, ascolta Cristo? Possiede gli stessi poteri di Cristo? Fa tutto quello che può fare Cristo? Lo sostituisce? Può fare a meno di Lui? È infallibile ed impeccabile in questo suo vicariato?
Da tutte queste domande, alle quali qui evidentemente non possiamo rispondere in modo dettagliato, già da buoni cattolici intuiamo che tra l’esser vicario in modo umano di un superiore umano è molto differente, anche se non del tutto diverso, altrimenti non si userebbe lo stesso termine, da come il Papa è e dev’essere Vicario di Cristo.
Vediamo le somiglianze e le differenze. È chiaro che Cristo, apprestandosa lasciare questo mondo, ha affidato a Pietro il compito di essere la «roccia», la base, il fondamento o pietra angolare, sulla quale Cristo vuol «edificare» (oikodomeo, Mt 16,18) la sua Chiesa, col compito dpascerla (Gv 21,16), di aprire o chiudere ai fedeli l’ingresso nel regno dei cieli (Mt 16, 19) e di confermarla nella fede (Lc 22,32), assicurando Pietro che le potenze infernali non avrebbero mai prevalso (Mt 16,18).
Riguardo a questi incarichi dati a Pietro, per capire in che senso ed entro quali limiti il Papa è Vicario, occorre fare delle distinzioni. Un vicario terreno può sostituire il superiore in tutti suoi poteri, può fare da  tutto quello che il superiore farebbe, se fosse presente. Diversa è la posizione del Papa nei confronti di Cristo.
Il Papa partecipa soltanto dei poteri di Cristo, ma non li possiede tutti, altrimenti sarebbe Dio. Esercita, per grazia di Cristo, un poterdivino nell’insegnamento delle veri dfede e nell’amministrazione desacramenti, ma non nel governo giuridico e pastorale della Chiesa, né tanto meno nell’esercizio della sua condotta personale. 
Mentre nell’esercizio del magistero dottrinale il Papa, assistito dallo Spirito Santo, soprattutto nella definizione di nuovi dogmi, svolge sempre degnamente lsua funzione di Vicario, può capitare che ciò non avvengnel governo della Chiesa e nellsua condotta morale personale, come del restlstoria del papato attesta.
In base a ciò bisogna dire che il titolo di Vicario di Cristo non deve sembrare troppo elevato, relativo com’è a quella precisa e limitata funzione, che Cristo ha affidato a Pietro come capo degli apostoli e pastore della Chiesa. Questo titolo, del resto, benché non sievangelico, ma solo di tradizione ecclesiastica, è appropriato, perché ha effettivamente un riscontro, almeno parziale, nel vicariato umano, benchè non univoco, ma solo analogico, con le dovute  distinzioni, che appunto adesso stiamo facendo.  Sta di fatto che questo titolo è riservato solo al Papa come capo della Chiesa. Se infatti il sacerdote può esser detto un alter Christus, per la sua funzione sacerdotale, di nessun sacerdote si dice che è Vicario di Cristo, in quanto uno solo è il Capo della Chiesa.
Da notare inoltre che il Papa è Vicario di Cristo solo perla Chiesa terrena; mentre in cielo il Capo è Cristo; e quando Cristo tornerà sulla terra alla findel mondo, porrà termine alla seridei suoi Vicari, non più necessari, perché Cristo governerà la Chiesa direttamente anche sulla terra. L’idea luterana ed ortodossa orientale di una Chiesa governata direttamente da Cristo mediante lo Spirito Santo, è un’ecclesiologia che dissolve la Chiesa terrena in quella celeste e con ciò stesso, per inevitabile ritorsione, a causa della confusione, riduce la celeste alla Chiesa terrena
Queste eresie perdondvista la saggezza, con la quale Cristhvoluto organizzare lsua Chiesa su questa terra, tenendo conto del fatto che la debolezza umana conseguente al peccato originale richiede che l’organizzazione comunitaria della Chiesa non possa essere lasciata allbuona volontà dei singoli, sia pure sotto la guida dello Spirito Santo, ma debba essere conservata, soccorre, anchcon lcoercizione, o quanto meno con atti esterni, da un’autorità visibile ed efficace. E questa è l’autori del Vicario di Cristo, che «lega e scioglie» (Mt 16,19)
La Chiesa «invisibile» di Lutero, con la sua apparente spiritualità e libertà, fu una sua utopia dei primi anni, dopo i quali dovette rendersi conto che un potere coercitivo o quanto meno esterno era necessario, solo che ne istituì uno arbitrario di suo conio, trascurando quello legittimo voluto da Cristo.
Altra osservazione. Un vicario umano ha un certo spazio di manovra, una volta che svolge correttamente il suo ufficio. Ugualmente il Papa, nei confronti di Cristo. Il Papa deve saper distinguere con chiarezza ciò che lo vincola assolutamente a Cristo come suo Vicario, da ciò che Cristo lascia alla sua iniziativa, e quindanchal suo rischio, considerando soprattutto l’enorme differenza delle circostanze nelle quali visse Cristo dall’ambiente storico nel quale vive ogni Papa. Da come un Papa sa utilizzare quelle circostanze e da come sa muoversi in esse egli dimostra  come  sa svolgere il suo mandato di Vicario di Cristo.
Entro quali limiti un Papa è Vicario di Cristo? Chiaramente entro quei limiti che si riferiscono al governo della Chiesa. In tutti gli altri campi del suo agire, nei suoi interessi umani e culturali, nelle sue relazioni umane e nelle sue amicizie, è evidente che egli è esente da questo ufficio, per cui Cristo per lui sarà, come per ogni cristiano, semplicemente il suo Signore e il suo modello di santità.
È da notare inoltre che il vizio morale può infettare il governpapale della Chiesa o lcondottmorale; ma l’ignoranza o l’errore non può offuscarlmentdelPapa nellconoscenza e nell’insegnamentdelle verità di fede o dmorale, strattdi dottrine direttamente o indirettamente connesse col dato rivelato, siano della Tradizione o siano della Scrittura, si tratti di insegnamento ordinario o straordinario, semplice o solenne, nuovo o tradizionale.
Dire però che il Papa è Vicario di Cristo nelldottrina non è da intendersi come se la parola del Papa dovesse identificarsi sic et simpliciter con la stessa Parola di Cristo. Era Lutero che aveva questa empia presunzione che la parola di Lutero fosse quellstessa di Gesù Cristo. Ora invece, nemmeno nellsue definiziondogmatichil Papa hquesta pretesa. 
A meno che un Papa non ripeta materialmentlparoldel Vangelo, coschallora può farqualunque cristiano, gli insegnamenti pontifici nohanno assolutamente l’ardire di porsi alla pari o al livello della Parola di Dio, msono semplici, per quantinfallibilichiarificazioni, interpretazioni, esplicitazioni, conseguenze dedotte o spiegazioni di questa Parola. 
Bisogna distinguere la dottrina di Cristo dalla dottrina della ChiesaQuest’ultima, per lo stesso volere di Cristo (Lc 10,16), ci introduce e ci guida alla Parola del Vangelo e ce la fa capire, per quanto possa essere compresa dalle nostre menti limitate. Non vi aggiunge nulla e non le toglie nulla. E tanto meno può fraintenderla, come erroneamente crede Lutero con tutti gli eretici.
Da questo punto dvista il Papa è Vicario con maggioautonomidel vicario umano, il qualdevlimitarsi aessere, comsdice, un semplice «portavoce». Al massimo può spiegare il senso delle parole; ma non è autorizzato ad interpretare i concetti, che deve trasmettere tali e quali. 
Invece il Papa ha dallo Spirito Santo, ad alcune condizioni speciali ed in alcune circostanze opportune, la facoltà e il dovere dcondurre gradualmente nella storia il popolo di Dio, senza per questo mutare il senso del Vangelo o della Tradizione, alla «pienezza della verità» insegnata da Cristo (cf Gv16,13) ed «alla perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo» (Col2,2),ossia farci comprendere sempre meglio  il suo messaggio e più a fondo dquantnon risulti dalla semplice lettura del testoE questo progressnellconoscenza della Paroldi Dio avrà terminsolo alla fine del mondo, quandappari svelatamente Cristolstessa Veri fatta Persona.
Questo ministerdottrinaldel Papa è preparato dal lavordei teologi e degli esegeti biblici, i quali propongonal Papa nuovinterpretazioni, che intendonfar meglio conoscere la Parola di Dio. Sta poi al Papa approvarle o rifiutarle a suo insindacabile giudizio. 
Questo avrebbe dovutfare Lutero, invece di avere la presunzione di sostituirsal Papa, come se il Papa sbagliasse. In particolare, nell’interpretare S.Paolo, Lutero avrebbe dovuto dissipare il linguaggio equivoco di Paolo, mentre aggrava la confusione cadendo nell’eresia della sola fede e della sola grazisenza le opere i meriti.
Infatti,  Paolo, quando parla della «legge», che sembra condurre al peccato,  non sempre si capiscse si riferisce alla legge mosaica del decalogo o al legalismo farisaico.Quando Paolo parla dellinutilità delle «opere della legge» a conseguirla salvezza e della gratui della grazia e della sufficienza della fede senzle opereLutero avrebbe dovuto chiarire che Paolo non si riferiscal decalogo, che resta sempre necessario alla salvezza, ma al legalismo farisaico, superato dall’avventdiCristo.  
Inoltre, un vicario terreno può agire con forza propria senza far ricorso al superiore. Invece il Papa rappresentcerto Nostro Signore, ma noha, come un qualunque vicario umano,  una  forza umana  per conto proprio, sufficiente per poterLo rappresentardegnamente, senza lsua grazia: questo non solo nell’insegnamento dottrinale, dove lsua speciale grazia di statnon può venir meno, ma anche nella sua condotta morale negoverno della Chiesa, dovgloccorre una grazisantificante, oltre che di stato, per compiere beni suoi doveri. Mital caso il Papa può respingere lgrazia cadere nel peccato.
C’è da considerare, inoltre, che se il Papa non erra quando insegncommaestro della fede e dellmorale, tuttavia il modo col qualsi esprime, gli stati d’animo con i quali parla, il linguaggio che usa, l’atteggiamentchpuò aververso i giusti o i peccatori, icondannarnon condannare, icorreggere o non correggere, sonsue scelte, sono atti morali, nei quali egli, a seconda dell’intenzione dalla quale è mosso, può peccare o non peccare. 
Il Papa è dunque infallibilnella dottrinma è peccabilnella condotta pratica e morale e quindi anche nell’uso del linguaggio. Se usa un linguaggio ambiguo, astuto o equivocnel dare un insegnamento in  certo, questo insegnamentresta in se stesso  valido, ma il modo col quale viene trasmesso mancdi onestà e di lealtà. 
Anche in un Papa, dunque, benché assistito dallo Spirito Santo nella conoscenza e nell’insegnamento, che mette di per sé in gioco l’intelletto, tuttavia questo atto, in quanto voluto, è causato dalla volontà, per cui assume una connotazione morale, per la quale il Papa può peccare in vari modi, o di doppiezza o di opportunismo o di pavidità o di imprudenza o di precipitazione  o di reticenza o di trascuratezza e cose del genere. 
Altra questione. Se giudichiamo che un Papa non rappresenti degnamente Nostro Signore, possiamo appellarci direttamente a Cristo? Può capitare la necessità o il dovere di disobbedire al Papa pur di obbedire a Cristo? Occorre di norma supporre che il Papa agisca con prudenza. Però la cosa può succedere. Ma diciamo subito che ciò può essere giustificato in relazione alla sua condotta pratica, non in rapporto ai contenuti dei suoi insegnamenti dottrinali,  soprattutto quelli di alto livello, come sono per esempio le encicliche, per non parlare delle definizioni dogmatiche o delle dottrine di un Concilio ecumenico. 
Per esprimere un parere in questa delicate complessa materia, occorrono alcune condizioni. Prima, occorre esser certi che si tratti di una questione pastorale o giuridica o di condotta personale. Seconda, occorre possedere una sufficiente preparazione concernente la materia su cui giudicare. Terza, occorre avere un’informazione certa del fatto. Quarta, sentire eventualmente anche il parere di altri giudici autorevoli ed imparziali. Quinta, occorre avere l’animo sgombro da passioni o prevenzioni, con propensione ad interpretare in bonam partemSesta, occorre saper applicare un giustcriterio dgiudizio al caso concreto. Questa è la condizione più difficile, perché suppontuttlprecedenti. Ma è quella decisiva. Nel formulare il giudizio, si deve usare modestia con tendenza o preferenza a sentirsi nell’opinione piuttosto che nella certezza.
Espressa la valutazione, occorre poi vedere che cosa fare. In linea di principio, se la cosa è possibile, se si tratta di una questione veramente importante, di comune interesse, se ne vale la pena e non si rischiano conseguenze pericolose o spiacevoli, valendosi magari di qualche buon mediatore, e se c’è speranza di esserascoltati o di ottenere qualcosa, si può far giungere, a seconddell’opportunità, personalmente o collettivamente, un’osservazione, una dichiarazione, un appello, un reclamo una supplica al Santo Padre.  
Da notare inoltre che nella storia gli eretici odiano il Papa come Vicario di Cristo o manifestamente con disprezzo, insulti, ingiurie, calunnie, diffamazioni, maldicenze, critiche, accuse ed offese di ogni generedichiarandosi apertamente nemici, negando la sua autorità, fino a volte a maltrattarlo e a martirizzarlooppure subdolamente o nascostamente, con ipocrisia ed inganno, isolandolo dai buoni e compromettendolo coi malvagi, fraintendo o esagerando la sua autorità, fingendosi amici e collaboratori, fedeli devoti o addirittura entusiastimal consigliandolo o ricorrendo alla piaggeria ed all’adulazione, e in realtà sottraendosi con astuzia o prepotenza all’obbedienza al Vicario di Cristo e lavorando segretamente e perfidamente per la distruzione del papato e della Chiesa.
Nella storia sono esistiti ed esistono ancor oggi cattolici o sedicenti cattolici, quali asseriscono di accettare il papato e quindi, in linea di principio, il Papa come Vicario di Cristo, ma non il Papa regnante, che considerano indegno o eretico, o invalidamente eletto, o considerando vacante il trono di Pietro («sedevacantisti») o contrapponendoglun altro Papa oaltri Papi del passato. Oggi c’è chconsidera vero Papa il Papa Emerito Benedetto XVI e falso Papa Francesco. Tutto ciò chiaramente nocorrisponde al giusto atteggiamento del cattolico. 
Anzi, possiamo dire che, per quanto possano essere giuste alcune critiche a certi aspetti della pastorale e della condotta del Papa attuale, queste prese di posizione, soprattutto quelle che considerano eretico questo Papa, finiscono per negargli il titolo di Vicario di Cristo e, se non negano il papato in linea di principio come fece Lutero, tuttavia, negando questo titolo ad un Papa validamente eletto perché riconosciuto dal Collegio cardinalizio che lo ha eletto, è come se negassero il titolo in se stesso, il che fa ricadere nell’eresia luterana.
Si potrebbe dire, allora, per quanto riguarda il momento presente, che il demonio, sapendo bene chil Papa, come Vicario di Cristo, è il supremo maestro della fede sulla terra e perciò il supremo baluardo contro le eresie,  è contro il Papa che concentra tutte le forze della menzogne dellinganno nel tentativo  sempre ripetuto e sempre fallito nel corso dei secoli, dfarlcadernell’errore così trascinare lChiesa nell’errore, nel peccato ed  alla perdizione.
Credo che oggi come non mai il Papa, nella persona di Papa Francesco, sia stato così ferocemente sotto i colpi del demonio, mai sia stato maggiormente provato e tentato da Satana, mai come oggi il potere delle tenebre, col permesso della Provvidenza, abbia impiegato tante forze nel tentativo vano ma sempre ripetuto di abbattere il papato e con ciò la Chiesa, suscitando ogni genere di eresia, dalle più antiche alle più recenti ed inventandone anche di nuove. Sono gli eretici che sostengono che il Papa è stato vinto dal demonio, per avere il pretesto per fondare una contro-Chiesa, questa sì ispirata da Satana. 
Il Santo Padre sembra accorgersi di questo attacco contro la Chiesa e contro la sua persona di Vicario di Cristo. Lo possiamo ricavare, credo,  dai suoi frequenti accenni al demonio, chsonuna novi rispetto agli insegnamenti dei Papi precedenti. Da comsesprimPapFrancesco, si direbbe che egli si riferisca ad attacchi ricevuti personalmente.
Ma vale sempre la promessa di Cristo: «le potenze dell’inferno non prevarranno» (Mt16,18). Ma ciò vale solo per la vera Chiesa guidata dal Pape noper lfalse Chiese inventate dagleretici, che sonpiuttosto  «sinagoghdi Satana» (Ap 2,9). O bene che vada, comsi esprimil Concilio Vaticano InellUnitatiRedintegratio (n.3), non sonin piena comunione con laChiesa Cattolica. 
Papa Francesco sembra più preoccupato di rinnovare che di conservare. Era questa l’intenzione del Concilio Vaticano II e in tal senso il Papa continua l’opera riformatrice del Concilio. Fa dunque bene ad opporsi ad un certo conservatorismo, che ancora a tutt’oggi rifiuta ldottrine del Concilio e lo accusdi «modernismo» e di essere all’origine di tutti mali della Chiesa da cinquant’anni a questa parte.
Credo, tuttavia, che Papa Francesco debba guardarsi dall’azione subdola di un effettivo rinato modernismo, mascherato da «progressismo», che ha male interpretato il Concilio e che sta arrecando grave danno alla Chiesa. Nel contempo, dovrebbe, a mio giudizio, insistere dpiù sul recupero di alcuni valortradizionali e perenni, che fanno parte del deposito rivelato o sono con essi connessi, e che furono richiamati, per esempio, dal Servo di Dio Padre Tomas Tyn.

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