Ci salverà il monachesimo

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L'essenza del monachesimo, spiega Beniamino Lucis, è connotata da una triplice dimensione: 1. La separazione dal mondo, la cosiddetta fuga mundi, che non è "(pag. 22), nè è da confondersi con un atteggiamento assimilabile alla misoginia, al non sopportare cioè la compagnia degli uomini: la fuga dal mondo è la dimostrazione che è possibile vivere la vita presente senza immischiarsi nelle faccende del secolo, ma con il cuore e la mente protesi alla contemplazione dei beni celesti, al quaerere Deum, cercare Dio, che per il monaco diventa, quindi, un programma di vita che postula, appunto, la separazione dal mondo; 

2. La lotta contro il demonio: nella solitudine del deserto sinaitico Gesù lotta faccia a faccia contro Satana in persona che lo sottopone alla triplice tentazione descritta nei Vangeli: allo stesso modo il monaco sa che, separandosi dal mondo, subirà analoghe tentazioni, come attesta la Scrittura: "(Sir, 2.1). Questo genere di tentazioni può arrivare fino allo scontro fisico vero e proprio con il demonio, come avvenne per Sant'Antonio abate (vedi  pagg. 27 e 28), tra la seconda metà del III secolo d.C. e la prima metà del IV.
Contrariamente, quindi, a una certa rappresentazione oleografica o idilliaca, il monaco è un lottatore spirituale, un atleta di Cristo, non è un sognatore che trascorre le giornate a contemplare i fiori nei campi e le notti le stelle nel cielo, egli è un esempio di virilità, un vero guerriero spirituale; 3. Il monaco anela già in questo mondo a riconquistare il Paradiso perduto con il peccato originale: non a caso dove il monachesimo affonda le radici, la società si cristianizza, sorgono le cattedrali e la natura stessa si riconcilia con l'uomo: " (pag. 32).   
Il monaco è, quindi, il nemico giurato del peccato e un annunciatore dell'unico vero Dio, di quell'unica Verità che è Gesù Cristo e di cui la Chiesa (l'unica vera Chiesa) è allo stesso tempo custode e dispensatrice: il monaco non esiste per dialogare, non conosce le raffinatezze e le arti della diplomazia, suo unico compito è quaerere Deum e annunciarlo a chi ancora non lo conosce o a chi, pur conoscendolo in forza del Battesimo ricevuto, lo ha successivamente dimenticato o abbandonato.
Non è un caso che i tre passaggi chiave della vita monastica siano questi: cenobitismo, eremitismo e martirio.
La natura umana è debole, in quanto ferita dal peccato originale, la vita totalmente solitaria (eremitismo) è bene che sia preceduta da un'esperienza di vita comune (cenobitismo), finalizzata a provare la vocazione dell'aspirante eremita.
L'eremita è il monaco che ha superato la prova della solitudine, faccia a faccia con Dio solo,  senza alcun aiuto esterno e, una volta arrivato a questa soglia, è pronto per la missione, cioè per annunciare Gesù Cristo agli infedeli e ai pagani, a costo del martirio, perchè l'annuncio del Cristo comporta la possibilità del martirio, che è elemento strutturale (oserei quasi dire fondativo) del cristianesimo. Ed è il martirio ciò che subirono i primi seguaci del grande eremita S. Romualdo, ovvero i monaci Bonifacio, Benedetto e Giovanni, uccisi in odio alla fede agli albori del II millennio d.C.
Il libro non manca di denunciare le derive di certo monachesimo contemporaneo, che ha mal interpretato il rinnovamento propugnato dal Concilio Vaticano II e porta come esempio da non seguire il centro monastico di Camaldoli (fondato dallo stesso S. Romualdo), dove pare che l'esperienza dialogante con pseudo rappresentanti di pseudo religioni sia all'ordine del giorno, o quasi (vedi cap. 4, Pentecoste alla rovescia, da pag. 101 a pag. 109); altro esempio da non seguire è la nota Comunità di Bose, con il suo fondatore e Priore Enzo Bianchi, ai quali l'Autore dedica gran parte del cap. 8, da pag. 170 a pag. 194: il tratto saliente di questa comunità, oltre agli errori in materia di fede e dottrina (spesso gravi) nei quali incorre sistematicamente il Priore nelle sue applauditissime conferenze pubbliche, risiede in quello che potrebbe essere definito ecumenismo d'acciaio: " (pagg. pagg. 189-190); se non fosse sufficientemente chiaro, significa che a un monaco protestante, una volta emessa la professione definitiva, è decisamente sconsigliato, per non dire precluso il passaggio al cattolicesimo.
Tratto da: Blog Messainlatino.it

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