Il Cielo in una stanza. La vita di Maria Valtorta

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di Aldo Maria Valli
Immaginate una giovane donna che, a poco più di vent’anni, subisce un’aggressione e ne resta segnata per tutta la vita. Immaginate che, pur costretta a letto, immobilizzata e in preda a sofferenze inaudite, continui a pregare e a mantenere viva la propria fede. Immaginate anche che a un certo punto, in un Venerdì Santo, abbia una locuzione interiore e quella voce la esorti a scrivere. Immaginate che la donna produca così, come sotto dettatura, migliaia e migliaia di pagine, scritte sempre e solo con la stilografica, nelle quali il Vangelo è ripercorso in modo del tutto nuovo e originale, come se la donna si trovasse sul posto, al tempo di Gesù, e potesse
vedere persone e luoghi, vivere situazioni quotidiane, ascoltare i dialoghi e percepire tutto attraverso i cinque sensi.

È questa la vicenda umana e spirituale di Maria Valtorta, caso unico nel campo della mistica cattolica. Un caso che oggi possiamo ripercorrere, conoscendo meglio e più da vicino la protagonista, grazie al libro di don Ernesto Zucchini Il Cielo in una stanza. Vita di Maria Valtorta (Fede & Cultura, 320 pagine, 25 euro), un saggio che si legge però come un romanzo, perché la vita di Maria fu davvero qualcosa di romanzesco, un’esperienza che non può lasciare indifferenti.

Chi già conosce Maria Valtorta potrà, attraverso il libro, vedere riunita in una sintesi organica la biografia di questa donna straordinaria eppure semplicissima. Chi invece ancora non la conosce avrà modo di farsene un’idea e sarà invogliato a sapere di più e ad accostarsi alle opere di Maria.

Dal libro di don Zucchini esce una Maria Valtorta che non ha nulla della classica mistica lontana dal mondo e dalla vita nella sua dimensione più terrena e quotidiana. Abbiamo invece il ritratto di una donna che, pur tormentata da mille sofferenze fisiche, si dimostrò sempre arguta, vivace, persino ironica. Una grande combattente che affrontò ogni avversità alla luce della fede, partecipando consapevolmente, con il suo dolore, alla sofferenza di Gesù.

Pur non avendo avuto una formazione specialistica, Maria aveva dimestichezza con i libri, possedeva una buona cultura e sapeva scrivere bene. Non fu dunque una sprovveduta facilmente manipolabile. Affrontò una situazione familiare difficile (la perdita dell’amatissimo padre, numerosi trasferimenti, la convivenza con una madre dispotica e lunatica), visse gli anni duri della seconda guerra mondiale, si confrontò con esponenti della Chiesa che, anche quando le si accostarono con le migliori intenzioni, riuscirono a loro volta a crearle problemi. E tuttavia non perse mai la rotta e continuò imperterrita nell’opera che si vide affidata:  offrirsi come anima-vittima, sull’esempio di Teresa di Lisieux, per la salvezza di tutti.

Fu così che divenne la «penna di Dio», un compito che ebbe fine soltanto con la sua morte, avvenuta a Viareggio nel 1961, all’età di sessantaquattro anni, un’altra sorta di miracolo considerato che i medici avevano pronosticato per lei una vita molto più breve.

«Ho finito di soffrire, ma continuerò ad amare». Così lasciò scritto, e le tante persone che la conoscono, che hanno letto la sua opera e che vanno a pregare sulla sua tomba, nella basilica della Santissima Annunziata a Firenze, avvertono che è davvero così.

Né c’è da stupirsi che i rapporti con la Chiesa cattolica siano stati complicati, al punto che la sua opera fu messa all’Indice e a più riprese l’Osservatore romano la stroncò con duri giudizi.  Proprio alle prese di posizione del giornale vaticano si rifece, nel 1992, anche l’allora segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il futuro cardinale Dionigi Tattamanzi, che all’editore degli scritti valtortiani scrisse: «Stimatissimo Editore, in seguito a frequenti richieste, che giungono anche a questa Segreteria, di un parere circa l’atteggiamento dell’Autorità ecclesiastica sugli scritti di Maria Valtorta, attualmente pubblicati dal Centro Editoriale Valtortiano, rispondo rimandando al chiarimento offerto dalle Note pubblicate da L’Osservatore Romano il 6 gennaio 1960 e il 15 giugno 1966. Proprio per il vero bene dei lettori e nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa, sono a chiederLe che, in un’eventuale ristampa dei volumi, si dica con chiarezza fin dalle prime pagine che le “visioni” e i “dettati” in essi riferiti non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a modo suo, la vita di Gesù. Grato per questa collaborazione, Le esprimo la mia stima e Le porgo i miei rispettosi e cordiali saluti».

Questa dunque la posizione ufficiale: forme letterarie, niente di soprannaturale. Posizione però non da tutti condivisa ai vertici della Chiesa. E da alcuni apertamente contestata. Come nel caso del mariologo Gabriele Roschini, docente alla Pontificia facoltà teologica Marianum, il quale, dopo aver letto l’opera di Maria Valtorta, affermò, nel libro La Madonna negli scritti di Maria Valtorta: «È da mezzo secolo che mi occupo di mariologia: studiando, insegnando, predicando e scrivendo. Ho dovuto leggere perciò innumerevoli scritti mariani, d’ogni genere: una vera biblioteca mariana. Mi sento però in dovere di confessare candidamente che la mariologia quale risulta dagli scritti, editi ed inediti, di Maria Valtorta, è stata per me una vera rivelazione. Nessun altro scritto mariano, e neppure la somma degli scritti mariani da me letti e studiati, era stato in grado di darmi, del Capolavoro di Dio, un’idea così chiara, così viva, così completa, così luminosa e così affascinante: semplice e insieme sublime. Tra la Madonna presentata da me e dai miei colleghi (i mariologi) e la Madonna presentata da Maria Valtorta, a me sembra di trovare la stessa differenza che corre fra una Madonna di cartapesta e una Madonna viva, tra una Madonna più o meno approssimativa e una Madonna completa in ogni sua parte, sotto tutti i suoi aspetti…».

Giudizio significativo, quello di Roschini, perché lui stesso ammise di essere stato, in un primo tempo, assai scettico e diffidente nei riguardi degli scritti della Valtorta. Ma, dopo averli letti, concluse: «Chi vuol conoscere la Madonna (una Madonna in perfetta sintonia col Magistero ecclesiastico, particolarmente col Concilio Vaticano II, con la Sacra Scrittura e la Tradizione ecclesiastica) legga la mariologia della Valtorta!».

Perché, in effetti, è proprio questo che colpisce: nelle migliaia e migliaia di pagine prodotte da Maria Valtorta nessuno è mai riuscito a trovare un aspetto, una proposizione, nemmeno una sola parola in contrasto con il magistero, con la tradizione e con la dottrina da sempre proclamata dalla Chiesa.

Leggendo le oltre cinquemila pagine attraverso le quali Maria Valtorta racconta la vita di Gesù è come se noi ci trovassimo nella Palestina di duemila anni fa. Come avvenne la nascita, com’era la grotta di Betlemme, che cosa si dicevano san Giuseppe e la Madonna, a che cosa giocava il Gesù ragazzino, com’era vestito, come si rivolgeva al papà e alla mamma, i viaggi che fece per diffondere il suo messaggio, i miracoli, la condanna a morte, la crocifissione. C’è tutto. E tutto descritto in modo preciso e senza mai entrare in contraddizione con le conoscenze acquisite in campo teologico, biblico, storico, geografico. Anzi, alcune scoperte recenti hanno confermato quanto scrive la Valtorta.

Difficile non restare sconcertati, ma anche affascinati. «Posso asserire – spiegò una volta Maria – che non ho avuto fonti umane per sapere ciò che scrivo, e ciò che, anche scrivendo, molte volte non comprendo». Un’ammissione importante, perché l’autrice ammette che lei fu, in un certo senso, solo uno strumento nelle mani di Qualcuno che si servì di lei, della sua totale disponibilità, per consentire all’umanità di conoscere meglio Gesù e di entrare in confidenza con lui.

Tutti i capitoli incominciano con «Dice Gesù…» oppure «Dice Maria… » e poi via con il racconto. E anche le descrizioni sono senza preamboli: «Vedo uno stanzone lungo…», «Ecco ciò che vedo…», «Gesù mi accompagna e mi fa vedere…». È come essere in compagnia di una cronista che, attenendosi scrupolosamente al suo compito, non si mette mai in primo piano, ma fa da mediatrice.

Perfino dal punto di vista geologico e della toponomastica le descrizioni si dimostrano attendibili. Qualcosa di inconcepibile, perché l’autrice, per realizzare una tale impresa, avrebbe dovuto possedere conoscenze sterminate. E poi bisogna considerare che Maria scriveva di getto, senza rivedere e senza una sola correzione.

Un  medico, il professor Nicola Pende, endocrinologo e patologo, dopo aver letto le pagine della Valtorta ed essere andato a trovarla a Viareggio, scrisse: «Quella che in me, medico, ha suscitato la più grande ammirazione e la meraviglia per la perizia con cui la Valtorta descrive una fenomenologia che solo pochi medici consumati saprebbero esporre, è la scena dell’agonia di Gesù sulla croce. Il dolore spasmodico, il più atroce sofferto dal Redentore per le ferite della testa, delle mani e dei piedi sopportanti nelle piaghe il peso del corpo, provocano, nel racconto della Valtorta, delle contrazioni toniche di tutto il corpo, degli irrigidimenti tetaniformi del tronco e degli arti, che non offuscano né la coscienza né la volontà del morente, pur essendo l’espressione del dolore fisico più grande prodotto dalla più grande delle torture. E tutto il corteo fenomenico dell’agonia di Gesù, così come è descritto in questo libro, dimostra che è stato il dolore immenso del corpo che ha fermato il respiro e il cuore del Figlio dell’uomo. La pietà e la commozione più grande invadono il lettore cristiano alla lettura di questa pagina stupenda».

Occorre infine notare, e don Zucchini giustamente lo sottolinea, che tutti i fenomeni mistici che ebbero la Valtorta come protagonista furono improvvisi, inattesi, mai cercati (anzi, Maria ne ebbe paura). Insomma, nessuna macchinazione.

Maria Valtorta, conclude l’autore, fu, ed è, un dono di Dio all’umanità. E non conoscerlo, aggiungiamo noi, sarebbe un peccato.

Commenti

Emilio Biagini ha detto…
Peccato che il libro sia così pieno di errori e permeato di scientismo. Sono altri i criteri per valutarne il valore (vedi Jean Gerson).

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