Domenica XV

"E chi è mio prossimo?" (Lc 10,25). Sta a noi farci "prossimo" di chiunque che incontriamo abbia bisogno di aiuto 
di Mons. Gino Oliosi
Il Vangelo di questa domenica si apre con la domanda che un dottore della Legge pone a Gesù: "Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita veramente vita, la vita eterna?" (Lc 10,25). Sapendolo esperto nelle Sacre Scritture, il Signore invita quell'uomo a dare lui stesso la risposta, che infatti egli formula perfettamente citando i due comandamenti
principali: amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze, e amare il prossimo come se stessi. Allora il dottore della Legge, quasi per giustificarsi, chiede: "E chi mi è prossimo?" (Lc 10,29). Di per sé non tutte le persone sono il nostro prossimo. "Prossimo" infatti vuol dire ciò che ci è molto vicino; i lontani non sono prossimi. Allora, fino a che punto si deve andare nel considerare le persone nostro prossimo? Basta amare le persone della propria famiglia? O bisogna amare anche quelle della propria città, della propria nazione? Secondo la mentalità degli ebrei, non si può andare più in là di questo punto. Ad ogni modo, il dottore della legge vuole conoscere il limite.
Gesù non risponde direttamente a questa domanda, dicendo ad esempio: "Il tuo prossimo va fino a questo punto, dopo di che le persone non sono più il tuo prossimo e tu te ne puoi disinteressare". Questa volta Gesù, Gesù risponde con la celebre parabola del "buon Samaritano" (Lc 10,30-37), per indicare che sta a noi sentirci "prossimo" di chiunque incontriamo bisognoso di aiuto con la possibilità di aiutarlo. Il Samaritano, infatti, si sente prossimo facendosi carico della condizione di uno sconosciuto, che i briganti hanno lasciato sanguinante, mezzo morto lungo la strada; mentre  un sacerdote e un levita erano passati oltre, forse pensando che a contatto con il sangue, in base ad un precetto ebraico, si sarebbero contaminati. Il sacerdote e il levita sono due persone che hanno una posizione particolare nel popolo eletto e il cui comportamento di per sé dovrebbe essere esemplare. Poi passa un samaritano, che è in viaggio. I samaritani sono persone disprezzati dagli ebrei. Questo samaritano dunque passa, vede l'uomo ferito e si lascia commuovere dalla situazione di questo sconosciuto cioè si fa prossimo. Vede la necessità, vede la sua sofferenza, vede che ha bisogno di aiuto, e ne ha compassione, non è indifferente. Gesù nel Vangelo si fa prossimo cioè un modello di compassione. Le espressioni "sentire compassione", "commuoversi" vengono applicate diverse volte a lui: egli ha compassione della folla, della vedova di Nain, del lebbroso, dei ciechi…Si tratta di un atteggiamento fondamentale per farsi prossimo. La parabola che il Risorto ci rende attuale in questo momento, punta a trasformare la nostra mentalità secondo la logica di Cristo, che è la logica della carità, del suo amore in noi donatosi sacramentalmente: Dio è amore, e rendergli culto con la Parola e il Sacramento porta a servire i fratelli con amore sincero e generoso.
Questa memoria evangelica, liturgicamente attualizzata, offre il "criterio di misura", cioè "l'universalità dell'amore che si volge verso il bisognoso incontrato "per caso" (Lc 10,31), facendoci prossimi a tutti chiunque siano, anche nemici. Accanto a questa regola universale, vi è anche una priorità specificamente ecclesiale: che "nella Chiesa stessa, in quanto famiglia delle famiglie di battezzati, nessun membro, nessun fratello soffra perché nel bisogno". Il programma del cristiano, appreso dall'amare come Lui ci ama, è "un cuore che vede, mai indifferente" dove c'è bisogno di amore, e agisce in modo conseguente.
L'unica Mamma di figli nel Figlio ci è sempre accanto e, invocata, ci fa gustare una fraternità universale accanto a quella particolare.

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