Quella cara vecchia pipa

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di Omar Ebrahime
La collana de “I libri del ritorno all'ordine” diretta da Mario Palmaro (1968-2014) e Alessandro Gnocchi per l'editore Fede & Cultura di Verona manda in queste settimane in libreria l'ultimo lavoro: lo firma Fabio Trevisan e ha per oggetto la visione del mondo oltre che, più specificamente, di critica alla modernità di uno dei geni letterari più brillanti di tutti i tempi, lo scrittore londinese Gilbert Keith Chesterton (cfr. F. Trevisan, Quella cara vecchia pipa. Le piccole cose, le canzoni, le favole, la tradizione in Gilbert Keith Chesterton, Fede & Cultura, Verona 2014, Pp. 186, Euro 16,00). Trevisan, che di Chesterton è studioso dotto e appassionato da anni essendo stato fondatore dei “Gruppi Chestertoniani Veronesi” e avendogli già dedicato in passato lavori di qualità (come le riduzioni teatrali Uomo vivo con due gambe (2005) e Il pazzo e il re (2006) usciti sempre per le edizioni dirette dal professor Giovanni Zenone), offre qui in undici gustosi capitoli tematici tutti da leggere e
un'inedita intervista finale un ritratto completo e originalissimo del grande convertito inglese (alla sua morte, nel 1936, Papa Pio XI lo insignì del titolo di “Defensor fidei”). Ancora oggi, in effetti della figura di Chesterton si conosce forse più il poeta esilarante o lo scrittore di paradossali aforismi, o ancora l'inventore della saga di Padre Brown, l'indimenticabile prete-detective le cui avventure diventeranno celebri poi anche sul grande schermo ma relativamente poco di tutto il resto. Il rischio è quindi quello di finire per catalogarlo come una sorta di 'battitore libero' nel senso più deteriore dell'espressione: un giocoliere talentuoso della lingua inglese utilizzata con sconcertante disinvoltura per dimostrare al pubblico esterrefatto degli astanti le proprie capacità stra-ordinarie, fuori dall'ordinario, cioè dalla media. Oppure un'umorista irrefrenabile che non sapeva andare oltre la battuta tanto sagace e beffarda quanto estemporanea. Nulla di tutto questo: Chesterton fu un uomo e un artista completo ed esigente, amante raffinato – in un'epoca per certi versi molto simile alla nostra, di decadenza generale – del buono, del bello e del vero. Per questo fu un cristiano autentico ed esemplare che amò realmente la civiltà che il Cristianesimo aveva generato nel corso dei secoli e i suoi segreti più nascosti: le tradizioni del focolare, l'onore domestico, le virtù famigliari, il mondo simbolico delle piccole cose che rimandano al Creatore e in definitiva al fine ultimo della realtà creata intorno a noi. La bravura di Trevisan nel saggio è proprio quella di riuscire a ricreare questo 'mondo antico' partendo dall'osservazione diretta del paesaggio chestertoniano e dall'interrogazione appassionata delle sue pagine. Il risultato è, vedere - anzi, leggere - per credere, obiettivamente strabiliante: un racconto 'montato' (è il caso di dirlo) ad arte fatto di piccoli racconti, ognuno legato a sua volta a una parte o a una chiave dell'universo semantico e culturale chestertoniano.

La “Prefazione” (pp. 5-14) è firmata da padre Arturo Ruiz Freites, religioso dell'Istituto del Verbo Incarnato (IVE), docente di teologia, che ricordando le vie traverse con cui l'opera di Chesterton (anzitutto nelle biografie dei due più mirabili Santi del Medioevo italiano, Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino) arrivò nella sua casa paterna, in Argentina, negli anni Settanta, riflette sulle conseguenze sociali dell'essere e vivere da cristiani oggi nella società in un periodo in cui “l'uomo, allontanato da ogni riferimento all'Altro trascendente, dalla sua libertà interiore, dalla sua casa, dalle sue mansioni dignitose e a misura personale, dalle connaturali relazioni e ambienti, dall'amore degli altri e cal bene comune soprannaturale e naturale, trascendente e immanente, eterno e temporale, é stato risucchiato nella burrasca tempestosa degli interessi dei 'mercati', dei trust monopolistici, nell'immanentismo gnostico di un Leviatano materialistico totalitario, massificante e annientante la sua vera umanità” (pag. 12). La crisi che stiamo attraversando è quindi una crisi primariamente religiosa e spirituale e proprio sulla base di questo e solo in secondo luogo antropologica, economica e morale: la via d'uscita deve passare pertanto necessariamente da un deciso recupero delle verità divine emarginate dalla superba intelligenza mondana della modernità e anzi dall'assoluta centralità del piano di Dio nella storia umana. Il successivo “Invito alla lettura” (pp. 15-18) del Direttore dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, Stefano Fontana, evidenzia invece come nella logica chestertoniana tutto si tenga e, come si accennava all'inizio, ogni tassello vada letto alla luce di tutto l'universo letterario che lo precede e lo sostiene: “Trevisan cerca, fruga, collega, compone tra loro elementi chestertoniani apparentemente lontani ma in realtà connessi da un sottile ma tenace filo. E ci mostra una grande coerenza di visione in Chesterton: tutto si tiene, i grandi ragionamenti filosofici o teologici di Ortodossia e le 'vecchie canzonette' de L'osteria volante” (pag. 16). Il motivo profondo è che “sotto l'acume chestertoniano c'è il senso comune, ossia quella naturale e spontanea capacità che tutti gli uomini hanno di vedere la realtà così come essa è prima di essere trasformati in scettici di professione dal progressismo ideologico” (pag. 18) che è poi la carta d'identità intellettuale dell'epoca lunga della modernità in quanto tale.

Gli spunti che compongono l'opera vera e propria sono numerosi e impossibili da sintetizzare in una semplice recensione: nel primo capitolo (“Sono solo canzonette?”) ad esempio, l'Autore ragiona su una citazione tratta dal poema epico La ballata del cavallo bianco per riflettere sulla profezia chestertoniana secondo cui “l'umanità in divenire sarebbe stata costituita da schiavi senza un padrone” (pag. 23). Una descrizione che sembra perfettamente adattarsi per gli abiti indossati attualmente dalle masse del Vecchio (ormai anche anagraficamente) Continente in cui un sistema socio-economico pervasivo orienta scelte, gusti e comportamenti in un modo tale che persino avere un pensiero personale a volte appare come un pericoloso atto eversivo rispetto alla mentalità dominante. Da parte sua, già allora lo scrittore londinese “contro l'insensatezza moderna del sovvertimento dell'ordine naturale e dell'ortodossia, si pose a baluardo della sensatezza della proprietà negli elementi originali che intendeva preservare: la consuetudine e la continuità o, con altre parole, la tradizione” (pagg. 24-25). Si coglie qui con trasparente chiarezza la radice saldamente cattolica della sua filofia sociale, nient'affatto scontata, né peraltro sempre conosciuta in quegli anni, anche a livello di elìtes (si consideri che mentre scrive, fatta eccezione per la Rerum Novarum di Leone XIII, gran parte del Magistero sociale come lo conosciamo noi oggi doveva ancora essere sistematizzato). D'altronde le verità fondamentali, avrebbe forse risposto Chesterton, sono poche e quelle proprio imprescindibili sono addirittura eterne, non certo frutto di mano umana: “I pensieri più profondi sono luoghi comuni...e il luogo comune più profondo di tutti è quel Vanitas Vanitatum che non è pessimismo, ma l'esatto opposto del pessimismo. E' la vanità dell'uomo che ci spinge a pensare che debba essere un Dio” (pag. 28). Significativo anche il secondo capitolo (“Il Bianco e il suo Cavallo”) dove l'Autore prende spunto dal romanzo Le avventure di un uomo vivo per offrire delle considerazioni sul bello e sull'arte oggi pressochè dimenticate. Anzitutto la severa critica delle cosiddetti movimenti d''avanguardie' che ancora oggi spopolano tra le principali esposizioni d'Occidente: in riferimento all'impressionismo per esempio, Trevisan spiega che Chesterton “condannava l'impressionismo in quanto incapace di fare conoscere e vedere con esattezza la dimensione soprannaturale del reale” (pag. 33). La considerazione vale naturalmente anche per le altre che seguirono di lì a poco (dal simbolismo all'astrattismo) caratterizzate tutte da un ripiegamento scettico cervollotico – e a volte quasi patologico – sul proprio io come centro assoluto e confuso del mondo. E non a caso nello stesso romanzo Chesterton faceva pronunciare poi ai suoi personaggi altre profezie significative come quella sul futuro, imminente 'ritorno dei pagani' (cfr. pag. 43) in un mondo lasciato a se stesso in cui nessuno alza più gli occhi al cielo e dunque ormai completamente privo di anima, senso e sentimento. E' per questo che Chesterton difese così tanto l'uomo comune - si veda il capitolo successivo, intitolato “Pane e formaggio” - perchè con la sua semplice difesa del dato di realtà questi impediva, con la sua stessa presenza, l'accellerazione del processo di decadenza già allora in atto. D'altronde, riflettendo sulla storia passata dell'umanità, lo scrittore aveva osservato che i problemi più gravi erano stati causati proprio dagli ideologi, i fanatici della teoria per la teoria, i professionisti dell'astrattismo esaltato, cattedratici o meno non aveva importanza: “Le catastrofi che abbiamo vissuto e che stiamo attualmente vivendo non sono state causate dalla gente pratica e prosaica che si ritiene non sappia nulla, bensì quasi sempre dalla gente assolutamente teorica che sapeva di sapere tutto. Il mondo può trarre una lezione dai propri sbagli, ma si tratta soprattutto degli errori di chi impartisce lezioni” (pag. 49).

Di fronte a questa crisi l'ancora sicura di salvataggio - l'unica, a ben vedere - si trovava ancora una volta nella Chiesa di Cristo, Madre e Maestra di verità, di sapienza, di umanità ma soprattutto di tradizione (quella che in Ortodossia definì efficacemente come “democrazia dei morti”), tanto derisa superficialmente dagli uomini sedotti dalle sirene della modernità quanto ardentemente desiderata da chi – come era lo stesso scrittore prima di convertirsi e chiedere il battesimo, nel 1922 – è in ricerca appassionata della verità del mondo, delle cose e del loro destino eterno: “Quelli che abbandonano la tradizione della verità non fuggono verso qualcosa che chiamano libertà. Fuggono tra le braccia di qualcos'altro, che noi chiamiamo moda. Questo è davvero il punto cruciale della controversia tra le due visioni della storia e della filosofia. Se fosse vero che lasciando il tempio ci incammineremmo in un mondo di verità, la domanda avrebbe trovato la sua risposta, ma non è vero. Lasciando il tempio ci incamminiamo in un mondo di idoli. E gli idoli del mercato sono più fragili e passeggeri degli dei del tempio che abbiamo lasciato” (pag. 62). Oltre a queste autentiche gemme di grandissima filosofia e un poderoso senso comune, il genio britannico ci lascia poi una serie di ricette di buona economia, in perfetta consonanza con la Dottrina sociale della Chiesa, che oggi ancora più di ieri tornano prepotentemente d'attualità come vero e proprio “antidoto alla crisi” (si veda a questo proposito in dettaglio il capitolo XI) e tratteggiano una possibile via d'uscita a misura d'uomo, o meglio secondo i bisogni e le necessità della singola persona umana - per esprimersi più correttamente – e nondimeno perfettamente conforme al piano di Dio e alla sua gloria e che vedono il lavoro e l'attività umana come vocazione 'alta' e mirata alla diffusione il più possibile capillare del bene comune: “Chesterton credeva fermamente e puntava sulla qualità del lavoro accurato, artigianale e difendeva la piccola bottega anche per i valori morali e relazionali che immetteva nel tessuto sociale. Il programma pratico che Chesterton proponeva per il ristabilimento della proprietà privata constava di due parti: la prima, secondo le sue testuali parole, prevedeva di fermare la folle corsa al monopolio, prima che andassero perdute le ultime tradizioni di proprietà e libertà, e consisteva nel boicottaggio (che gli attirò feroci critiche e tanto livore) dei grandi negozi. Bastava desiderarlo, volerlo, attuarlo anche attraverso la formazione di leghe e gilde con cui ci si sarebbe potuto impegnare a trattare solo con i piccoli negozi anziché con quelli grandi centralizzati e monopolistici. Si poteva quindi provare a resistere all'assalto del capitalismo attraverso dei piani pratici [ri-distribuzione o compartecipazione agli utili, rafforzamento dei corpi intermedi presenti sul territorio e dei gruppi di categoria dei piccoli liberi imprenditori] Erano certamente dei princìpi generali che cercavano di far invertire la rotta e la corsa all'accaparramento e alla concentrazione della proprietà in poche mani...” (pag. 118).

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