Solo Amore e Luce ha per confine

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di Francesco Agnoli
Si parlava, la volta scorsa, di angeli, demoni e inferno. Proviamo quest’oggi a fare due semplici ragionamenti sul Paradiso: sarà certamente più difficile, anche perché con il male abbiamo di solito, una maggior dimestichezza.
Potremmo partire dalle esperienze di pre-morte, di cui ci parla Antonio Socci nel suo ultimo libro, Tornati dall’aldilà. In queste esperienze il Paradiso viene percepito come un luogo senza tempo, di luce e di amore. Siano vere “visioni” o meno, luce e amore vanno
benissimo per il nostro discorso. Dante definisce proprio il Paradiso come il luogo che “solo amore e luce ha per confine”.
Ebbene, se pensiamo alla luce, a questo corpo così sottile, impalpabile, capace di donare bellezza alle cose, viene inevitabile pensare alla conoscenza.
La luce è ciò che permette, a noi qui sulla terra, di vedere e di conoscere la realtà. Anche la comprensione intellettuale viene spesso definita “illuminazione”. Dunque il Paradiso non è il “luogo” dell’annullamento nirvanico, in cui tutto ciò che è stato si rivela nulla, né quello del godimento sensuale, come nella visione islamica, ma il luogo in cui conosceremo, definitivamente, integralmente, “faccia a faccia”: “Nella tua luce, vedremo la luce”. Lì troveremo ciò che di vero abbiamo cercato; comprenderemo ciò che di bello e buono abbiamo vagamente, saltuariamente, percepito.
Il grande logico-matematico Kurt Gödel, come ricorda il suo biografo Gabriele Lolli, sosteneva che “il mondo è ordinato razionalmente, ma senza una vita dopo la morte le potenzialità che gli esseri umani mostrano in vita e la preparazione che paiono fare non avrebbero senso. Il mondo come mostra la scienza presenta la più grande regolarità e ordine a ogni livello. Secondo la scienza ha avuto un inizio e avrà una fine nel nulla. Perché dovrebbe esserci solo questo mondo? L’essenza dell’essere umano ha una potenzialità di sviluppo talmente grande che non riesce ad analizzare se non in millesima parte. Le persone tuttavia, attraverso l’apprendimento, pervengono ad una vita migliore, dotata di maggior senso. Ma si impara soprattutto facendo errori e questi predominano in modo eccessivo nel corso della vita. La parte più consistente dell’apprendimento avverrà nella prossima vita”.
Un ragionamento analogo appartiene alla teologia tradizionale, a cui attingerò tramite un ottimo filosofo cattolico, Enrico Maria Radaelli, autore di un testo, “Ingresso alla bellezza” (Fede & Cultura), di rara profondità e originalità.
Scrive Radaelli: “la ragione – l’intelligenza, l’intelletto- è una cosa inarrestabile, è un moto che non ha mai avuto inizio e non avrà mai fine. L’intelletto si muove, va avanti, va sempre avanti, non c’è nulla che lo fermi-nemmeno il nulla che non c’è – poiché davanti ad esso nessuna cosa è sufficientemente priva di essere da risucchiarne la vita: l’intelletto infatti è vivente, è la vita, è il vivente, è l’Essere stesso in atto”. Affermando, come Gödel, la possibilità sulla terra di una forma di conoscenza, per quanto limitata, contro lo scetticismo pirroniano, Radaelli aggiunge: “non solo è impossibile che sia impossibile, ma è anche impossibile che la conoscenza non giunga ad un termine estremo e conclusivo, ovvero è impossibile che essa non sia eterna, fuori del tempo, nel tuttoinsieme invulnerabile dalla morte…appena si dà la scintilla della conoscenza, appena si ha nel creato la conoscenza, essa, anche nel creato, è per sempre insopprimibile…perché tende a Dio, e finché non raggiunge il suo bene, Dio, non si arresta”.
San Tommaso scriveva che l’Essenza di Dio sarà insieme l’oggetto e il mezzo con cui la nostra anima compirà l’intellezione di Dio. Non sarà dunque un semplice contemplare qualcosa d’Altro, ma un abbeverarsi nella grandezza di Dio, toccando e non toccando con mano, non saprei come altrimenti dire, la profonda Alterità di Dio (un po’ come l’innamorato e l’innamorata, due e uno solo nello stesso tempo).
In parole semplici? Nel Paradiso la nostra sete di conoscere e capire si acquieterà in Dio; o meglio si “muoverà” in Lui, in un eterno presente. Lì la nostra esistenza terrestre e l’esistenza dell’universo si riveleranno non come illusioni, come nella dottrine orientali, ma come immagini; non come inganni, ma come tracce poste su un cammino che ha una meta; lì saranno massime la nostra conoscenza e la nostra autocoscienza, perché, come scriveva Boezio, l’eternità è “il possesso intero, perfetto e simultaneo di una vita interminabile”.
Oltre che conoscere Dio, in Paradiso, le anime lo amano e sono amate. Scrive Radaelli che la stesso Dio, Trinitario, è Essere, Intelletto, Amore, “nella loro triplice, infinita ed eterna attuazione. L’eternità di Dio esprime bene il dato della intrinseca inarrestabilità dell’intelligenza: Dio Trinità è vivente, intelligente, amante in atto ab aeterno e ad aternum”. Conoscenza e amore vanno insieme, si richiamano l’uno l’altro. Infatti la vita conoscitiva è “una vita di relazione, di partecipazione, di comunione”. Per questo nel Vangelo di San Giovanni Cristo è Logos, ma anche Amore. “Il regno dei cieli, ha scritto Madeleine Delbrêl, è l’amore personale, in Cristo, di Dio per ciascuno di noi, e di ciascuno di noi per ognuno degli altri”.
Il Foglio, 26/6/2014

1 commento:

Anonimo ha detto...

E' già nella lista nei libri da leggere per l'estate :-).
Giù Darima