Padre Giorgio Callegari. I Domenicani e la teologia della liberazione


di Giovanni Cavalcoli
L’Ordine Domenicano, nell’intento di applicare le direttive pastorali del Concilio Vaticano II, ha fatto una svolta notevole rispetto al suo tradizionale interesse per i temi dottrinali e le controversie teologiche, che sin dagli inizi hanno caratterizzato il suo ruolo nella Chiesa con alterne vicende, alcune delle quali sfortunate, tali da procurargli la fama di
aspra intransigenza dottrinale legata al servizio del potere ecclesiastico e civile, nonché di frenare il progresso della scienza e della cultura a causa dell’attaccamento ad un rigido conservatorismo intellettuale.

Così l’Ordine ha sentito il bisogno di scrollarsi di dosso con la massima decisione quell’infausta nomea avviando un rinnovamento secondo quelle direttive conciliari, che caldeggiavano una maggiore attenzione alle vaste aree di umanità afflitte dalla miseria e dalla povertà, sfruttate da poteri egoisti o tirannici, non senza a volte la connivenza di ambienti ecclesiali, masse sofferenti assetate di giustizia e di pace; il grande tema della misericordia, che anima e percorre tutti gli insegnamenti del Concilio. Si è allora sentito il dovere in nome del Vangelo di collaborare fattivamente all’avanzamento sociale promosso dal Concilio, con una maggiore sensibilità e un più concreto impegno a favore dei poveri e per la soluzione dei grandi e drammatici problemi dell’umanità contemporanea.
La canonizzazione, negli anni seguenti al Concilio, di S. Martin de Porres e S. Giovanni Macìas, umili fratelli cooperatori sudamericani del sec. XVII, grandemente benemeriti nell’assistenza sociale, è significativa di questo mutato orientamento, il quale, più che guardare ai grandi teologi, che pur non mancavano, ha preferito volgere lo sguardo a questi esempi di indubbia carità, da sempre del resto esercitata dall’Ordine, tuttavia scostandosi da quel carisma dottrinale e sapienziale che sarebbe più proprio dell’Ordine, ed è sorgente di santità non meno dell’esercizio dell’assistenza ai poveri e ai bisognosi.
Quest’ attenzione si è rivolta in modo particolare alle situazioni del mondo occidentale, come per esempio l’America Latina, mentre nel blocco sovietico, dominato dal comunismo, considerando la durezza delle dittature colà esistenti e i limitati spazi di libertà della Chiesa, i Domenicani dovevano rassegnarsi a sopportare il giogo comunista o capitava che qualcuno fortunosamente si rifugiava in occidente, come fece il Servo di Dio Padre Tomas Tyn, fuggendo dalla sua patria la Cecoslovacchia e trovando rifugio prima in Francia, poi in Germania ed infine in Italia.
Tuttavia, un difetto in quest’opera di riforma è stato che non si è tenuto conto abbastanza del fatto che il Concilio non aveva solo un carattere pastorale e missionario orientato a presentare il messaggio evangelico in modo adatto, persuasivo convincente per l’uomo d’oggi, instaurando un dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, anche non credenti, ma offriva anche un poderoso corpo dottrinale su vari temi di fondamentale importanza, come la divina Rivelazione, la Chiesa, la santità, la liturgia, l’uomo, la morale, i valori del mondo contemporaneo, l’unità dei cristiani, le altre religioni, la libertà religiosa, la ricerca della giustizia e della pace, la costruzione di una società internazionale fondata sugli universali diritti dell’uomo.
Tale patrimonio dottrinale alla cui elaborazione avevano contribuito alcuni periti Domenicani, come Congar, Philippe, Browne, Ciappi, Hamer, Chenu, avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei Domenicani, in linea con la loro tradizione dottrinale. E invece bisogna dire che essi non hanno tratto da esso quegli sviluppi che avrebbero potuto trarre e soprattutto l’hanno interpretato in un senso modernista, seguendo le orme del noto perito del Concilio, il Domenicano Edward Schillebeeckx.
Inoltre, sono apparse due interpretazioni del Concilio: alcuni vi hanno visto la promozione di un pacifico ed utopistico dialogo universale con l’insistenza sulla misericordia, la rinuncia ad ogni severità, ad ogni condanna, ad ogni attitudine polemica e ad ogni uso della forza o della coercizione: tutti sono in grazia, tutti sono salvi, tutti in fondo sono buoni, tutti segretamente tendono a Dio (“cristiani anonimi”), anche gli atei. Si è quindi parlato del “Concilio del dialogo” e ciò ha dato luogo al buonismo rahneriano. Chiesa e mondo vanno d’accordo.
Altri invece hanno visto nel Concilio, sulla base di un sfondo culturale evoluzionista e storicista (vedi Hegel) un evento rivoluzionario, simile alla Rivoluzione francese, una specie di palingenesi, un rinnovamento ed avanzamento radicali di tutta la vita cristiana, il progetto di una nuova Chiesa finalmente evangelica, la Chiesa della “nuova Pentecoste”, dello Spirito e della profezia (Dossetti), popolare e non gerarchica (“piramidale”), la Chiesa della “modernità” in rotta con la Chiesa tridentina e preconciliare, legata alla religione di stato ed all’era costantiniana (Scuola di Bologna), l’avvento di una nuova umanità nella quale, grazie alla fondamentale bontà dell’uomo liberato da Cristo, saranno sconfitte in questo mondo, non in un mondo futuro, tutte le ingiustizie (Rousseau, massoneria). Il futuro è adesso, ma occorre vincere la reazione e i residui del passato.
La prima interpretazione ha dato luogo al dialogismo e pacifismo soggettivisti, relativisti e indifferentisti, che rifiutano il primato del cristianesimo sulle altre religioni, cedono al lassismo morale, predicano un’etica dolorista e masochista (il “Dio che soffre”), che, con la scusa della “carità”, rinuncia alla lotta, non si ribella alle ingiustizie e alle prepotenze per difendere degli oppressi.
La seconda invece concepisce sì un cristianesimo militante per la liberazione dell’uomo – la “teologia della liberazione”[1] – ma in un orizzonte meramente terreno, dove la liberazione evangelica si riduce all’elemento sociale, economico e politico, ignorando le conseguenze del peccato originale, la schiavitù del peccato, della menzogna ereticale, delle insidie del demonio per una lotta priva di prospettive ultraterrene, meramente mondana, con mezzi esclusivamente politici o addirittura militari, senza quindi disdegnare il ricorso alla violenza e all’illegalità, nella convinzione che i ricchi possono cedere i beni ingiustamente da loro trattenuti, solo se costretti con la forza. La Chiesa Romana è considerata come compromessa con lo strapotere delle multinazionali, soprattutto gli Stati Uniti.
L’accento viene messo più sulla liberazione che sulla redenzione. Il concetto di “redenzione”, con l’idea implicita di “espiazione” o “soddisfazione vicaria”, viene malvisto come mito arcaico e si preferisce vedere Gesù solo come liberatore. Ma ciò forse inavvertitamente sminuisce l’opera della salvezza, perché non si suppone più un uomo che sfugge alla morte (questo è ciò che implica la salvezza), ma semplicemente un uomo già vitalmente costituito in essere, che solo ha bisogno di essere liberato o forse meglio di liberarsi sia pure con l’aiuto di Dio.
 In tal modo si perde di vista il concetto di peccato come causa di morte, mentre tutto il problema si riduce a liberare dai ricchi i poveri da loro sfruttati. La grazia non è più dono divino che ridà la vita, ma forza divina intrinseca alla classe oppressa che si libera dal giogo dei potenti. Tutto ciò acquista un vago sapore pelagiano.
Il vero Vangelo, fattore decisivo della liberazione, nella visuale predetta, non è un dato dottrinale oggettivo, sovrastorico, astratto e immutabile, perché la verità non precede l’azione, ma emerge dall’azione concreta collettiva, dall’esperienza stessa della lotta rivoluzionaria ed è di volta in volta suggerita, in una continua evoluzione, dal contesto socio-politico. La Chiesa non sorge dall’alto della Gerarchia ma dal basso, dal popolo (Iglesia popular).
 Dio non è nel cielo ma nel popolo che lotta per la sua liberazione. È il Dio disceso dal cielo ed incarnato nella storia, è Cristo, soprattutto nei poveri e negli oppressi. La liturgia non è grazia che scende dall’alto, ma forza divina immanente al popolo che simbolicamente nei sacramenti rappresenta il processo storico della sua liberazione, che è liberazione dell’intera umanità, in quanto gli stessi oppressori vengono liberati dal loro egoismo.
Ma questa visuale ristretta e secolarizzata fa sì che si perda di vista l’universalità e l’oggettività della verità del Vangelo custodita dal Magistero della Chiesa, e la si mutili o cambi a seconda degli interessi contingenti dell’azione sociale o della rivoluzione e per questo i liberazionisti guardano con diffidenza la dottrina sociale della Chiesa, la quale si presenta come universale e trascendente lo spazio-tempo, ed adatta a tutte le situazioni di ingiustizia o di degradazione della persona umana o di offesa al bene comune.
Secondo la frangia più estremista della teologia della liberazione, influenzata dal marxismo, per ottenere la liberazione dell’uomo e una società giusta e pacifica, sarebbe sufficiente organizzare una rivoluzione sociale e politica, tale da abbattere il governo tirannico, espropriare con la forza i capitalisti del possesso privato dei mezzi di produzione e mettere tali mezzi a disposizione del popolo e dei lavoratori.
Per il fondatore della teologia della liberazione Gustavo Gutierrez, oggi appartenente all’Ordine domenicano, come pure per il teologo domenicano Albert Nolan, non esiste un altro mondo al di là di questo, per cui lo scopo del cristianesimo sarebbe semplicemente portare la felicità in questo mondo. La stessa tesi è sostenuta da un altro famoso teologo domenicano, Edward Schillebeeckx.
Com’è noto, negli anni immediatamente seguenti il Concilio, si sviluppò un’irrefrenabile agitazione e una euforia rivoluzionaria, a cominciare dagli ambienti universitari ma poi estesasi a tutti i ceti bassi della società, invase anche le scuole, i seminari, gli insegnanti, i teologi, i moralisti, il clero e gli studenti degli istituti religiosi, con la conseguenza, nel corso di qualche decennio, di decine di migliaia di defezioni di preti e religiosi. Rivoluzione in occidente contro le oligarchie economiche, culturali ed ecclesiali conservatrici, rivoluzione in Cecoslovacchia contro il comunismo.
L’Ordine domenicano, contagiato da questo conturbante fenomeno che certo non era privo di aspetti positivi, e che in parte era stato ispirato da alcuni suoi teologi neomodernisti, preso da un eccessivo e non sempre prudente fervore di cambiamento, e suggestionato da falsi maestri – si pensi solo al fenomeno del ’68, immediatamente preceduto dalla contestazione studentesca all’Università Americana di Berkeley –, nella sua opera di rottura con un passato che bisognava abbandonare, ha finito col dimenticare o rifiutare anche usi, idee, tradizioni e valori che invece trovavano le loro radici nella stessa identità domenicana, con tutti i meriti storici che da ciò provenivano e quindi ancora avrebbero dovuto provenire.
La predicazione domenicana ha sempre avuto una forte carica riformatrice, senza che fosse necessario ai frati immischiarsi nelle lotte e contese politiche, né tanto meno accondiscendere a forze sovversive che tentano di cambiare la società con la violenza. Non si contano lungo i secoli i grandi predicatori della giustizia e della pace, grandi benefattori della Chiesa e della società, tanto per fare pochi nomi, come un S. Raimondo di Peñafort nel sec.XIII, una S. Caterina da Siena nel sec. XIV, un S. Antonino da Firenze o un Savonarola nel sec.XV, un Francisco de Vitoria, un Bartolomeo Las Casas o un Montesinos nel sec.XVI, un S. Martìn de Porres o un S. Giovanni Macìas nel sec.XVII, un S. Francisco Coll nel sec.XIX, un Beato Giuseppe Lataste o un Beato Giuseppe Girotti nel secolo scorso, fino a giungere, sono disposto a riconoscerlo, alla testimonianza coraggiosa del Padre Giorgio Callegari[2].
Il Padre Callegari (1936-2003), di origine veneziana, fu missionario in Brasile a cominciare dalla fine degli anni ’60, durante il periodo di una crudele dittatura militare, che sospettava o accusava pretestuosamente di “comunismo” tutti coloro che operassero o lottassero per la eliminazione delle gravi ingiustizie sociali in atto nel paese, per la cessazione delle crudeltà commesse dalla polizia, che non si arrestava neppure davanti alla tortura ed alla soppressione dei nemici del regime.
In realtà nel paese l’influsso comunista (della stessa Russia sovietica) non era assente, come è testimoniato per esempio dall’attività di alcuni guerriglieri come Carlos Marighella ed Alves Coqueiro, con i quali Padre Callegari era in amicizia. Questo destò gravi sospetti su di lui e gli causò l’accusa di “comunismo” e sovversivismo da parte dell’autorità, sicchè egli fu imprigionato per più di un anno dal 1969 al 1970 e subì la tortura.
Nel 1968 Paolo VI aveva pubblicato l’enciclica Populorum Progressio, dove ammetteva la liceità della rivoluzione in specialissime circostanze, ma evidentemente non poteva ammettere che il fine della rivoluzione potesse essere la società comunista. Liberarsi dal regime dittatoriale brasiliano poteva essere un buon intento, ma occorreva guardarsi da contatti con la guerriglia comunista. Viceversa il regime sovietico e la stessa esperienza di Cuba con Castro dimostravano che il comunismo al potere sopprime la libertà. E fu proprio per ottenere questa libertà che il Servo di Dio Padre Tomas Tyn dette la propria vita.
Può esser che Padre Giorgio sia stato imprudente e fosse un po’ infetto dall’ideologia rivoluzionaria, come del resto anche altri Domenicani brasiliani, ma la sua intenzione di fondo era quella del sacerdote domenicano, desideroso di operare fattivamente per il riscatto dei poveri e degli oppressi. Abbiamo su di lui ottime referenze di quando era ancora giovane a Venezia, prima che entrasse nell’Ordine, sia da parte del Patriarca Albino Luciani che del Segretario della Democrazia Cristiana, come di cristiano convinto, generoso ed anticomunista.
Nella sua condotta sociale degli anni 1967-1971 vi sono zone d’ombra che andrebbero chiarite, mentre poi negli anni successivi si nota un crescendo di dedizione autentica e generosa alla causa dei poveri, soprattutto bambini bisognosi, tanto che, per merito suo e dei suoi collaboratori in Brasile esistono diverse istituzioni ben funzionanti al sevizio di questi piccoli esseri umani.
Ad ogni modo, pur manifestando qui tutta la nostra riconoscenza e ammirazione per l’opera di questi Domenicani, l’Ordine non deve dimenticare il taglio intellettuale e teologico della spiritualità e della missione domenicane, così strettamente legate alla tematica e alla problematica della purezza, della difesa e della diffusione della fede, soprattutto in rapporto alla cultura e alle scienze umane, fino a giungere ai problemi della società, della giustizia e della pace, ma senza che questi ultimi debbano campeggiare in modo unilaterale e fazioso, soprattutto se in contrasto o in polemica che i valori tradizionali, come per esempio l’ossequio sempre prestato alla dottrina di S.Tommaso d’Aquino, che è del resto raccomandato dallo stesso Concilio. Per cui sorgeva il paradosso di un Ordine domenicano, privilegiato responsabile di offrire a tutta la Chiesa la sapienza dell’Aquinate, il quale Ordine, per un malinteso modo di attuare il Concilio, finiva per emarginare quello stesso S. Tommaso che era raccomandato dal Concilio!
Resta da dire in conclusione che l’Ordine domenicano entra nel novero di quegli istituti religiosi che hanno tentato di realizzare l’opera riformatrice del Concilio, ma, a causa di un’esagerata reazione nei confronti di un passato imbarazzante, e nell’intento di acquisire ciò che mancava, superando un ristagno intellettuale per lanciarsi verso nuove conquiste, hanno finito per sbilanciarsi in un senso opposto, di tipo modernista, tanto che oggi occorre urgentemente correggere il tiro, per imboccare finalmente la strada giusta ed equilibrata, di sintesi o mediazione tra gli estremi, ma da essi equidistante, quella veramente voluta dal Concilio e non da una sua falsa interpretazione modernista o scillebexiana o liberazionista.
Occorre pertanto che l’Ordine ritrovi la sua tradizionale funzione di zelante predicatore e diffusore della fede e coraggioso oppositore dell’eresia, con fedeltà cristallina e assoluta al Magistero della Chiesa. Sua speciale missione, come recita il motto Veritas nel suo stemma, è quella di promuove la sapienza e la ricerca teologica, di stimolare ed educare negli uomini l’amore per la verità e la ricerca di Dio. È poi dalla verità che discendono tutte le altre virtù e i valori dell’uomo: la giustizia, la bontà, la libertà, la pace, il culto divino, la salvezza.
Per esempio, la promozione della Causa di Beatificazione del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, martire del comunismo, fedelissimo al Magistero della Chiesa e a S. Tommaso, vigoroso e dotto assertore dei valori perenni della tradizione pur nella piena fedeltà al Concilio Vaticano II, potrebbe servire a mio giudizio a favorire una linea di equilibrio ed imparzialità nei confronti degli opposti estremismi, che oggi stanno lacerando la Chiesa, secondo quell’alta missione di pace e conciliazione fondata sulla verità,  che l’Ordine ha sempre esercitato lungo i secoli.
Il Concilio ha richiamato gli istituti religiosi alla riscoperta del loro proprio carisma, senza invadere il campo degli altri, senza dilettantismi o approssimazioni, ma con impegno e competenza, ognuno al suo posto, come si conviene in una società ordinata e pacifica, quale dev’essere la Chiesa.
Non si devono fare cose per le quali non si è istituzionalmente attrezzati. I Domenicani non possono sostituire l’Ordine di S. Camillo o l’Opera della Santa Teresa di Calcutta o l’Ordine dei Mercedari. Certo l’uomo non vive senza il “pane che perisce”, ma vive ancor più di “ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
L’uomo certo vive di pane materiale, ma anche ed ancor più del pane della Parola di Dio. Ingiustizia non è solo essere oppressi economicamente, ma anche essere privati della verità salvifica perché ingannati da impostori o da eretici. La pace non nasce solo dalla pancia piena, ma anche dal cuore pieno di Dio, e da una coscienza retta ed illuminata dalla verità.
E si deve dire che tra tutti gli istituti religiosi, nessuno tanto quanto quello Domenicano, sia per il suo programma istituzionale approvato dalla Chiesa, sia per la sua lunga storia ed esperienza, sia per i mezzi istituzionali dei quali dispone, è attrezzato in modo così eccellente per svolgere il compito di cui sopra. Se il Domenicano non fa il proprio dovere è come se in un organismo non funzionasse un organo vitale. Qualcun altro dovrà prendere il suo posto. Ma per quale motivo?

NOTE



[1] Cf la critica contenuta nell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1984.
[2] Lettere dl Tiradentes, a cura di Mariano Foralosso, OP, Pubblicazione di Arco Acuto, dell’Associazione Amici Colonia Venezia  di Peruibe, San Pantalon 3703, Venezia 2013.

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