La risurrezione è un avvenimento reale, non una interpretazione

di don Gino Oliosi
La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Non è un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di
Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo.
Questo il realismo sacramentale della presenza e dell’azione ecclesiale ininterrotta del  Risorto e quindi non si può, a livello di patrimonio dottrinale cattolico, sostituire la metafisica, l’ontologia con l’ermeneutica, l’interpretazione fino ad affermare che la fede nella risurrezione non verrebbe meno anche se si dovessero trovare le ceneri del risorto con la formula “la causa di Gesù va avanti”

“Il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo – papa Francesco - incomincia con il cammino delle donne verso il sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta e vuota. Un angelo potente dice loro: “Voi non abbiate paura!” (Mt 28,5), e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli: “E’ risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea” (v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno” (v. 10). “Non abbiate paura”, “non temete”; è una voce che incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio.
Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le speranze. Ma ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La notizia si sparge: Gesù è risorto, come aveva predetto…E anche quel comando di andare in Galilea; per due volte le donne l’avevano sentito, prima dall’angelo, poi da Gesù stesso: “Che vadano in Galilea, là mi vedranno”. “Non temete” e “andate in Galilea”.
La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (Mt 4,18-22).
Ritornare i Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto di amore.

Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù. “Andate in galilea”significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana.
Tornare in galilea significa tornare lì, (a quell’incontro), a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. E’ da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite.
Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in galilea significa custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata,  quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi fatto sentire che mi amava.

Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in galilea!

Il vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. E’ ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in galilea senza paura.
“Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro…Mettiamoci in cammino!” (Papa Francesco, Veglia Pasquale, 19 aprile 2014).

All’inizio dell’essere cristiano - e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è la grande idea che la “causa di Gesù va avanti”, ma l’incontro sacramentale, ecclesiale con la Persona  viva di Gesù divenuto con la risurrezione il Cristo oggi  per  me, per noi, per tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo, incontro reale “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

Negli anni ’60 – Joseph Ratzinger Cercate le cose di lassù , pp. 51-56 -,  per chiarire la risurrezione di Gesù, si era inventata la formula: “La causa di Gesù va avanti” . Questo sarebbe stato ciò che gli apostoli avrebbero capito “il terzo giorno”. Se si trattasse solo di questo, ossia del proseguimento della causa di Gesù, di lui non si potrebbe dire niente di più delle considerazioni  che  si possono fare su Marx e Lenin, Adenauer e De Gaulle. In lui non sarebbe accaduto nulla di veramente nuovo, ma sarebbe valida l’espressione malinconica della rassegnata saggezza dell’Antico Testamento: “niente di nuovo sotto il sole”. Di tutto ciò che sembra nuovo rimane solo l’eterno ciclo della morte, del divenire e del morire. Questo significherebbe anche che tutto ciò che gli uomini hanno pensato, vissuto e amato sprofonda nell’indifferente silenzio della morte e che alla fine, nello sconfinato oceano di stelle, la piccola civiltà della terra si estenguirà silenziosamente e sarà coperta dalla sabbia del nulla, per dirla con le parole di Lévi – Strauss.
“La causa di Gesù va avanti”. Dice troppo poco, anzi, dice qualcosa di sbagliato, perché significherebbe che è solo la causa che resta nel mondo (non la sua presenza sacramentale, ecclesiale). Gli esseri umani vengono e vanno. Sarebbero solo degli interpreti che si avvicendano sul palcoscenico della storia per la causa, che rimarrebbe l’unica cosa duratura. Le persone, di volta in volta, sarebbero soltanto al servizio della causa, per cui la persona diviene solo mezzo e non la causa fine, Se fosse così, si potrebbe anche sacrificare la persona alla causa. Tutte le ideologie crudeli e noncuranti di ogni essere umano, i cui orribili risultati stiamo esperimentando negli ultimi secoli, a partire dal 1789, si fondano in ultima analisi su questo disprezzo della persona.
Una volta ho letto in una predica questa frase:”Cristo è morto per la causa più nobile dell’umanità”. No, non è morto per una causa. E’ morto per Dio e per gli uomini, per me, e in ciò sta la vittoria di Dio e la vittoria per  gli uomini, per ogni uomo, per me. Le cause non rimangono nobili, se per esse vengono uccisi degli esseri umani. Il Risorto è la vittoria di ogni persona, che è più della causa perché Dio è persona e ha chiamato ogni uomo con amore eterno perché sia eterno e perché il suo amore sia eterno.
La risurrezione di Gesù significa inoltre la superiorità dello spirito sulla materia. Oggi osiamo a stento a dirlo perché ci vergogniamo dell’abuso che lo spirito fa della materia, della creazione. Un tale abuso dipende appunto dal fatto che si subordina la persona alla causa. In tal modo lo spirito diviene “materiale” e spietato: quando si subordina alla materia le fa violenza, perché viene distrutto l’ordine intimo della realtà.
Gli esempi del fatto che oggi lo spirito si mette al servizio della materia, turbando e distruggendo così entrambi, sono molteplici. Pensiamo solo al mondo della pubblicità, in cui si impiegano senza misura calcoli spirituali, investimenti di intelligenza e idee per trascinare la persona alla sola materialità. Oppure pensiamo agli investimenti tecnologici, che impiegano a loro volta spirito nelle sue forze più progredite per costringere interamente la persona nella materia. Sperimentiamo la stessa cosa nell’intera struttura di questo nostro mondo orientato al consumo: le merci che produciamo diventano  padrone dell’essere umano. L’uomo diviene servo della macchina. La materia domina su di lui e gli fa violenza. Per questo il ‘900 è divenuto un secolo di grande infelicità morale e materiale.
Perciò è tento importante proclamare il messaggio integrale della risurrezione di Gesù. Se infatti ne escludiamo il corpo, la materia, vuol dire che noi in segreto teniamo separati spirito e materia per l’eternità, che consideriamo irredimibile la materia, la escludiamo dalla sfera e dalla potenza di Dio. Proclamare la superiorità dello spirito e di Dio sulla materia con la fede nella risurrezione, non significa degradare la materia e il corpo, ma confermare la dignità definitiva, la possibilità di essere redenta, l’appartenenza all’intera creazione di Dio.
 Perciò la fede nella risurrezione rappresenta il rifiuto più radicale e drastico di ogni forma di materialismo. Però, prima di accennare al materialismo marxista, dobbiamo affermare che lasciamo una possibilità a esso e agli ideali che possiede, solo perché viviamo nel materialismo privo di ideali del consumo e del piacere, adoriamo la materia e, così facendo, la distruggiamo e la violentiamo. Il Risorto dovrebbe tirarci nuovamente fuori da tali materialismi per condurci verso la libertà dello spirito, che rende degna e grande anche la materia.
Infine la risurrezione di Gesù Cristo è la proclamazione della preminenza dell’amore e della vita sulle strategie della lotta di classe e di una formazione delle coscienze che mira a suscitare l’invidia. Questa è una strategia di morte. Gesù Cristo non è morto contro qualcuno, ma in favore di tutti. Il suo sangue non invoca sangue, ma riconciliazione e amore, la fine dell’inimicizia e dell’odio. La sua risurrezione è la personalizzazione oggettiva dell’affermazione: l’amore è più forte della morte.
Perciò in ultima analisi è irrilevante a chi si debba in realtà attribuire storicamente la colpa della morte di Gesù. La cristianità ha sempre saputo che è una questione inutile perché il sangue di Gesù, come dice la Lettera agli Ebrei (Eb 12,24), invoca cose diverse dal sangue di Abele: ossia perdono, riconciliazione e amore.
Il santo padre Giovanni Paolo II, partendo da queste considerazioni, nella sua enciclica Redemptor hominis ha detto molto efficacemente: “La Chiesa non ha altre armi che quelle della parola e dell’amore. Perciò non può cessare di gridare: “non uccidere!” (II, 16). Questo è l’incitamento chela Pasqua ci porta. E dice nello stesso tempo: non diventate strateghi della violenza, ma servitori dell’amore nella fede del Risorto che è per noi la certezza, quando il bene pare impotente, che l’amore è la vera e definitiva forza del mondo.
Nel Vangelo della notte di pasqua ci vien detto che le donne, dopo l’incontro con gli angeli, cominciarono a correre per la paura e la gioia di trasmettere la notizia. Il cristianesimo non è un riempitivo secondario per momenti di gioia. Chi è raggiunto da questo messaggio deve correre, è spinto da esso, perché è importante che raggiunga altri prima che sia troppo tardi.
Gli apostoli stessi si sono messi subito in cammino in tutto il mondo per portare ancora nella loro generazione, fino ai confini del mondo conosciuto, la notizia della vittoria della vita, della risurrezione del Signore. I discepoli di Gesù hanno dormito sul Monte degli Ulivi, ma noi dormiamo in pieno giorno di Pasqua e non riusciamo a cogliere l’essenziale. In queste ore dovremmo lasciare che il nostro cuore sia colpito dalla grandezza del messaggio in modo da cominciare anche noi a diffondere la sua luce prima che sia troppo tardi, prima che morte mieta il suo crudele raccolto, e, raggiunti dalla gioia di questo giorno, divenire noi stessi evangelizzatori, messaggeri della gioia di Gesù Cristo”.

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