Aldo Moro, martire. Solo della ragion di Stato e dei suoi carnefici

di Danilo Quinto
Può un santo far compromessi
coi comunisti?
Che l’anima e la ragione di Aldo Moro fossero rivolte al pensiero della presenza di Dio nella sua vita e in quella di coloro che egli amava, non ci sono dubbi. Basta leggere le sue lettere dalla prigionia, per comprendere quant’era profonda la sua fede. È proprio questo il punto: Aldo Moro è stato assassinato in ragione della sua fede? O è stato assassinato a causa di una doppia decisione, convergente – che nulla aveva a che fare con la sua fede - di coloro che lo tenevano chiuso in una botola e di coloro che disconoscevano persino il suo pensiero, così come proveniva dalla “prigione del popolo”?

I carnefici di Moro,

gli uni e gli altri, coloro che l’hanno materialmente assassinato e coloro che si sono rifiutati – per “ragion di Stato”, dissero, di salvare una vita umana – hanno agito da politici nei confronti di un politico. Perché Moro tale era. Un politico. Non era un Santo. È lo stesso linguaggio adoperato nelle lettere dalla prigionia che ci svela la sottile e solida duttilità del politico Moro, pur ingarbugliato in un “dominio pieno e incontrollato”, come egli lo definiva. Come politico era divenuto scomodo agli uni e agli altri e né gli uni né gli altri, a distanza di 34 anni, hanno spiegato, né in sede giudiziaria né in altre sedi, la ragione vera di quella morte. Ora, fedelissimi di Moro si adoperano per la sua canonizzazione. Il primo passo è stato avviato nei giorni scorsi e la notizia ha fatto il giro del mondo. L’iter sarà lungo. Durerà certamente degli anni. L’auspicio è che parallelamente si impieghi questo tempo, oltre che per indagare la sua supposta santità, soprattutto per svelare finalmente questo mistero italiano, ancora intatto, che ha prodotto conseguenze di grande rilievo nella storia del nostro paese, che ancora oggi viviamo.

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