Dalla Croce non si scende

di Danilo Quinto
Si fanno già i nomi dei successori. Ci si interroga su quale sarà il ruolo di Benedetto XVI e se influenzerà il nuovo Papa. Si parla di atto di coraggio e rivoluzionario, che rende la Chiesa laica, di supremo atto di governo. Si discute sul fatto che il Concilio Vaticano ha tolto al Papa il ruolo di Vicario di Cristo, equiparandolo al Sinodo e ai Concili, tesi sostenuta da sempre dal cardinale Martini. Si disserta su dove vivrà e con chi vivrà, su che cosa farà. Se sarà pubblicata l’Enciclica sulla quale stava lavorando. Se ridiventerà Cardinale. Se sarà distrutto il suo anello, com’è nella prassi. Se parteciperà alle riunioni dei Cardinali o al conclave. E così via. Tutto sembra normale. Si valuterà passo passo, di scadenza in scadenza, si dice. La decisione viene definita “serena” e se ne parla in maniera “serena”. Come se i cattolici fossero sereni, in questo momento e non, invece, smarriti, increduli, costernati, abbandonati.


A noi pare che l’unica cosa seria e giusta l’abbia detta in queste ore l’ex segretario di Papa Giovanni Paolo II, il Cardinale di Cracovia, Stanislaw Dziwisz: “Dalla Croce non si scende”. In questa frase è racchiusa l’identità di chi

vuol essere cattolico. Gesù Cristo ci ha predetto che chi lo segue sarà costretto a portare una Croce. Sarà perseguitato. Dovrà soffrire. San Paolo ci invita a soffrire con gioia. Solo la sofferenza ci avvicina a Dio, che ci forgia nel dolore. E’ questa l’essenza del messaggio del Dio che si è fatto Uomo, della Sua Parola che è divenuta Verbo incarnato. Della speranza della Resurrezione, di vedere Dio e stare con Lui. Rispetto a questa speranza, tutte le cose terrene non hanno nessun valore e nessun significato. Perfino il male, presente all’interno e fuori della Chiesa e che non è affatto un mistero, ma una realtà spirituale, è stato già sconfitto da questa speranza che Gesù ci ha dato. Il serpente è stato già schiacciato. Dovunque egli si trovi e operi, dentro di noi, nella nostra famiglia, sul luogo di lavoro, nelle comunità, perfino nella Chiesa. Potrà scatenarsi ancora, sempre più ferocemente, come sta facendo in questi tempi, con una forza inaudita e devastante, soprattutto contro coloro che operano anelando al bene, all’amore, ma non vincerà. È destinato a perire definitivamente, nonostante tutte le paure, i timori, i dubbi, le tentazioni a cui ci induce e i peccati che ci fa commettere. Giorno dopo giorno, in una lotta serrata tra il bene e il male alla quale siamo chiamati e nei confronti della quale, se abbiamo fede, non ci possiamo dimettere. Altrimenti diventeremmo nulla, men che zero. Pavidi. Tiepidi. Dio ci vomiterà dalla bocca, dice l’Apocalisse. Ricordiamolo. Il coraggio è solo questo: non essere tiepidi. Testimoniare. Costi quel che costi. Essere liberi significa questo. Solo questo. Stare dalla parte della verità, altrettanto. Libertà e Verità. Su queste due realtà si fonda la fede dei cattolici che credono nella Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Tutto il resto, sono baggianate. Appartengono alla miserevole ignavia dominante, a quella putrida moda del non schierarsi, di non prendere una posizione, di accettare i compromessi, a quella visione ecumenica del “volemese bene”, del “siamo tutti uguali davanti a Dio”, di idolatrare quella logica del male minore che in modo pervasivo si è insinuata in tutti gli interstizi della vita sociale, civile, religiosa, di considerare colui che opera per il male meritevole di rispetto, capace di dire anche parole o di fare opere buone e di indicarlo come esempio da seguire.


Dio non ha inviato Suo Figlio sulla terra per salvare tutti. Questo è un falso, una menzogna. La più grande menzogna che viene propagandata. Il messaggio di Cristo è “per molti”. Gli atei Dio non li salva. Coloro che si oppongono ai dieci comandamenti, Dio li manda all’inferno. Coloro che agiscono verso il prossimo senza carità, subiscono la stessa sorte. I “gentili”, per salvarsi, si devono convertire. Viene salvato il “buon ladrone”, colui che si pente e che in quel momento diventa un’altra persona, che riconosce nel Cristo Salvatore la sua unica ancora di salvezza, che si aggrappa alle parole del Vangelo, alle parabole, ai tormenti di Gesù di fronte alla sorte che Suo padre ha scelto per Lui, alla Sua lotta contro il Demonio, che considera la sua vita terrena non un fine, ma un mezzo per conquistarsi il Paradiso. È questo il Cristianesimo. Non è quello che ci viene propagandato nella maggior parte delle Chiese, dove non si parla del Vangelo, della morte, della Resurrezione, dell’Inferno, del Purgatorio, della bellezza del Paradiso, dove ci si intrattiene sulle cose del mondo, che nulla hanno a che fare con la nostra anima, bisognevole continuamente di cure, di alimento, di sostegno. Di spiritualità. E’ questo il Cristianesimo. Quello delle storia bimillenaria della Chiesa cattolica fondata da Gesù Cristo, dal Figlio di Dio. Non è quello di coloro che propagandano nei loro scritti teologici la teoria della non verginità di Maria o dissertano sulla simbolicità della transustanziazione e poi vengono nominati a Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Il Cristianesimo è quello delle eresie che sono state condannate, dei preti che nei secoli passati sono stati cacciati dalla Chiesa perché indegni di vestire l’abito sacro. Non è quello di quei preti che oggi, nelle loro parrocchie, cantano Bella Ciao con i loro fedeli. Non è quello dei Vescovi che remano contro la celebrazione della Santa Messa nel rito antico. Non è quello dei preti che vogliono trattare con tenerezza gli omosessuali e si schierano a favore dei matrimoni gay, che non dicono una parola sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione assistita, sulle “sporcizie” della Chiesa e del mondo. Il Cristianesimo è quello della storia dei suoi martiri, di duemila anni fa e di oggi, dei suoi Santi, della “vita perfetta” alla quale è chiamato ciascun figlio di Dio, del Catechismo di San Pio IX, quello che spiegava ai bambini con semplicità la vita di Gesù, che consentiva alle loro madri e ai loro padri di far ricevere la Comunione ai loro figli nell’età più precoce, perché avessero la protezione nelle loro vite del Santissimo.



La Chiesa sta per morire nell’Europa che è stata cristiana, perché ha perso la sua identità originaria, perché si è fatta sedurre dalle ideologie dominanti, perché, sedotta dalle cose del mondo, non ha il coraggio di affermare la sua identità, che deriva dalla Tradizione, di cui fanno parte anche le Crociate e la Santa Inquisizione. Si vuole rendere anche la Chiesa laica e molti remano in questa direzione, anche esaltando l’atto che viene definito di libertà di Benedetto XVI. Ma quale libertà? Dove sta la libertà? Solo nelle menti di coloro che speculano, che non badano al senso di smarrimento e di angoscia che questa decisione del Papa ha lasciato nel cuore di chi ha fede.



È difficile, se non impossibile, non vedere in questo momento che sta attraversando la Chiesa, l’opera del demonio che si scatena. C’è bisogno di grandi preghiere individuali e collettive, di recite di rosari, di adorazioni eucaristiche. C’è bisogno di parole buone, libere, vere. Le stesse parole che Benedetto XVI, ha usato nelle Sue tre Encicliche. Tra queste, ve n’è una, secondo noi, di grande importanza, forse la più importante, la Spe Salvi. Riportiamo qui, quanto scriveva il Papa a conclusione di quest’Enciclica. Leggiamo queste parole, rivolgendoci alla Madre del Signore, perché illumini il nostro Papa:



“Con un inno dell'VIII/IX secolo, quindi da più di mille anni, la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come « stella del mare »: Ave maris stella. La vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei che con il suo « sì » aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell'Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14)?



A lei perciò ci rivolgiamo: Santa Maria, tu appartenevi a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano « il conforto d'Israele » (Lc 2,25) e attendevano, come Anna, « la redenzione di Gerusalemme » Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza – della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l'angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l'attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo « sì », la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto « sì »: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l'immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (Lc 2,35), del segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l'attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l'apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (Lc 11,27). Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell'attività di Gesù tu, già nella sinagoga di Nazaret, dovesti sperimentare la verità della parola sul « segno di contraddizione » (Lc 4,28). Così hai visto il crescente potere dell'ostilità e del rifiuto che progressivamente andava affermandosi intorno a Gesù fino all'ora della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l'erede di Davide, il Figlio di Dio morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti. Accogliesti allora la parola: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19,26). Dalla croce ricevesti una nuova missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. La spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza? Il mondo era rimasto definitivamente senza luce, la vita senza meta? In quell'ora, probabilmente, nel tuo intimo avrai ascoltato nuovamente la parola dell'angelo, con cui aveva risposto al tuo timore nel momento dell'annunciazione: « Non temere, Maria! » (Lc 1,30). Quante volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli: Non temete! Nella notte del Golgota, tu sentisti nuovamente questa parola. Ai suoi discepoli, prima dell'ora del tradimento, Egli aveva detto: « Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo » (Gv 16,33). « Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). « Non temere, Maria! » Nell'ora di Nazaret l'angelo ti aveva detto anche: « Il suo regno non avrà fine » (Lc 1,33). Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce, in base alla parola stessa di Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l'Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo (At 1,14) e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il « regno » di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo « regno » iniziava in quell'ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!”.

2 commenti:

ANGELO CICCARELLA ha detto...

Caro Quinto,
sottoscrivo ogni cosa da lei asserita. La Chiesa si trova nel periodo più buio della sua bimillenaria storia. Più oscuro dell'inquisizione, del tempo del papa-re ecc. Già, in passato a fianco di tante storture c'erano pure i santi, noti e meno noti, oggi se ne vedono assai pochi. Il capitano di una nave, di fronte al mare in tempesta non cala la scialuppa e se ne scappa. Tanto più che in questo caso, Dio sostiene l'anima turbata e stanca. Benedetto XVI° ha abbandonato la Chiesa, al di là della melassa giornalistica che lo ritiene coraggioso e umile. Non mi convince. Mio padre mi ha insegnato sin da piccolo ad affrontare la vita con coraggio, assumendomi le responsabilità, fino in fondo, a qualunque costo. Ho sbagliato, ho peccato, certo, ma la fede non è venuta mai meno anche a fronte di situazioni gravi e penose. Prego per il Santo Padre, stanco e fiacco alemanno. La teologia non basta ad andare avanti in trincea, ci vuole ben altro.
Grazie per l'ospitalità e continuate così.
Angelo

emanuele rivadossi ha detto...

Caro Danilo,
“Dalla Croce non si scende”... ma ad un comando di Dio bisogna ubbidire!

Credo che il Santo Padre, uomo talmente pieno di Spirito Santo (i suoi scritti ne sono inondati, cosi' come tutti i suoi discorsi), non sia fuggito dalla croce, ma, per disegni divini ancora oscuri a noi (e forse oggi anche a lui),abbia nuovamente e con umilta' detto il suo SI a Cristo.

(Questo e' quello che sento nel cuore... per quello che puo' valere...)

Un abbraccio e... ti aspettiamo venerdi' 1 marzo.
ciao
emanuele