Il Dalai Lama istigatore al suicidio?


di Roberto Dal Bosco
Il povero Tamdin Dorjee, 52 anni, si è bruciato vivo nel Monastero di Tsoe, gridando slogan per il ritorno del Dalai Lama e per la libertà dei tibetani.
I giornali hanno dato notizia di quest’ennesima, stupida auto-immolazione di un monaco “tibetano” che si dà alla fiamme in segno di protesta contro le autorità di Pechino.
Ho scritto “tibetano” tra virgolette, perché quest’ultimo episodio sarebbe avvenuto nella provincia del Gansu, che non è, per Lhasa, esattamente dietro l’angolo. La cosa ha un suo
spessore rilevante: se è un gesto irredentista, il gesto di una forza che vuole un Tibet indipendente, significa che si sta immaginando una nazione che dagli altopiani deserti del Qinghai - già oltre la provincia del Xizang, come chiamano in mandarino il Tibet - si estende sino a lambire la Mongolia, lo Xinjiang musulmano e lo Shaanxi, dov’era l’antica capitale per eccellenza della cultura cinese han (cioè, cinese-cinese), Xi’an, la città dei guerrieri di terracotta, tomba del primo imperatore della Cina Unita Qin Shi Huang: quanto di più han si possa immaginare.
Insomma, una sorta di pantibetismo sotto steroidi (il Gansu, che pure ha un angolo di etnia tibetana, è per lo più abitato dall’etnia Hui, che è musulmana), un po’ come se la Germania si estendesse sulla mappa a tutta l’Austria, il Belgio, l’Olanda, la Danimarca, la Scandinavia tutta, Danzica, e poi via l’Ucraina sino al Caspio: una settantina di anni fa in effetti, le mappe della Wehrmacht rischiavano di apparire così. Anche i tibetani hanno insomma i loro desideri di Lebensraum...
Sorvolando sulla geopolitica, e tornando al dramma umano, apprendiamo da Radio Free Asia (un ente finanziato ufficialmente dal governo americano) che la polizia cinese, cui per una volta va la nostra solidarietà, fa il suo lavoro, dà la caccia a coloro che hanno aiutato l’abominevole atto suicida. Ad inizio ottobre, quattro tibetani erano stata arrestati per avere aiutato il precedente monaco autocombusto.
Auto-immolazioni, dicono i giornali. Un bel nome per ammantare di nobiltà religiosa quel che sono queste tragedie: suicidi.
Le uniche parole relative a questa ondata di morte da parte del Dalai Lama, sono state questa grigia affermazione dell’aprile di quest’anno: «È molto, molto triste. Davvero triste. Ma al tempo stesso è un tema caldo, molto politico. Preferisco rimanere in silenzio». Non pare quindi abbia detto: «Vi prego, fermatevi, la vita è un meraviglioso dono di Dio». No: preferisce il silenzio, perché è un tema triste. Quando si dice la pragmatica bontà buddista...
Il Dalai Lama dunque, è un istigatore al suicidio? Il Nobel per la Pace - cari miei, il premio era sputtanato prima che lo dessero all’Unione Europea la scorsa settimana - se la sente di condannare i monaci suicidi? Non riesce a emanare un qualche editto per fermare questo inutile spreco di vite umane?
Anni fa, quando infuriava la nuova intifada e ricominciarono ondate di terroristi suicidi non solo da parte di Hamas, ma anche da parte delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa (braccio operativo di Al-Fatah) c’era il gioco di chiedere ai dirigenti palestinesi, cioè ad Arafat e ai vari “ambasciatori” anche in Italia, quale fosse la loro posizione: come conciliavano la loro politica di “governo” con gli attentati suicidi. Qualcuno che lo voglia chiedere al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio (volontario) a Dharamsala? Al momento, non pare esserci.
Al contrario, i megafoni pro-tibetani in Europa annunciano i ripetuti suicidi con cordoglio, come necrologi di una civiltà oppressa, martire della migliore causa che ci sia al mondo. La parola “martiri”, nel caso dei bonzi suicidi, non deve essere usata, neanche per ischerzo. Perché i martiri cristiani, i “testimoni”, erano persone che amavano la vita sino all’ultimo secondo, uomini e donne in grado di perdonare il proprio carnefice e pregare per lui anche durante la tortura e l’agonia. Quando i soldati dello Shogun crocefiggevano e bruciavano in pubblica piazza i Cristiani nella Nagasaki del primo Seicento, la sicurezza, la bellezza dei martiri che cantavano e pregavano colpì il cuore delle folle dei giapponesi, e non poche conversioni avvennero proprio nel vedere l’incontrovertibile superiorità di un uomo che va serenamente incontro alla morte amando la vita e il proprio Dio. Sanguis martyrum, semen Christianorum: è proprio così.
Per i buddisti invece la questione è diversa, è sempre stata “mediatica”, ad uso di giornali e TV occidentali. Il primo bonzo autocombusto della storia recente, fu infatti il famigerato Thic Quang Duc (1897 –1963).
Thich Quang Duc si suicida nel 1963
Erano i tempi della ribellione dei monaci buddisti in Vietnam, lamentavano soprattutto, il favore che il governo di Ngo Dinh Diem accordava, a loro giudizio, ai cattolici. Organizzarono la cosa per bene, quel 10 giugno 1963. I bonzi dissero ai giornalisti stranieri presenti a Saigon di farsi trovare vicino all’ambasciata cambogiana, poi, una volta preparato il set, due aiutanti aiutarono il vecchio Thich Quang Duc a darsi fuoco, impedendo di fatto ai soldati di tentare di spegnerlo. Un grande colpo mediatico, non c’è che dire. Uno snuff-movie dei bonzi ad usum di noi gonzi occidentali.
 La foto e l’articolo della giornata valsero il premio Pulitzer agli autori. Kennedy, alla visione della prima pagine del New York Times, bestemmiò e decise di togliere ogni residuo sostegno americano al Vietnam cattolico. L’escalation di violenza senza limiti che è seguita, con le migliaia di giovani vite americane e vietnamite falciate via, partì anche dal suicidio pubblicitario del bonzo Thich.
Ora, non ci troviamo di fronte a un quadro molto differente.
Possiamo quindi dire che il Dalai Lama, non fermando questa inutile strage - che peraltro ispira la gente anche qui, vedi il caso degli imprenditori suicidi - si rende responsabile del crimine di istigazione al suicidio?
Lo dicono da anni le autorità di Pechino. Il fatto che ci sentiamo di dargli ragione anche in questo caso, comincia a preoccuparci.
Roberto Dal Bosco è l'Autore del famoso "Contro il Buddismo".

1 commento:

Anonimo ha detto...

Questo articolo è di un cinismo agghiacciante! Come fate a non disprezzare chi sacrifica la propria vita per la libertà del suo popolo? Perfino Dante, nella sua Commedia, aveva posto un "suicida" come guardiano del Purgatorio!