Dracula, la serie che cerca di reinventare Bram Stoker ma finisce per realizzare un brutto Sherlock

di Paolo Nardi

L’ultima terrificante declinazione del vampiro più famoso del mondo era stata la serie televisiva con Jonathan Rhys-Meyer a base di bondage e sangue, in cui Dracula faceva il magnate delle nuove tecnologie contro i monopolisti cattivi. Dal momento che i film di vampiri si sono sempre caratterizzati per essere il luogo privilegiato di riflessione sociale, estetica e di costume del periodo a cui appartiene, basterebbe questo per dedurre in che razza di tempi ci ritroviamo a vivere. 
Ora è arrivata la nuova serie Netflix/BBC creata dagli autori del fortunatissimo Sherlock, Moffat e Gatiss, che ha un indubbio merito: dopo anni di interpretazioni che hanno cercato di dare al vampiro un’anima e un’interpretazione romantica, fino ad arrivare al languido bamboccio da high school che si innamora della finta sfigata del liceo, beve un surrogato di animale e si pone problemi etici sulla sua condizione di disadattato politicamente scorretto (ogni riferimento a Twilight è assolutamente voluto), qui il vampiro torna a essere un mostro. Almeno nelle intenzioni. Tolto questo aspetto, la nuova serie Dracula è quanto di più orribile si potesse realizzare.

Intendiamoci, il problema non è che la serie non ricalchi pedissequamente il romanzo di Bram Stoker o che Van Helsing qui sia una suora, per giunta impertinente e con problemi di fede, anzi, quest’idea risulta anche interessante. Il problema è che, se Sherlock ha preso il materiale di Arthur Conan Doyle e l’ha trasposto ai nostri giorni, cambiando completamente il contesto, questo Dracula parte profondamente inserito nel romanzo di Stoker per poi virare verso direzioni impensate e incomprensibili. La sceneggiatura vorrebbe essere ironica, con scambi di battute serrate e brillanti che però fanno a botte con l’atmosfera horror; lo stesso Dracula è del tutto sopra le righe e troppo brillante, e di conseguenza non riesce a farsi odiare, e gioca troppo sui miti e feticci sui vampiri (il paletto nel cuore, le tre spose, il timore del sole, il divieto di entrare se non invitati) per essere credibile. Non parliamo poi della serie di gag sulla contemporaneità, con il conte che impara a usare un frigorifero, un telefono e un tablet così come in passato imparava a parlare una lingua semplicemente bevendo il sangue di qualcuno in possesso di quelle conoscenze. È un Dracula senza fascino e personalità, più simile a una caricatura di Tony Stark che al conte portato al cinema da attori carismatici come Bela Lugosi, Christopher Lee e Gary Oldman, e voglio citare anche l’eccezionale Louis Jourdan, protagonista di un vecchio adattamento televisivo della BBC.

La cosa migliore è il secondo episodio del viaggio a bordo del Demeter, che avrebbe potuto funzionare come film a sé stante ma ha troppi elementi che non funzionano; il terzo episodio, ambientato ai nostri giorni con la discendente della Van Helsing suora (ovviamente è la stessa attrice), è addirittura inguardabile. A livello di scrittura ci sono tantissime cose che non tornano e personaggi non sviluppati (uno per tutti Renfield, interpretato dallo stesso Gatiss). Anche la messa in scena non è esente da pecche e affonda a causa di cadute decisamente kitsch (pessime mosche in CGI, fotografia plasticosa e terrificanti bambini che vengono verso la camera). Inoltre vengono riciclati, forse volutamente, espedienti della serie Sherlock (clamoroso quello della stanza 9 della seconda puntata, che è in tutto e per tutto il palazzo mentale di Sherlock), come se i creatori avessero esaurito le idee. O forse il loro limite è proprio questo, non andare oltre Sherlock.

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