Con The Witcher alla scoperta di un fantasy adulto e problematico


di Paolo Nardi

Dopo l’incredibile successo della trilogia videoludica di CD Project, The Witcher era una delle serie più attese dell’anno. Prodotta da Netflix e finalmente disponibile per gli appassionati di binge watching, le otto puntate di questa prima stagione (ne è stata confermata una seconda) non si basano sui videogiochi ma direttamente sui romanzi del polacco Andrzej Sapkowski, in questo caso i primi due, Il guardiano degli innocenti (cinque episodi) e La spada del destino (tre), sebbene i videogiochi siano rimasti un riferimento ben presente sia per quanto riguarda la colonna sonora sia per la voce del protagonista, segno di quanto l’opera di CD Project sia stata fondamentale per il successo del franchise (e possiamo a buon diritto dire che, se non ci fossero stati i videogiochi, mai e poi mai avremmo visto i libri di Sapkowski uscire dai propri confini nazionali).



Il confronto con altre produzioni fantasy medievali è inevitabile, soprattutto con quel Game of Thrones che dal 2011 è al centro dell’interesse mediatico mondiale (se non ne avete mai sentito parlare, negli ultimi anni siete probabilmente vissuti su Marte). Ecco, è bene chiarire subito che, a parte qualche tratto in comune come la violenza, la brutalità, la sensazione che un personaggio possa morire da un momento all’altro e una certa passione per il sesso, The Witcher non è Game of Thrones. La serie Netflix propone un fantasy molto più evidente di quella HBO, che di fatto trovava la sua deriva fantastica solo nei draghi, negli Estranei e in qualche sprazzo di magia oscura: qui magia e creature fantastiche sono invece parte integrante della trama. Inoltre, in The Witcher manca un vero afflato epico perché al centro della vicenda non c’è un destino collettivo, ma vicende personali: nessun gioco di potere, nessuna fame di conquista, solo persone che cercano il loro posto nel mondo. Nella fattispecie tre, inizialmente lontane ma poi sempre più vicine fino a legarsi inestricabilmente a vicenda: il witcher Geralt (Henry Cavill), la principessa in fuga Ciri (Freya Allan) e la maga Yennefer (Anya Chalotra), ragazza storpia che trova nella magia la sua rivalsa personale.

L’immaginario di riferimento è molto lontano dai miti nordici del fantasy classico, ma è pesantemente influenzato da folklore slavo e dal Medioevo dell’Europa dell’Est, universo nuovo e poco abusato, con un ricchissimo bestiario che pullula di creature fantastiche di ogni tipo, innocue o feroci. Il nostro witcher è proprio un cacciatore di mostri dotato di poteri sovrumani e capace di usare magie elementari, capacità che gli vengono da un duro addestramento e da un pericoloso processo di manipolazione alchemica: un destino che non ha di certo scelto personalmente ma che gli è stato imposto, rendendolo sterile. Mutante mezzo umano e mezzo mostro, non è fino in fondo né umano né mostro, ed è guardato con sospetto da una popolazione gretta, intollerante e ostile a qualsiasi diversità. Geralt sa di essere tollerato solo finché le sue abilità saranno richieste all’occorrenza per stanare qualche creatura mostruosa in un mondo razzista nel quale gli uomini si sono imposti a danno delle altre razze (nani ed elfi), che vengono a loro volta discriminate e trattate di malavoglia. Tutti pensano che gli witcher non abbiano emozioni, ma il fascino della figura di Geralt è proprio che invece le ha, così come una sua morale personale: non prendere mai posizione e non uccidere le bestie senzienti se innocue. Per questo si troverà sempre di fronte a un bivio, accettare un lavoro o non accettarlo, uccidere senza pietà o risparmiare: il dubbio morale è la zona grigia in cui il nostro eroe si muoverà, soprattutto tenendo conto del fatto che nulla è come sembra e che i confini tra bene e male non sono mai troppo chiari ma si rispecchiano nella percezione personale di giusto o sbagliato. Per tutte queste caratteristiche, il nostro è piuttosto lontano dalla figura dell’eroe invincibile, visto che viene spesso ferito fisicamente ed emotivamente.

Dal punto di visto narrativo, la serie riflette il disordine dei primi due libri di Sapkowski, che non hanno la forma classica di un romanzo con un preciso arco narrativo ma raccolgono una manciata di racconti brevi; questi racconti non sono nemmeno posizionati in ordine cronologico e si limitano a ruotare intorno a Geralt e ai suoi comprimari, senza che sia ben chiaro il contesto in cui gli eventi sono avvenuti. Per questo nella serie la parte incentrata sul witcher è episodica e risente della natura di un personaggio che si trascina di avventura in avventura: ogni episodio, di struttura quasi circolare, ricalca la dinamica di una quest da risolvere o di una missione cui prendere parte (oppure rifiutare). Tuttavia, la sceneggiatura riesce a introdurre i personaggi con la giusta quantità di dettagli e di profondità, mettendo allo stesso tempo in moto tutti quegli avvenimenti chiave (politici e bellici) che rappresentano l’ossatura della saga e costruendo un mondo cruento e spietato, talmente vasto che la showrunner della saga Lauren Hissrich vorrebbe realizzare ben sette stagioni.

Il tono è leggermente serioso rispetto ai romanzi di Sapkowski anche se, dopo una prima puntata perfetta per illustrare la brutalità dell’universo raccontato, le avventure del nostro witcher diventano leggermente più spensierate, complice anche l’arrivo dello scanzonato bardo Ranuncolo, cui è affidato il ruolo di comic relief. Gli effetti speciali sono altalenanti, il ritmo talvolta latita e nel complesso ci sono alti e bassi anche all’interno dei singoli episodi, ma le interpretazioni del cast (sempre multietnico, in classico stile Netflix) sono convincenti e le coreografie dei combattimenti addirittura ottime: l’investimento in termini economici c’è e si vede, ma è chiaro che la produzione è stata attenta a non strafare (si tratta pur sempre di una prima stagione). Quello che forse si avverte da parte di chi ha letto i romanzi è la poca attenzione riservata alla destrutturazione del mondo delle fiabe classiche, vera caratteristica di Sapkowski, capace di reinventare in chiave cinica e postmoderna capisaldi favolistici come La Bella e la Bestia, Cenerentola e La sirenetta. Per esempio, nel racconto Il male minore, Sapkowski cita la favola di Biancaneve facendo ricevere in dono alla regina cattiva uno specchio magico in grado di predire il futuro che le rivela una morte orribile per mano della figliastra; la regina manda quindi un cacciatore nel bosco per uccidere la bambina, ma questi si impietosisce e la violenta, per poi essere ucciso dalla bambina stessa, che in seguito scappa, si prostituisce e va a vivere con sette gnomi che convince ad abbandonare il lavoro in miniera per intraprendere una più proficua professione di rapinatore di mercanti. Infine, gli gnomi si uccidono a vicenda per una questione di spartizione del bottino, mentre i nemici della ragazza cercano di avvelenarla con una mela alla belladonna. Di sicuro è molto difficile mettere particolari del genere in una sceneggiatura, ed è per questo che la serie di Netflix dovrebbe invogliare tutti a recuperare e leggere i libri di cui è composta la saga originale.

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