Carnival Row, ovvero il fantasy al tempo dei rifugiati

di Paolo Nardi

Spesso si pensa che il fantasy sia un genere minore perché non racconta la realtà, ignorando che il fantastico (così come la fantascienza) è una delle possibili chiavi di lettura per accedere ai problemi dell’uomo. A volte, però, lo fa in maniera eccessiva, divenendo allegoria. È il caso di Carnival Row, serie prodotta da Amazon e visibile su Prime Video che, in otto puntate di circa un’ora l’una, racconta il dramma delle creature magiche del folklore (fatine con le ali e satiri con corna e zoccoli) costrette a scappare dalle loro terre devastate dalla guerra portata dagli uomini e a tentare di rifarsi una vita nelle città umane. Ecco quindi rappresentata la vita in una di esse, Burgue, dove umani ed esseri fatati convivono (o provano a convivere) in una società attraversata da tensioni e odi razziali, nella quale gli uomini usano le creature magiche come capro espiatorio per i loro problemi. Vi ricorda qualcosa?

L’ambientazione è una specie di Londra vittoriana steampunk, con tanto di delitti compiuti da una specie di Jack lo Squartatore sui quali indaga un investigatore tormentato, Rycroft Philostrate (Orlando Bloom), dal passato oscuro e ovviamente legato alla catena di sangue che si dipana tra le strade di Burgue, oltre che all’amore per la fata Vignette (Cara Delevingne). Le atmosfere sono quindi quelle di un giallo/noir in salsa period drama, con l’aggiunta della magia (stile aruspicina ed evocazione) e di un culto religioso alternativo organizzato. Insomma, lo sforzo produttivo è ingente e c’è una particolare attenzione ai dettagli che si fa apprezzare per come gli autori hanno costruito la Lore della serie. Piuttosto, i problemi partono dalla vicenda principale: la storia d’amore fra i due protagonisti non ha alcuno spessore e tra loro non c’è un briciolo di chimica. Meglio va con le storyline secondarie, specie con quella della giovane e spocchiosa aristocratica che ha a che fare con il vicino di casa puck, un essere mezzo uomo e mezza capra che cerca di integrarsi dall’alto dei suoi milioni ma è costretto a scontrarsi con il razzismo di una società ipocrita e bigotta.

La carne al fuoco è tanta, forse troppa. C’è pure una puntata lesbo, e non poteva essere altrimenti vista la presenza di Cara Delevingne, eroina LGBT. Dove la serie incontra problemi è nella scrittura: i colpi di scena sono tutti telefonati con almeno una puntata di anticipo, i buchi di sceneggiatura sono evidenti e, come si vede dal terzo episodio che è tutto un lungo flashback che spiega le origini della storia d’amore tra Philo e Vignette, gli sceneggiatori hanno preferito giocare facile invece che impegnarsi a raccontare il passato dei protagonisti svelandolo un po’ per volta in maniera più adulta e gratificante per lo spettatore.

E poi c’è questione politica: le tensioni sociali ed etniche che vengono rappresentate sono l’esatta trasposizione di quello che sta succedendo tra Africa ed Europa e tra Messico e Stati Uniti con il dramma dei rifugiati, e il sottotesto evidente è l’insistenza sulle colpe dell’Occidente nei confronti del resto del mondo (un classico del politicamente corretto). C’è chi, come al solito, dice “fuori gli esseri fatati dalla città” e “aiutamoli a casa loro”, ma c’è anche una denuncia contro il paternalismo e la falsità dei buonisti che si arricchiscono con l’immigrazione. La stessa polizia è attraversata da queste tensioni, tra agenti subdoli razzisti e agenti leali e liberali. Ma è davvero efficace ricorrere al fantasy come chiave di lettura per raccontare una realtà che è già sotto gli occhi di tutti? Quanto il 
world building di Carnival Row sta in piedi da solo e quanto deve invece puntellarsi sul nostro mondo? E, soprattutto, che posizione prende la serie? Nessuna, a parte la denuncia della discriminazione del diverso. Sembra quasi che, vista la particolare contingenza storica e geopolitica, nemmeno gli autori credano troppo nella loro narrazione, ripiegando su un facile opportunismo.

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