Custodire la vita per costruire il futuro

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Anche se possiamo ben aver cura di cose, o compiti che ci sono stati affidati, e preoccuparci per essi, la categoria della ‘cura’ trova comunque la sua maggior significatività in rapporto alla persona, come nel caso dei genitori tra loro e per i figli, e reciprocamente tra fratelli, sposi o amici.

L’aver cura di/per qualcuno, da genitore, sposo o amico, non coincide però esattamente con l’amore quale dono di sé, pur essendo da questo incluso; e neppure coincide con l’amicizia anche la più sincera e
disinteressata, dato che l’avere, o il prendersi ‘cura’ nell’insieme dei suoi significati ha come una ‘marcia’ in più di sollecitudine e affetto. E anche la carità, pur a suo modo includendola, non ne ricalca esattamente i contorni, potendo bene il rapporto caritativo esser anche molto burocratizzato e perciò impersonale. L’avere o prendersi cura, insomma, sempre rimanda a un vedere e trattare l’altro, in qualche modo, già come parte o ‘prolungamento’ di noi.

Visto più in profondità, il tema della ‘cura’ si correla a quello della nostra responsabilità dinanzi al male in qualche suo modo e aspetto.

Male metafisico, anzitutto, il più inglobante e pervasivo, indipendente com’è dall’ordine più o meno riuscito e appagante delle cose umane: la consunzione e il decadimento  nella vecchiaia, oppure l’angoscia dell’ammalato terminale; il dramma della solitudine nell’handicappato anche in ottimali condizioni di aiuto; e poi anche la sofferenza che può accompagnarsi al progressivo disfacimento della mente, e infine insomma il patimento psico-fisico in tutti i suoi modi e tipi: tali sono tra i segni più esemplificativi che fanno universale la condizione umana, accomunandola a tutti i viventi in una stessa sorte d’infermità e sfinimento.

A tutti questi mali, che dico metafisici perché non voluti, essendo costitutivi della natura fisio-biologica, si aggiunge poi l’immane somma dei mali dovuti invece a volontà malvagie o troppo deboli o traviate, e quindi specifici dell’uomo: più in generale si tratta dell’egoismo in una o più delle innumerevoli sue varianti, e indipendentemente da condizioni di vita e accadimenti, di cui in qualche modo tutti siamo affetti; persino quell’essere privilegiato dell’innocenza ch’è il bambino, ma ben capace anch’egli di mentire, rubare e anche di violenza come mostrano certe ancor infantili ‘logiche’ di branco in suburbi abbandonati e degradati di grandi città; e capace persino d’infierire e seviziare.

Al riguardo, mai potrò dimenticarmi di quando, percorrendo in bicicletta una via abbastanza solitaria nei pressi cittadini mi accadde di scorgere sul marciapiede un passerotto forse caduto dal nido e a cui le zampine erano state tra loro legate in modo da impedirgli ogni via di salvezza… -Nessun dubbio ebbi che si fosse trattato di una perfida bravata di qualche scolaretto incosciente, data la presenza di una scuola elementare in quei paraggi, e questo anche suggerisce qualcosa circa il mito dell’uomo, di per sé buono, teorizzato da Rousseau. Quel raccapricciante ritrovamento aveva infatti l’impronta di una gratuità tanto innocente da conferire al malfatto come una specie di assurda e terrificante sua ‘purezza’. E questo  mi fece anche memoria di certi episodi della mia infanzia scolastica che presto e bene mi avevano insegnato come il compagno percepito in qualche modo ‘anomalo’ o più indifeso potesse facilmente venir fatto bersaglio di antipatici scherzi e anche soprusi da parte della ragazzaglia più robusta e prepotente.

In proposito non sarebbe fuor di luogo chiedersi se i tanti aguzzini di lager e gulag non siano stati, o siano, affetti da analoghe sindromi  psicopatologiche, persistite nel loro caso fino ad età adulta, per poter svolgere lo sporco lavoro a essi affidato. All’ambito della libertà e quindi della volontarietà pertiene comunque, ancor prima delle prescritte opere di misericordia corporale e spirituale, la tutela della vita umana, in specie più fragile e indifesa, allo stato nascente come a quello morente, e come anche in condizioni di grave e irreversibile menomazione: tutto un fronte inedito di problematiche, questo, che vede al suo epicentro lo sterminio selettivo e sistematico della specie umana: strage anche in Italia intrapresa da gran tempo con la pratica legalizzata, e perciò ‘legittima’, dell’aborto, e ora in via di esserlo anche con l’eutanasia, e non più in via d’eccezione assolutamente aberrante come lo fu per Eluana Englaro appena certe leggi venissero anche da noi approvate come già lo sono state altrove, e anche in Europa. Prosperano comunque già qui vicino, a cominciar dalla Svizzera, certi luoghi appartati e discreti dov’è possibile rifugiarsi per concludere i propri giorni terreni al riparo da riflettori e fastidiose risonanze mediatiche in una specie di buia solitudine ovattata di sedativi.

Sembra davvero insomma che questo nostro tempo, questa porzione di umanità di cui siamo partecipi e contemporanei, tutt’altro che considerare la vita dono inestimabile e anzi sacro, tenga per essa in serbo come un conto sempre aperto, una specie d’inestirpabile dente avvelenato… Una specie di risentimento implacabile, che ci è stato rappresentato anche in via massmediatica, sia dall’accanimento di Welby contro sé stesso, fino a riuscir di morirne, e sia dalla sorte toccata alla povera Eluana, e da lei però non cercata né attesa, che ha diviso e a divider continua la pubblica opinione italiana e non solo; un assassinio oscenamente chiamato ‘pietoso’, e del quale l’appena rieletto Capo dello Stato dovrà sempre portarsi il pesantissimo fardello d’aver negato la sua controfirma al famoso decreto ‘salva-Eluana’ che l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi era col suo Governo riuscito ad approntare in extremis.

Qual cura mai, se questa parola può qui trovar senso, si era di lei mai dato quel suo padre, e anche curatore legale, all’infuori di quella, sì, tenacissima e indefettibile  per ottenere, senza sporcarsi le mani, un verdetto giudiziale utile a farla finalmente morire quella sua figlia,? E con un’impresa peraltro non poco costosa, sia in termini di tempo e fatica, dati gli anni di battaglie giudiziarie, e sia anche nei quattrini che quella mortifera causa è di certo costata! Per la miglior sorte di molti altri malati in analoghe condizioni, e delle loro famiglie, quell’esempio non ha poi fatto ‘scuola’, o almeno non fino a oggi, non avendo trovato sèguito in altre similari pronunce giudiziali, ma nessuno può dire per quanto tempo ciò potrà durare, se l’impasse culturale e valoriale in cui ci siamo impantanati, e sempre più affondiamo, non verrà rimossa e superata.… – E mi sovviene anche, a orrenda riprova di tanto venefico malanimo per la vita, la foto pubblicata sul periodico telematico Riscossa Cristiana del 28 s. (CLICCA QUI) dove Emma Bonino, ieri candidata alla Presidenza della Repubblica, oggi ministro degli esteri e nei voti di Napolitano prossimo Capo dello Stato, nonostante che il suo partito, privo di rappresentanti in Parlamento, abbia raccolto alle ultime politiche non più del 0,19 dei voti, e in passato a capo di missioni più o meno umanitarie, viene ritratta in anni più giovani, e mai sconfessati, nell’atto di praticare un aborto per mezzo di una pompa di bicicletta…

Avere invece cura della vita, nascente, morente o menomata che sia, di ogni vita insomma, e tanto di più se esposta e fragile, sta invece ovviamente all’esatto opposto dell’atteggiamento nichilistico e abortista documentato da quella foto e da tantissime altre cronache similari!

Più precisamente ‘prendersi cura’, o ‘a cuore’, è locuzione che trova pienezza di senso solo nella dimensione interpersonale e morale delineata da certe parabole; quella ad esempio del buon samaritano, che con altre delinea come l’identikit narrativo dell’amore per il prossimo quale segno e conferma di quello da ciascuno dovuto al Padre che abbiamo nei Cieli, e da Lui sempre atteso.

Come tutti ricordiamo tale parabola narra di quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto; e dei possibili soccorritori che passarono di là −un sacerdote, un levita e un samaritano− solo quest’ultimo, di stirpe scismatica e perciò invisa agli ebrei, che ritenevano i samaritani indegni e così incapaci di dar culto a Jahvé, gli si fece vicino; poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore dicendo: abbi cura di lui e quello che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno. −Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti? E quegli rispose −Chi ha avuto compassione di lui. E Gesù gli disse::−Va’ e anche tu fa’ lo stesso. (Lc. 10, 30-37)

Ancor più espressiva è poi l’allegorìa del ‘figliuol prodigo’, o del ‘padre misericordioso’: Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: −Padre, dammi la parte che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò i suoi averi vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Per la fame avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava.(Lc. 15, 11-32)

Queste parole valgono più di tanti ragionamenti per dar conto della superbia dell’uomo di ogni tempo, e in specie oggi, con la sua pretesa di possedere la vita propria e altrui come ‘cosa sua’, per farne tutto quanto voglia, asservendola e strumentalizzandola ad ogni possibile modo.

Intuitivamente, nel quadro di tale atteggiamento possessivo i ‘fronti’ sui quali la vita umana è di fatto più esposta sono soprattutto tre:
1- la vita allo stato nascente;
2- la vita allo stato morente;
3-la vita gravemente e irreversibilmente lesa o menomata, in specie nelle facoltà cognitive e volitive.

In tutti questi casi l’imperativo categorico cristiano dell’amore impone comunque il rispetto più pieno e incondizionato, essendo l’uomo il solo essere in natura normalmente, fisiologicamente capace di rapportarsi in modo dialogico ai suoi simili, e allo stesso Dio-Padre, come ad altrettanti ‘tu’ (non per nulla diamo a Dio del ‘tu…); e per questo anche il solo a poter essere qualificato ‘persona’ a prescindere da ogni altra circostanza. Al che evidentemente si oppongono le sempre più affinate e feroci tecniche di contrasto alla vita, o già appena sbocciata, con le famigerate pillole dell’uno o più giorni dopo, oppure interrompendo la gravidanza con l’aborto, quando non addirittura dopo il parto. E allora, in un mondo senza futuro quale il nostro sempre più si affanna a diventare a forza di aborti, selezioni genetiche, eutanasia e relative cliniche (le cosiddette ‘case della dolce morte’), urgono voci contrarie e altisonanti, come appunto quella del nostro Padre Serafino, il cui contributo sarà di stimolo e incoraggiamento per quanti a nessun costo intendono deflettere dall’opporsi alle empie pretese e ai clamori blasfemi di tante e ‘troppissime’ voci in favore di annichilimento e morte: anche per noi, naturalmente, se non proprio per noi anzitutto.

E però questo Autore anche ci avverte che “il male più grande che c’illude…è…il male del non male, ovvero il male di chi dice che non esiste il peccato, trasformando il male in un bene per l’uomo”. E così, “mentre si dice che il male non è nulla, si cade vittime di una cultura che ha fatto del male il suo paradigma di vita”. (p.25)

La santità è d’altra parte chiamata divina davvero per tutti, universale, e corrisponderle in una delle sue infinite modalità e gradazioni è imperativo che nessuno può permettersi di trascurare se salvarsi vuole. “La santità −infatti e meglio− veramente rimane…perché è la carità che non avrà mai fine. Ecco perché i santi non passano mai di moda…” (p.134/5).
Tratto da: Riscossa Cristiana

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