Premiata ditta Dumas & C.

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Simpaticamente spaccone come D’Artagnan, gaudente come Aramis, corpulento come Porthos e via dicendo… in sintesi: Alexandre Dumas! Andiamo a far visita all’intramontabile scrittore francese per il quale l’avventura era gioco nell’ultima sua dimora terrena, in quel Panthéon di Parigi che, sorto come chiesa dedicata alla patrona della città santa Genoveffa, divenne il luogo laicizzato in cui riposano i grandi personaggi della patria: immenso e austero mausoleo sormontato da una cupola che ricorda, nel suo aspetto, quella della cattedrale di San Paolo a Londra. Qui il
3 ottobre 2002 venivano trasferite le spoglie mortali di Dumas, a conclusione del bicentenario della sua nascita, ben 132 anni dopo la morte avvenuta il 5 dicembre 1870, mentre i prussiani di Bismarck invadevano la Francia. Inizialmente, infatti, era sepolto nel cimitero di Villers-Cotterêts, dov’era nato nel 1802. Questo lasso di tempo la dice lunga sull’opinione avuta su di lui delle élites letterarie del suo mondo, che se potevano aver simpatie per quel temperamento esuberante, bonario e generoso fino alla prodigalità, lo snobbavano invece classificandolo scrittore di
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second’ordine, popolare. Ora però che le sue ceneri riposano accanto a personaggi come Voltaire, Rousseau, Hugo, Zola, i coniugi Curie, Malraux…, ci si può chiedere quanti di questi grandi siano stati beniamini del pubblico al pari di lui, il papà di D’Artagnan e dei tre moschettieri, del conte di Montecristo e di cento altri eroi usciti dalla sua penna… La sua penna? Veramente ne aveva a disposizione una mezza dozzina: il prolifico scrittore di origine creola, infatti, aveva messo su una vera e propria industria del romanzo, mercé la collaborazione di quelli che in gergo editoriale vengono chiamati “negri” (ossia oscuri scrittori al servizio di più illustri colleghi, ai quali forniscono canovacci da elaborare). Non sarebbe stato possibile, diversamente, soddisfare le pressanti richieste di editori e direttori di giornali che, per aumentarne la tiratura, pubblicavano in appendice quei romanzi a puntate (i famosi feuilleton) così avvincenti perché ricchi di intrighi e colpi di scena. Solo che, passando dalle mani dei “negri” a quelle di Dumas, quel materiale lievitava, diventava “altro”, qualcosa dallo stile inconfondibile. E gli stessi dialoghi, da riempitivi per allungare la minestra – visto che si veniva compensati per numero di righe – si trasformavano in esibizioni di intelligenza, spesso brillanti duelli verbali, tali da emulare quelli a colpi di fioretto dei suoi scatenati moschettieri. Insomma, ci voleva la zampata del genio. E genio Dumas è stato anche nel coordinare quel febbrile lavoro di équipe (lo scrittore lavorava a diverse opere contemporaneamente) così redditizio per un personaggio come lui, piuttosto gaudente e scialacquatore, che di franchi non ne aveva mai abbastanza. Risultato di questa “officina” perpetuamente sotto pressione: oltre cinquecento titoli, tra romanzi, drammi, resoconti di viaggi e raccolte di memorie. Scrittore popolare come nessun altro, attingeva con disinvoltura al passato remoto o prossimo per lo più della Francia, mescolando personaggi storici ad altri di fantasia: in tal modo ha fatto digerire a generazioni di lettori secoli di intricate vicende della monarchia, le quali, da lui reinterpretate, risultavano certamente più appassionanti di come venivano insegnate a scuola. Personaggi come Richelieu, Anna d’Austria, Luigi XIII, Mazzarino, la regina Margot, Napoleone e perfino Garibaldi balzano vivi dalle sue pagine nella loro umanità. Che importa se sul rigore storico spesso prevale l’invenzione? Ai lettori, quelle figure lontane nel tempo, divenute simbolo di vizi e virtù, finiscono per risultare più familiari dell’inquilino accanto. Egli le può ritrovare attorno a sé, sia pure sotto vesti più moderne. E sono storie travolgenti che esaltano la vita, la lealtà, l’amicizia, l’uguaglianza, la tolleranza… Esempio classico, Il conte di Montecristo, dove succede di tutto: romanzo definito da Umberto Eco «uno dei più appassionanti che siano stati mai scritti». Quante riduzioni per il grande e piccolo schermo non ha avuto la tumultuosa vicenda di Edmond Dantès, per non parlare di quella dei moschettieri e di altre ancora! Messaggi? Non credo che Dumas volesse lasciarne di particolari: quello che conta per lui è lo spettacolo, l’azione, la suspense, l’illusione di un mondo fiabesco. Divertire, insomma, in modo intelligente. E anche questo è un servizio. La sua, è una fortuna che non accenna a diminuire ed evidenzia le perenne vitalità dello scrittore francese più tradotto ed imitato al mondo. A scorrere i titoli apparsi negli ultimi anni in Italia, si trovano non solo ristampe dei più famosi, ma anche di quelli ignorati, introvabili o addirittura mai tradotti come Viva Garibaldi! L’editrice veronese
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Gondolin sta pubblicando un romanzo scomparso da decenni, una vera scoperta: I Bianchi e i Blu, che insieme a I compagni di Jéhu e a Il cavaliere di Sainte-Hermine forma una trilogia ambientata tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico, mescolando come al solito personaggi noti e sconosciuti, storia e finzione, complotti e battaglie. Pubblicare un tomo da 800 pagine sarebbe stata un’impresa: la Gondolin l’ha affrontata scaglionando la pubblicazione in quattro parti, di cui sono uscite le prime tre: L’armata del Reno, Attacco alla Convenzione e Il colpo di Stato. A Dumas, del resto, l’idea non sarebbe spiaciuta, lui che era abituato ad anticipare l’edizione in volume con le puntate interminabili dei feuilleton. 
Non c’è che dire: l’avventura continua!
Tratto da: Oreste Palliotti su Città Nuova

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