Diciassette anni di chiarezza. Ve ne saranno sicuramente altri. Celebriamoli

Una “Dichiarazione” del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000 e il Capitolo Ottavo di “Amoris laetitia”

di Giuseppe Stevi
“Amoris laetitia”, questa sconosciuta verrebbe voglia di dire. 
Tutti ne parlano, pontificano - mai termine fu più confacente - tutti ne argomentano i pregi, altri i difetti.
Comunque tutti ne parlano. Anzi, tutti parlano di un capitolo di Amoris laetitia. 
Dimenticavo: che cosa è mai Amoris Laetitia?
È un documento firmato dal Romano Pontefice felicemente regnante.
Si chiama Esortazione Apostolica post sinodale, nel senso che il Papa l’ha adottata dopo che
un Sinodo dei vescovi (o meglio due, uno nell’ottobre del 2014 e uno nell’ottobre dell’anno successivo) aveva discusso sull’argomento poi trattato dalla detta Esortazione.
Dunque, è un documento che non nasce unicamente dalla mente del Papa, che comunque e giustamente ci ha messo la propria firma sopra, ma che consegue a quanto hanno detto, pensato, ragionato, argomentato e dichiarato circa ben cinquecento autorità, tra Cardinali di Santa Romana Chiesa, Arcivescovi, Vescovi, Prelati vari ed esperti altrettanto vari, standosene per circa sei settimane complessive all’ombra del cupolone di San Pietro in Vaticano.
Il Papa poi ci ha messo la firma si diceva; qualcuno gli ha anche dato una mano a stendere tutto il documento e Lui poi l’ha firmato.
Nove capitoli intitolati: 1. alla luce della parola; 2. la realtà e le sfide delle famiglie; 3. lo sguardo rivolto a Gesù: la vocazione della famiglia; 4. l'amore nel matrimonio; 5. l'amore che diventa fecondo; 6. alcune prospettive pastorali; 7. rafforzare l'educazione dei figli; 8. accompagnare, discernere e integrare la fragilità; 9. spiritualità coniugale e familiare.

E poi che cosa è successo. Tante cose. Principalmente sta succedendo che tra Cardinali, Vescovi, preti, professori di vario incarico, ognuno vi dice sopra la sua ed il bello è che ogni cosa affermata da uno di quelli che intervengono poi viene totalmente contrastata da un altro che poco dopo parla sullo stesso argomento.

Dunque dicevamo, ci stiamo accorgendo di un problema.
Che tutti parlano di un solo capitolo, l’Ottavo appunto, di Amoris laetitia, e tralasciano tutti gli altri, che - diciamocelo di tutto cuore - sono più belli e guardano al futuro portandovi tutta la ricchezza e la sapienza del passato, della Verità e della ragione.
Ma c’è anche una bella e piacevole eccezione. Anzi due, ammesso che sia possibile definirle entrambe piacevoli.
Due testi.
La prima eccezione è il volume “Cómo aplicar “Amoris laetitia”” (Barcellona, Editorial Claret, 2016) a firma del cardinal Lluìs Martìnez Sistach, Arcivescovo emerito di Barcellona (Spagna).
La seconda è il volumetto (30 pagine) dal titolo “Il Capitolo Ottavo della Esortazione Apostolica post sinodale “Amoris laetitia”” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2017) di cui è autore il cardinal Francesco Coccopalmerio, attuale Presidente del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi.

Permettetemi, non posso non farlo, di dire che la soluzione non arriva. O forse, meglio, la soluzione non arriva perché non la possiamo conoscere ed anzi non la dobbiamo conoscere perchè la soluzione arriva solamente in confessionale.
E allora ci si potrebbe anche chiedere perché scrivere ancora?

Nel primo intervento, sempre apprezzabile, dopo aver richiamato il Catechismo della Chiesa Cattolica, emerge nettamente il riferimento ad una “Dichiarazione” del 24 giugno 2000, pubblicata su l’Osservatore Romano del successivo 7 luglio, del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi, al tempo retto dal Cardinal Herranz, affiancato dall’Arcivescovo Bertagna, Segretario e da Monsignor Hebda, attualmente Arcivescovo in Minnesota (USA) e al tempo Sottosegretario, ricadiamo, ci sia permesso di affermarlo, nell’incertezza.
Questa Dichiarazione - che merita di essere letta integralmente ad onore della sua semplicità e chiarezza - tra l’altro, afferma: “Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.”.
E ancora: “Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi -quali, ad esempio, l’educazione dei figli- «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo.”.

Sull’Osservatore Romano del 10 febbraio 2017 è stato pubblicato un estratto del libro scritto dal cardinal Sistach. Ad un certo punto si afferma: “Se in una situazione, dopo aver compiuto questo processo di discernimento, l’interessato, con l’aiuto di un sacerdote, in coscienza e dinanzi a Dio, constata che c’è qualche circostanza che fa sì che alla situazione obiettiva di peccato della nuova unione non corrisponde un’imputabilità soggettiva grave, in quel caso si può accedere ai sacramenti. Possiamo dire che Amoris laetitia non ammette i divorziati risposati ai sacramenti.”. 
L’ho riletto più volte; con attenzione e nel contesto del discorso. Sono rimasto incredulo. Ammetterete anche voi che il testo non è chiaro e non consente nemmeno di comprendere come debbano stare le cose.
Addirittura verrebbe quasi voglia di affermare che dopo diciassette anni dal parere del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi - che era chiaro (e che dice anche: “…il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore…”) - due Sinodi abbiano dato l’impressione di annullare tale chiarezza; per assurdo tre Vescovi (Herranz, Bertagna ed Hebda) erano stati più chiari - permettetemi la parola - di un Papa (absit injuria verbis) e di altri cinquecento tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi ed esperti vari.

Nel secondo intervento - intervento di un Cardinale che, è vero, ricopre un ben definito incarico nella Curia Romana, ma che scrive in un testo dato alle stampe da una casa editrice e non in un pronunciamento del Pontificio Consiglio che presiede - qualcuno vuole addirittura intravedere una risposta ai noti “Dubia” di altri Eminentissimi. 
Io non la vedo proprio. 
La preoccupazione di quest’ultimo testo, semmai, è quella di scalciare tali “Dubia” semplicemente sorpassandoli, senza rispondervi ed invocando piuttosto esclusivamente l’intervento del popolo (intendendo per questo lo stuolo di sacerdoti che devono stare in confessionale).
Quindi l’intervento del cardinal Coccopalmerio, ammesso che possa aiutare, dà l’impressione di essere un “aiuto interpretativo” quasi giustificato da motivazioni di equilibrio di posizioni che ben poco hanno a che fare con la “salus animarum”.

E dunque che cosa succede?

Succede che i dubbi rimangono, l’incertezza anche, meno che su un punto.
Che coloro che sembrano essere più attenti e preoccupati per la salute delle anime in verità paiono non esserli o, almeno - sicuramente in buona fede - rischiano di alimentare un dibattito che è sempre più inutile in quanto prioritariamente finalizzato ad affermare una verità che tale non è e pertanto necessita continuamente di fondarsi sull’ultima parola, presto caduca come le precedenti.

Coloro invece che vengono etichettati come rigidi, sono coloro che, adempiendo il ruolo che la Provvidenza gli ha conferito, si chinano sulle ferite della Chiesa e dell’umanità e confortano queste con il balsamo della serenità, della gioia e della chiarezza.
E stanno in attesa di una parola chiara; l’attesa, stato di lode, fiducia e ringraziamento, ed anche di speranza.

A me questa pare la situazione e perché tale appaia basterebbe inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento.

Al momento quindi questo documento di cui prima parlavamo deve certamente essere apprezzato e, pertanto, doverosamente applicato. Va letto e anche dibattuto se ciò è necessario alla sua adeguata ricezione, come si suole dire.
Ma tutto ciò rimane arduo riguardo al Capitolo Ottavo, parte del documento che se mal letta ed applicata rischia di distruggere, non solo gli altri capitoli di Amoris laetitia, ma tutta la Gioia del Vangelo; è bruttissimo dirlo ed anche pensarlo, ma la situazione è questa.

Allora, leggiamo Amoris laetitia e non potremo che apprezzarla, tuttavia lasciando per il momento da parte il Capitolo Ottavo.
Sugli argomenti trattati da detto capitolo abbiamo già il parere del giugno del 2000 del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi, che è chiaro e ben fondato, giuridicamente e pastoralmente (a differenza del Capitolo Ottavo medesimo).
Afferma, per esempio: “…la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla. Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.”.

È proprio vero: ci hanno azzeccato i tre del pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi del 2000 e non i 500 dei due Sinodi del 2014 e del 2015! 
Bella scoperta …

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