Perché bisognerebbe leggere "Rob Roy" di Walter Scott, un romanzo veramente moderno

di Paolo Nardi

Forse qualcuno avrà familiarità con il film Rob Roy con Liam Neeson e Jessica Lange, che talvolta la televisione ripropone, una sorta di Braveheart ambientato nel Settecento che vede fieri scozzesi in kilt combattere contro i cattivissimi inglesi capeggiati dall’odioso Tim Roth. Non molti sanno che Robert “Rob Roy” MacGregor è stato un bandito e un razziatore, e contemporaneamente un patriota e un giacobita, che si guadagnò la fama di Robin Hood scozzese nel periodo di agitazione politica conseguente all’unione della Scozia con l’Inghilterra che portò alla fine del mondo dei clan (tutte cose tornate recentemente di moda grazie al successo della serie televisiva Outlander, tratta dalla serie di romanzi di Diana Gabaldon). I suoi luoghi sono stati Loch Lomond, il Parco Nazionale dei Trossachs e Aberfoyle, che ancora oggi ne conserva la memoria ma che purtroppo si è trasformata in un fiorente centro turistico per escursioni con pub, salumerie e negozi di oggettistica, ben diversa al borgo tribale del XVIII secolo.


Liam Neeson in Rob Roy (1995)

Proprio dalla sua figura trasse ispirazione per uno dei suoi romanzi Sir Walter Scott, padre del romanzo storico e di solito citato come fonte di ispirazione per I promessi sposi di Alessandro Manzoni. È bene chiarire che, nonostante il titolo, la storia narrata non è affatto imperniata sulle gesta di Rob Roy e con il film non c’entra nulla. Anzi, per essere precisi, questo bandito generoso e dagli illustri natali resta sempre sullo sfondo, comparendo solo a metà libro e come un vero e proprio deus ex machina, il cui intervento nei momenti più opportuni fa volgere per il meglio le cose, anche a costo della sua vita (sulla sua testa pende una grossa taglia, ma nonostante questo gira per Glasgow ed entra nella prigione della città). Il romanzo, ripubblicato in edizione restaurata e illustrata da Gondolin Edizioni (512 pagine, 18 €), è ambientato alla vigilia della rivolta giacobita in Scozia del 1715 e racconta fondamentalmente di un viaggio, quello compiuto dal giovane Francis Osbaldistone, protagonista dell’intera vicenda, e, come sempre accade, il viaggio è simbolo di maturazione e di crescita per chi lo compie: in questo caso, si tratta di un viaggio in un altrove non fantastico ma reale, la Scozia dei clan e delle ribellioni giacobite, così strano e peculiare da sembrare appunto fantastico, simbolo di un passato barbarico (rappresentato dai clan e dagli Stuart) che cozza con il presente (il regno unitario degli Hannover). A questo viene connesso il tema dell’accettazione di una visione concreta della vita: all’inizio della vicenda, infatti, il nostro Francis è a tutti gli effetti un bamboccione, un indolente sognatore dallo scarso talento che pensa di dedicarsi alle proprie illusioni poetiche e di vivere di rendita grazie alla posizione di suo padre, il quale vorrebbe invece che il figlio si impegnasse nell’azienda di famiglia a Londra. Siccome a quei tempi i bamboccioni venivano mal tollerati, Francis si ritrova diseredato e buttato fuori di casa, sulla via per il castello di suo zio (fratello di suo padre) nel Northumberland, nel nord dell’Inghilterra. Gliene capitano di tutti i colori: viene accusato di aver depredato un viandante di certi importanti documenti, si inimica il cugino Rashleigh (destinato a sostituirlo nell’azienda paterna) e scopre che questi ha complottato per rovinare suo padre, si innamora senza speranza della cugina Diana e parte per la Scozia dove si ritroverà al centro di uno scontro tra giubbe rosse e guerrieri delle Highlands. Alla fine del viaggio, sempre secondo tradizione, il nostro eroe ritornerà arricchito non solo nello spirito ma anche nelle tasche: soprattutto, avrà acquistato senno e concretezza, e non è un caso che, nel bel mezzo della rivolta, prenda l’iniziativa, si ritrovi a capo di un reggimento di uomini e riprenda legittimo possesso dell’azienda paterna.

David Morier, La battaglia di Culloden

Strutturalmente, il romanzo si divide in due parti che pongono i personaggi in situazioni e ambienti diversi: la prima si svolge principalmente nell’ambito di Osbaldistone Hall (la casa dello zio di Francis) nel Northumberland, la seconda invece abbraccia l’azione e catapulta il nostro protagonista prima a Glasgow e poi nelle Highlands, in un mondo ostile e ignoto, dove l’azione subisce una brusca accelerata. I temi romantici (il maniero avito, l’amore tormentato) sono ben presenti, così come qualche eccessiva lungaggine, specie all’inizio (il romanzo è del 1817 e risente delle riflessioni moraleggianti che si usava inserire a quel tempo a edificazione dei lettori); inoltre, l’ambientazione storica e i risvolti politici potrebbero risultare indigesti a un lettore italiano non avvezzo a questi temi. Si tratta di un classico romanzo romantico, intriso di quello spirito da “invenzione della tradizione” di cui parla Hugh Trevor-Roper e che ha trasformato la Scozia in una terra pittoresca abitata da poetici guerrieri in kilt, tartan, plaid, claymore e cornamuse: una visione tipicamente ottocentesca e vittoriana di cui Walter Scott è il principale artefice, patrocinatore di una nuova Scozia unionista e fedele agli Hannover pur mantenendo le proprie specificità. Soprattutto, una Scozia pacificata dopo le rivolte giacobite e modernizzata, al passo coi tempi dal punto di vista sociale, economico e religioso. Basta clan, basta giacobiti e soprattutto basta cattolicesimo, anche se sarebbe il caso di dire che quella dei clan cattolici è una panzana bella e buona, visto che il 70% dei soldati dell’esercito giacobita nella rivolta del 1745 era fedele alla Chiesa episcopale di Scozia, quindi era protestante. Non a caso Frank Osbaldistone è cresciuto in una famiglia che, per parte di padre, ha rifiutato la sua origine nobiliare, cattolica e giacobita per abbracciare costumi e credenze del ceto medio mercantile (finanziario e protestante). Per giunta i giacobiti non ci fanno nemmeno una grande figura, visto che i bifolchi cugini di Osbaldistone Hall nel Northumberland sono gretti, ubriaconi, giocatori, fanfaroni e perditempo; solo la bella del romanzo, Diana Vernon, è un personaggio positivo nonostante la militanza giacobita e cattolica, ma si salva in quanto intraprendente e spigliata, a volte ai limiti dell’insolenza, e assume i tratti dell’eroina romantica prigioniera di un passato e di un segreto inconfessabile.

William Joy, L'addio di Flora MacDonald a Bonnie Prince Charlie

C’è una differenza netta tra la Londra commerciale e il nord primitivo che rifiuta l’Unione di Scozia e Inghilterra e i principi del libero mercato: perfino Glasgow, dove si svolge parte della vicenda, è una città in crescita e avviata alla modernità commerciale grazie ai traffici col Nuovo Mondo, avversa all’organizzazione dei clan. Questo non significa però che tutti i mercanti siano buoni, come dimostrano gli scorretti e odiosi MacVittie e MacFin, subito pronti a tradire la fiducia del padre di Frank e a gettare il suo emissario Owen in carcere per debiti: proprio Owen, capo-contabile della ditta Osbaldistone, ha una cieca dedizione al lavoro della ditta coincide con una completa rinuncia a se stesso come individuo e al discernimento nel sapersi scegliere gli agenti più fidati, quasi una replica dei mercanti di Boccaccio che esprimevano “la ragion di mercatura”. L’onore, di cui il mondo barbarico dei clan è ideologicamente imbevuto e che viene sempre tirato in ballo, non è sparito ma è stato ripensato quindi a uso e consumo della borghesia mercantile, che ne ha molto bisogno (come spiega il balivo Jarvie: «Non voglio che qui si parli di onore: sappiamo solo quello che riguarda il credito. L’onore è causa di sangue e di delitti e provoca risse nelle strade, mentre il credito è fonte di pace e di vita onesta e tranquilla»). La caratterizzazione dei personaggi però è convincente: il balivo Nicol Jarvie, integerrimo e leale ma cavilloso e concreto (al punto che, di fronte alla selvaggia bellezza di Loch Lomond, dichiara che sarebbe bene, a fini economici, prosciugarlo); il giardiniere e servitore Andrew Fairservice, impiccione e fanfarone nonostante la viltà e il furore protestante; il perfido cancelliere Jobson, fautore di una giustizia spietata. Infine, una nota di merito per il malefico Rashleigh, il villain del romanzo, zoppo e deforme ma dalla voce suadente e dalle maniere compite. Diverso da tutti i suoi fratelli, è colto, astuto e ambizioso: il suo odio per Francis è assoluto e non esita a proclamarlo perfino in punto di morte (mentre Francis, da bravo eroe, ripudia la sua avversione davanti al nemico morente), lasciando questa vita pieno di orgoglioso rancore.

Horace Vernet, Allan M'Aulay

La separazione Inghilterra/Scozia, Nuovo/Vecchio, Civiltà/Barbarie, si vede già nell’impostazione della narrazione in prima persona di un protagonista ormai vecchio, molte decadi dopo rispetto agli eventi narrati, come se Scott abbia voluto stabilire una grande distanza tra il presente di una Gran Bretagna unitaria e pacificata e quella barbarica dei clan scozzesi e della rivolta giacobita. Inoltre la tecnica narrativa è molto moderna e fa rivolgere il protagonista a Will Tresham, figlio del socio di suo padre, che non ha alcun ruolo se non quello del destinatario: un espediente, questo, che permette di raccontare il mondo dei clan scozzesi a un lettore moderno e borghese con il suo stesso occhio, abbattendo le eventuali barriere date dall’evocazione di una realtà così remota e particolare. In altre parole, Will Tresham siamo noi, ed è a noi che Francis Osbaldistone rivolge il racconto della sua avventura.

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