Quegli eroi banali che non tengono conto delle ragioni dei mostri

di Paolo Nardi


Tira una brutta aria per il fantasy. Prima un articolo su “La Lettura”, il supplemento settimanale radical chic de “Il Corriere della Sera”, a firma di Edoardo Boncinelli, intitolato Contro il fantasy, che ha condannato il genere perché avente a che fare con il soprannaturale e la magia, e quindi il contrario della scienza: il massimo del disimpegno e della deresponsabilizzazione, le stesse istanze che nella storia hanno portato il romanticismo a disintegrare e soppiantare l’illuminismo. Parole grosse, che ricordano quelle di Odifreddi sul fantasy come esempio delle più pericolose tendenze della nostra società che portano le persone ad abbandonare la loro razionalità per consegnarsi ciecamente allo storytelling di cantastorie politici e religiosi.

Adesso è la volta del libro Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica di Alessandro Dal Lago, sociologo e professore universitario che fa fare agli studi tolkieniani in Italia un salto quantico all’indietro di portata incalcolabile. Visto che Tolkien in questo momento gode di un rinnovato successo (il Salone del Libro di Torino, Beren e Lúthien appena uscito, la nuova edizione de La realtà in trasparenza, tutte iniziative volte a celebrarne la natura di “classico” del nostro tempo) doveva per forza arrivare la reazione dello studioso di turno intenzionato a rimetterlo a posto, sai mai che il fantasy faccia nuova vittime e porti molte persone ad abdicare alla razionalità. Nella fattispecie Dal Lago è autore di un libro assolutamente fazioso e in malafede, che si rivolge «ai lettori un po’ faciloni d’oggi» per distruggere Tolkien sulla base di preconcetti triti e ritriti, vecchi di 60 anni e quasi mai sostenuti da fonti testuali, prendendosela con tutti i suoi interpreti, di destra e di sinistra, in quanto tutti adoranti e indulgenti apologeti. La sua tesi è tanto semplice quanto esilarante: Tolkien sarebbe privo di complessità morale e di complessità filosofica, e anzi intriso di spirito reazionario e antimoderno, che rifiuta la modernità e i suoi problemi per rifugiarsi nella tranquillità del mito, in un Medioevo «che abbonda di battaglie, conflitti e ricerche mistiche ma è casto, legittimista e in fondo oleografico come i dipinti preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti o Ford Madox Brown», andando a creare “un’epica passatista”, escapista e “per famiglie”, «una rocciosa isola di tradizionalismo fantastico nel mare agitato della modernità letteraria», neanche fosse una puntata di Don Matteo. A detta di Dal Lago, Il trono di spade di George R.R. Martin sarebbe ben più complesso e rifletterebbe maggiormente le problematiche e le ambiguità della nostra epoca: «Il medioevo di Tolkien, sia nelle trasfigurazioni narrative, sia nell’opera di studioso, è curiosamente innocente e trasparente, privo di ambivalenze, conflitti culturali intestini e residui barbarici. Il male, certo, non manca, ma è un’idea a tutto tondo, una dimensione teologica ortodossa, così come sono convenzionali e privi di spessore molti suoi eroi». Ecco distrutti in poche righe decenni di critica tolkieniana. Poco importa aver avuto le opere di Tom Shippey, di Verlyn Flieger, di Brian Rosebury, in Italia di Wu Ming 4 e Claudio Testi: Dal Lago fa della Terra di Mezzo un manifesto utopistico e consolatorio, «una visione edificante e sterilizzata della mitologia nordica, per rivendicare alcuni valori nazionali inglesi (la sobrietà, la responsabilità, il rispetto delle autorità legittime) e da contrapporre alla modernità», un mondo dai tipi e dai caratteri prefissati, con re buoni, cavalieri gentili, donne sottomesse e asessuate, oltre a «cattivi così cattivi (a partire da Sauron, il signore degli abissi di Arda) da costituire dei babau cosmici, che nessun lettore adulto, anche se crede nel male radicale, può prendere sul serio». Nessun personaggio tormentato, nessun buono che cede al male per diverse ragioni (Saruman, Boromir, Denethor, Thorin), nessun percorso di crescita personale (Bilbo, Aragorn), nessun conflitto culturale (il dialogo tra gli orchi Uglúk e Grishnákh, il rapporto tra la Contea e il resto della Terra di Mezzo), nessun ragionamento sul potere e la seduzione e l’ambiguità del male, nessun accenno al costante esercizio del libero arbitrio e della scelta per affrontare le situazioni. Niente di tutto questo, solo una condanna radicale di faciloneria e passatismo. Anche il personaggio di Eowyn, l’unico a cui viene dedicata qualche riga, viene svilito e privato di ogni complessità, con l’aggiunta del dispiacere derivante dal vedere l’unica donna che combatte come un uomo dover tornare al suo ruolo servile di donna, trasformandosi «in una Florence Nightingale della terra di mezzo».


Il disprezzo di Dal Lago è totale e si estende anche allo stile delle poesie di Tolkien, alla sua prosa («descrittiva, al tempo stesso aulica e monotona»), all’uso ossessivo di maiuscole (cui Dal Lago risponde mettendo tutto in minuscolo, compreso “terra di mezzo”), alla «solennità un po’ fumettistica», tanto che, se non ci si butta a capofitto subendone il fascino, «si ridacchia, preferendo tenere i piedi per terra». Il suo approccio riflette tutto lo snobismo della critica paludata verso il fantasy in quanto narrativa di genere («Di che cosa si tratta – di un genere secondario [rispetto alla letteratura “seria”, “alta”, ecc.] o di letteratura per l’infanzia”, cioè per minori?») e non è un caso che deprechi la trasposizione dei miti della letteratura alta nella popular culture: gli ambiti devono restare ben separati, così come i confini tra il mondo reale e il mondo fantastico. Dal Lago odia l’idea che, a differenza della narrativa l’avventura tradizionale alla Salgari, dove un lettore viaggiava per qualche ora tra i pirati dei Caraibi o le tigri di Mompracem e poi, chiuso il libro, tornava alle sue occupazioni quotidiane, nelle avventure di Harry Potter, in Tolkien o in Thor della Marvel (tutte cose diversissime tra loro, ma qui messe in un unico monnezzone di genere, tanto sono cose che non hanno dignità letteraria) venga abolita la differenza e la distanza tra l’irrealtà e la realtà, tra l’aldilà e l’aldiquà, mitizzando l’aldiquà e demitizzando l’aldilà. Di conseguenza, il fantasy contemporaneo ha umanizzato gli eroi, trasformandoli in persone problematiche, dubbiose e fragili, che ci insegnano a superare i nostri limiti. Insomma, meglio tenere ben marcati i confini con l’altrove, o potrebbero essere guai: non a caso Dal Lago contesta a Tolkien il fatto di considerare la Terra di Mezzo una dimensione reale, in conformità alla sua teoria dello scrittore come subcreatore. A questo proposito se la prende furiosamente con gli Inklings, il gruppo di cui facevano parte Tolkien e altri professori reazionari di Oxford, tra cui C.S. Lewis, rei di aver respinto il modernismo, le avanguardie artistiche e letterarie, il positivismo e lo scientismo del XX secolo, recuperando e riattualizzando il mito, in particolare quello nordico, estraendone gli aspetti più edificanti ed emarginando quelli più inquietanti e barbarici; a Dal Lago ripugna (al punto da definirla al confine con l’eresia, improvvisandosi teologo) la teoria della subcreazione di Tolkien e Lewis, l’idea che la scrittura, in quanto ispirata dalla parola di Dio, sia un contributo alla creazione e alla sua continuazione nella storia umana, e che quindi gli scrittori possano dare vita ad altri mondi, con geografie, culture e linguaggi appropriati. Dal Lago non è nemmeno sfiorato dal pensiero che forse questi autori dialogassero con la modernità in un loro modo personale: sono antimoderni, e tanto basta. Al nostro non sta bene nemmeno l’idea tipica del pensiero cristiano, e del tomismo in particolare, che salva la mitologia pagana vedendo in essa un’intuizione precristiana. La povertà morale di Tolkien risulterebbe soprattutto rispetto ai suoi modelli di riferimento, le saghe nordiche e medievali, che sarebbero ben più ambigue, complesse e problematiche, e questo risulterebbe chiaro dalle analisi che lo stesso Dal Lago fa delle opere filologico-critiche di Tolkien su Beowulf, Artù e Beorthnoth. Curiosamente, Dal Lago dimentica di citare la riscrittura del Beowulf fatta da Tolkien per espellere gli inserti cristiani introdotti dall’autore del poema, così come di ricordare che per La caduta di Artù le motivazioni di riscrittura fossero le stesse e che Tolkien cancellò un particolare da niente come il Graal per liberare la leggenda celtica dalle sovrastrutture cristiane aggiunte in seguito. Per non parlare delle critiche che muove a Wu Ming 4 sull’interpretazione del Beorthnoth, che sono indirizzate per lo più a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione: poche idee, e ben confuse, portate avanti con coerenza solo per dimostrare le proprie tesi.




Ma dove l’odio del sociologo nei confronti del professore di filologia si rivela più furioso è nel modo di trattare i mostri, destinati a essere sconfitti in quanto allegoria o incarnazione del male, e per questo obbligati ad avere un aspetto ripugnante e a essere moralmente abietti. Tolkien «non lascia spazio ad alcuna considerazione sulle motivazioni o i punti di vista dei malvagi. E nemmeno a forme di pietà», il che è un’evidente sciocchezza visto che sulla pietà nel Signore degli Anelli si sono scritti fiumi di saggi critici argomentati. Ma Dal Lago incalza: «I personaggi buoni di Il Signore degli Anelli ricorrono ampiamente alla violenza. Come gli elfi, che qui rappresentano una sorta di nobiltà guerriera, anche se non precisamente umana: essi uccidono tutti gli estranei, uomini, nani, che osano avventurarsi nel loro territorio». Difficile commentare simili affermazioni, tra l’altro assolutamente decontestualizzate e prive di qualsiasi riferimento al testo. Per non parlare dell’analogia che vuole gli orchi di Tolkien rappresentare «più o meno confusamente operai, minatori, artigiani, schiavisti e padroni – la “classe industriale” in senso lato, per dirla con Auguste Comte», un’immagine sinistra e cupa ereditata dal socialismo romantico e un po’ reazionario dell’Ottocento che rifiutava i problemi della rivoluzione industriale e della questione operaia. Ancora escapismo romantico, insomma, da parte di un Tolkien che condivide «l’idea che il lavoro abbia a che fare con l’abisso, le caverne, i cunicoli, la deformazione fisica e ovviamente morale». Quindi la polemica anti-industriale di Tolkien diventa per Dal Lago una condanna della classe operaia in sé, una bieca allegoria classista che non tiene conto del fatto che Tolkien fa creare bei manufatti a elfi, nani e hobbit e che la sua critica all’industria deriva da una cosa chiamata Prima Guerra Mondiale, la prima guerra meccanizzata, con i carri armati, i gas venefici, le granate, gli aeroplani, che lo stesso Tolkien si ritrovò a vivere in prima persona alla Somme, la più gigantesca carneficina della storia.


Dal Lago è ossessionato dalla modernità, ed è chiaramente un seguace del modernismo (inteso come movimento culturale e letterario), quello di Bloomsbury, degli anni Cinquanta, il decennio in cui uscì Il Signore degli Anelli. Le critiche da lui portate sono le stesse, come se nel frattempo non fosse successo niente, la critica letteraria fosse ancora quella e il mondo non fosse andato avanti. A Dal Lago piace Eliot (che invece non piaceva a Lewis), e ci mancherebbe. Piace anche a me, ci ho fatto sopra un esame all’università, e mi ricordo ancora pezzi di Waste Land a memoria. Il problema è la radicale contrapposizione tra i due mondi, quello del modernismo e quello di Tolkien. Il modernismo è coltissimo, derivativo, citazionista, usa il mito svilendolo in una realtà senza senso, condannato all’ironia e all’impredicabilità dell’esistenza, fatto di aggiunte e sottrazioni; Tolkien è fondativo, cita senza essere citazionista, usa il mito attualizzandolo, crea una mitologia attuale oggi come 60 anni fa, capace di parlare all’uomo di oggi e alle sue paure. Forse è questa la ragione del suo successo, per cui nel 2017 è ancora pieno di lettori “un po’ faciloni” che lo leggono e lo amano, prendendolo sul serio e senza ridacchiare con fare snob.

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