Le bellezza della Messa Tridentina

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Nella Messa del Vecchio Rito il sacerdote celebra ai piedi di un altare che è rialzato rispetto al piano dei fedeli perché esso deve rappresentare la collina del Calvario. Dunque, già questo fa chiaramente capire ciò che è davvero la Messa. 
Il sacerdote è rivolto verso Dio, con le spalle al popolo, perché agisce come altro-Cristo (in persona Christi) offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre. 
I fedeli sono più in basso in quanto impersonano (in un certo senso) Maria e san Giovanni ai piedi della Croce. 
Tutta la celebrazione si rivolge dunque in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto
è orientato verso l’Eterno Padre, tanto i fedeli quanto il sacerdote. 
Veniamo alla Consacrazione. Il testo della consacrazione sottolinea senza equivoci l’attualita dell’azione sacrificale e il ruolo di altro-Cristo del sacerdote. Per esempio: il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire –nella preghiera eucaristica- che la narrazione è distinta dalla consacrazione come azione attuale e realizzazione presente del Mistero. Anche la posizione (“Chinato sopra”) e il tono della voce (“segretamente”) del sacerdote mutano dal momento in cui questi riproduce le mosse di Gesù, realizzando in tal modo il miracolo della transustanziazione (la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo). Dunque, c’è differenza rispetto ad un tono uniforme che potrebbe dare invece l’impressione di una semplice narrazione di un evento e non della sua ri-attualizzazione. 
Nella Consacrazione la frase “Ogni volta che farete ciò, lo farete in memoria di me” è certamente più chiara rispetto all’espressione “Fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere interpretata come semplice ricordo. L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” è anch’essa indicativa. L’aggettivo dimostrativo “questo” vuole infatti significare che il calice sul quale il sacerdote proferisce la formula consacratoria, non è un calice qualsiasi, ma è misticamente quello stesso calice impugnato da Gesù consacrante, così come l’azione consacratoria del sacerdote è misticamente una sola e medesima con quella di Gesù consacrante. 
La genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione a motivo delle parole consacratorie appena pronunciate. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti. La genuflessione immediatamente dopo la Consacrazione sta a significare che l’Eucaristia non è tale solo se (come affermano i protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote. 
Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quel che è: ministro di Dio avente ontologicamente una qualità che i semplici fedeli non hanno. In questo rito non c’è spazio per una confusione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale e gerarchico del celebrante. Per esempio: il Confiteor iniziale è detto prima dal prete, e poi dall’accolito in nome del popolo. Questa distinzione segna chiaramente la differenza esistente tra il celebrante e i fedeli. 
Passiamo alla Comunione. Il fedele si prepara con il Confiteor e proclamando non una sola volta, me per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato” L’espressione nella mia casa rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più chiara per far capire che l’Eucaristia non è semplicemente una mensa (in senso protestante) ma l’entrata di Gesù vero e vivo nel fedele. 
La Comunione si riceve in ginocchio, direttamente in bocca, in posizione di adorazione sottolineando in tal modo il rispetto e la venerazione nei confronti dell’Eucaristia e facendo più facilmente capire le verità della Presenza Reale e del Sacerdozio ministeriale. Da una parte, pertanto, si capisce la grandezza incommensurabile di un Dio che viene a trovare dimora nella propria piccolezza; dall’altra, non vi è la possibilità di equivocare pensando che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un “pane che deve far ricordare” e basta. 
La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione. In questo modo si fa capire che il Ringraziamento non è a discrezione del fedele, bensì è un atto doveroso e fondamentale per rendere fruttuosa la Comunione stessa. 
Dopo la Comunione il sacerdote non si siede, gesto (questo) non “educativo” perché potrebbe spingere i fedeli che hanno ricevuto l’Eucaristia a fare altrettanto. 
La liturgia della Parola non dura di più rispetto alla liturgia eucaristica, centro e apice della Messa; e la Comunione non è relegata all’ultimissima fase del Rito. 
A proposito del latino. Esso ha la funzione di lingua sacra e solenne e aiuta il fedele a comprendere la grandezza del Mistero che si sta realizzando: la straordinarietà di ciò che accade sull’altare-Calvario è sottolineato appunto dall’uso di un linguaggio straordinario (fuori dall’ordinario), non quotidiano. Scrive Pio XII nella Mediator Dei: “L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità (fra i cattolici di tutto il mondo, siano essi italiani o tedeschi, bianchi o neri) e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Ed è ciò che Benedetto XVI ha ribadito come superamente dello “spazio” e del “tempo”. Superamento dello spazio, perché indipendentemente da dove ci si trovi, la lingua è sempre la stessa. Superamento del tempo, perché essendo il latino una lingua non in evoluzione, meglio può esprimere la stabilità del dogma. Inoltre bisogna chiedersi: la Messa va capita o vissuta? Oggi abbiamo un paradosso: tutti capiscono le parole della Messa, ma nessuno sa più cos’è la Messa.Un tempo non si capivano le parole della Messa, ma molti di più sapevano cosa fosse la Messa. 
Sui silenzi. I silenzi del Rito Antico fanno adeguatamente capire che il compito del fedele che partecipa alla Messa non è tanto quello di “vocalmente” partecipare quanto quello di “aderire”. Il modello per eccellenza è la Vergine Maria che ai piedi della Croce non parlava, ma contemplava ed offriva. Chi più di Lei ha fatto fruttificare quell’Avvenimento? Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi piuttosto che apparire.

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