Il nuovo libro di J.R.R. Tolkien - Beren e Lúthien

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di Paolo Nardi

Ogni volta che esce un nuovo libro di Tolkien è un evento, nonostante l’autore sia morto da 44 anni. E ultimamente di nuovi libri a nome J.R.R. Tolkien ne sono usciti molti, da La leggenda di Sigurd e Gudrùn a La storia di Kullervo, da La caduta di Artù al Beowulf, tutti curati dal figlio Christopher, sempre accusato di voler speculare sull’opera paterna con operazioni editoriali di dubbia autenticità.
In fin dei conti, però, Christopher è l’unico curatore credibile dell’eredità letteraria del padre, data la sua infinita conoscenza della materia e la sua incrollabile passione (in un’intervista ha addirittura dichiarato: «Per quanto strano possa sembrare, io sono cresciuto nel mondo che lui ha creato. Per me, le città del Silmarillion sono molto più reali di Babilonia»), al punto da divenire vero e proprio co-autore delle opere del padre. Ora, arrivato alla veneranda soglia dei 93 anni, passa anche lui la mano, regalandoci questo Beren e Lúthien (Bompiani, 306 pagine), un’opera complessa e di difficile lettura ma allo stesso affascinante e imprescindibile per ogni tolkieniano visto che si basa su una storia centrale nel Silmarillion come quella dell’amore tra Beren e Lúthien, un uomo mortale e un’elfa immortale, ostacolati dal destino ma determinati a cambiarlo pur di restare assieme. Proprio i nomi di Beren e Lúthien campeggiano sulle lapidi di Tolkien e della moglie Edith, sotto quelli di battesimo, al Wolvercote Cemetery di Oxford, e basterebbe questo per rivelarci quanto importante fossero questi personaggi per il loro stesso creatore: anche la danza di Lúthien è ispirata a Edith, che un giorno si cimentò per John in un ballo in un piccolo bosco nello Yorkshire che fu la fonte di ispirazione per la scena dell’incontro tra i due protagonisti. Non a caso, è la storia su cui si fonda quella famosissima tra Aragorn e Arwen nel Signore degli Anelli, simbolo di quello che l’amore rappresentava per Tolkien: una relazione autentica che richiede impegno, sacrificio e libera scelta, del tutto distante dal cosiddetto amor cortese e dalla sua idealizzazione della donna. Infatti, pur di sposare Lúthien, Beren accetta dal padre di lei, Thingol, di andare a recuperare un Silmaril dalla corona di Melkor, ma Lúthien non se ne sta a guardare: in una totale inversione della storia d’amore classica, è lei che assume un ruolo attivo e costantemente salva il suo innamorato dai pericoli utilizzando la propria bellezza e le proprie arti (la magia dei suoi capelli, la danza, il canto e l’ingegno). Con il solo aiuto di un cane magico, va a liberarlo dalla prigionia di Sauron e lo cura dalle ferite; insieme recuperano il Silmaril nientemeno che nella fortezza di Melkor ma poi, quando Beren rimane ucciso, lei da sola si spinge fino ai Valar, i quali si commuovono così tanto che le offrono la possibilità di far rivivere il suo innamorato, a condizione che lei accetti di condividerne poi il destino mortale.

Diversamente da quanto fatto dieci anni fa con I figli di Húrin, che utilizzava materiale edito per creare un’opera compatta dal punto di vista narrativo, in questo caso Christopher Tolkien ha compiuto un vero e proprio lavoro filologico, non limitandosi a pescare scritti paterni già editi altrove (nei Racconti perduti, nel Silmarillion e, soprattutto, nella colossale History of Middle-Earth), ma mettendoli in fila e intervenendo con delucidazioni, spiegazioni e interpretazioni personali per spiegare l’evoluzione della vicenda nelle sue diverse redazioni e collocarla all’interno del legendarium tolkieniano. La sua voce si sovrappone così al testo paterno e conduce il lettore nei meandri di questa materia informe e difficilmente riconducibile a una narrazione unica, figuriamoci alla forma romanzo. Senza contare che compare per la prima volta tradotto in italiano, almeno parzialmente, il Lai di Leithian (letteralmente “liberazione dal servaggio”), un poema in metro allitterativo in ottonari accoppiati sul modello del romance medievale, che rivela la passione del filologo Tolkien per la sua materia di studi ma che non è certo un genere editoriale di successo e nemmeno di facile lettura al giorno d’oggi. Oltretutto, il Lai, incompiuto, è sì incentrato proprio sulla storia di Beren e Lúthien, ma include altri eventi come la guerra dei Silmaril, la maledizione di Fëanor e il duello tra Fingolfin e Morgoth, quindi è facile intuire come la lettura di questo libro sia estremamente difficile per tutti perché suppone una buona conoscenza del legendarium. In caso contrario è meglio lasciar perdere. Allo stesso tempo però si tratta di un libro affascinante per farsi un’idea di come Tolkien lavorava e di cosa riuscisse a partorire la sua fantasia, e un vero fan non dovrebbe in alcun modo lasciarselo scappare. La stessa vicenda non può avere una fine compiuta perché il Silmaril, fatto incastonare da Thingol ai nani per formare una splendida collana, la Nauglamír, perpetuerà la sua maledizione per il possesso causando uno scontro fra nani ed elfi. Ma allora qual è il servaggio da cui la vicenda di Beren e Lúthien ha liberato? Verlyn Flieger ne ha dato un’interpretazione nel suo bellissimo Schegge di luce: la scelta di Lúthien allontana la sua vita dal destino immortale degli elfi e la congiunge a quello mortale degli uomini. Gli elfi, incapaci di morire e legati alla vita, sono asserviti a una vita senza fine; gli uomini, al contrario, possono attraverso la morte staccarsi dalla vita ed essere liberati dalla schiavitù del mondo. Dalla loro unione nasce una diversa razza, quella dei mezzelfi, che possono scegliere a quale destino appartenere, ed è proprio da questa discendenza che la vicenda dei Silmaril e della maledizione di Fëanor troverà una conclusione positiva e insperata.

Molte sono, come detto, le variazioni presenti nelle singole stesure del mito, a cominciare dai nomi (Tinwelint per Thingol e Gwendeling per Melian, Melko per Melkor e Angamandi per Angband,) e dalla natura di Beren, che cambia da uomo a elfo e di nuovo a uomo nell’arco degli anni. Stupisce anche l’utilizzo della parola “gnomi” al posto di Noldor, intesa come sinonimo di conoscenza e quindi in nessun caso da confondere con gli gnomi del folklore. La cosa forse più interessante è che nel Racconto di Thinúviel dai Racconti perduti al posto di Sauron troviamo Tevildo, Principe dei Gatti al servizio di Melko, nelle cui cucine Beren è costretto a lavorare come sguattero finché Lúthien non giunge con uno stratagemma a liberarlo; secondo Christopher Tolkien, non si può parlare di una derivazione diretta in quanto i personaggi non hanno nulla in comune, se in il ruolo da loro svolto nella vicenda: infatti il luogotenente di Morgoth non presenta in alcun modo caratteri di derivazione felina, ma viene presentato piuttosto come Thû, signore dei lupi mannari, non più circondato da gatti dai curiosi nomi elfici.

Una parola sul volume: è semplicemente fantastico. Presenta disegni e acquerelli inediti di Alan Lee, che già aveva curato I figli di Húrin (per non parlare delle edizioni illustrate de Lo hobbit e del Signore degli Anelli) ed è ben conosciuto dai fan dei film di Peter Jackson. Sono illustrazioni che fanno sognare e aumentano la sensazione di trovarsi in un altro mondo, quello in cui tutti noi fan di Tolkien vorremmo vivere.

1 comment:

Anonymous said...

In buona sostanza... è un altro Tolkien.