In cammino con Tolkien 8

“Bilbo pensò una volta di più alla sua comoda poltrona davanti al caminetto nel suo soggiorno preferito della sua caverna hobbit”

di Fabio Trevisan 
Dinanzi alla maestosità e alle minacce delle Montagne Nebbiose, Bilbo Baggins ebbe un soprassalto che gli fece ricordare con nostalgia la ridente e soleggiata Contea e, come ci racconta Tolkien, non fu l’ultima volta. Tra quelle aspre Montagne e le Terre Selvagge c’era la bella valle di Gran Burrone, dove Elrond viveva nell’Ultima Casa Accogliente e dove, grazie a Gandalf, si sarebbero
potuti riposare. Tutto l’ambiente intorno ai Nani e lo Hobbit lasciava presagire qualcosa di buono: “L’aria diventava più calda via via che scendevano, e l’odore dei pini lo insonnolì…il loro morale si sollevava man mano che scendevano in basso e c’era un senso di serenità nel crepuscolo”. Con il mutare del paesaggio cangiava il loro spirito che, all’improvviso, veniva scosso dal fragoroso e umoristico canto degli Elfi tra le fronde degli alberi: “Muore il dì, non progettate di partir: sono mattate! Tanto bello è se restate e attenti ci ascoltate, fino all’ore più inoltrate, a cantare le ballate”. Era un anticipo di cielo che Gandalf aveva predisposto lungo il loro impervio cammino; era qualcosa da contemplare e godere, nel senso più spirituale del termine. Anche Bilbo gustava nel suo cuore quell’atmosfera suggestiva e ricordava a se stesso: “Il canto degli Elfi, a giugno, sotto le stelle, è una cosa che non va persa”. Con questa allegra combriccola degli Elfi ricca di buono spirito arrivarono così da Elrond e trovarono, pensate un po’, le porte spalancate! Tolkien si affrettava a dirci che in quella valle il male non era misteriosamente mai penetrato. Un posto incantevole, dove la gioia e la letizia erano contagiosi, uniti alla confortevole e genuina ospitalità: “La casa di Elrond era perfetta, che vi piacesse il cibo, o il sonno, o il lavoro, o i racconti, o il canto o che preferiste soltanto star seduti a pensare”. Chi era Elrond? Perché Gandalf volle che i Nani e lo Hobbit ne facessero conoscenza? Nel descrivere Elrond, Tolkien usò molti aggettivi: “Era nobile e bello in viso come un sire elfico, forte come un guerriero, saggio come uno stregone, venerabile come un re dei Nani, e gentile come la primavera”. Elrond non era quindi un Elfo, anche se degli Elfi era molto amico e, soprattutto, univa la tempra del guerriero alla “gentilezza” della primavera, dove i fiori si schiudono e offrono al tiepido sole le loro gemme preziose. Dopo il rigore del gelido inverno e la conoscenza del male, ora ai Nani e allo Hobbit si apriva la possibilità di sperimentare la brezza salutare della primavera, la bontà e il calore dello spirito di consolazione. Gandalf desiderava che loro riconoscessero in Elrond tutte quelle virtù che solitamente vagano separate e che invece in lui erano complementari e organiche: la fortezza del guerriero unita alla mansuetudine e alla generosità, la saggezza dello stregone congiunta alla gentilezza e alla cortesia, l’onorabilità del re dei Nani non separata dall’umiltà. Queste virtù avrebbero dovuto essere la loro armatura prima di raggiungere la Montagna Solitaria a Est, dove il drago Smog giaceva sopra il tesoro dei Nani. Si erano affrettati a raccogliere le spade e gli scudi che precedentemente avevano sottratto agli stolidi Uomini Neri: spade antiche appartenenti agli Elfi Alti dell’Ovest, forgiate a Gondolin nella guerra contro gli Orchi. Tutte cose molto utili che andavano indossate assieme a quelle virtù che Elrond aveva loro mostrato e che Gandalf aveva voluto far loro intravedere.

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