Il film Silence di Scorsese

Nascondi la tua Fede e il mondo ti acclamerà

di Giuseppe Stevi
È ancora nelle sale cinematografiche il nuovo film del regista statunitense Martin Scorsese. “Silence”, silenzio, ambientato nel Giappone della metà del 1600 ed ispirato al romanzo dall’omonimo titolo (“Chinmoku”, silenzio, in giapponese), dello scrittore nipponico Shūsaku Endō, uscito nel 1966 e che narra le vicissitudini di due padri gesuiti portoghesi (padre Francesco Garrupe e padre Sebastiano Rodrigues) inviati in Giappone dalla casa della Compagnia di Gesù di Macao (al tempo avamposto lusitano in Asia), nel periodo delle persecuzioni anti cristiane in corso in quei decenni nel paese del Sol Levante.
Il film ha suscitato diverse interpretazioni, anche in ambiente cattolico. E vedendolo non poteva essere altrimenti.
Indubbiamente, così come altri film di qualche anno passato che hanno visto protagonisti i formidabili
figli di Sant’Ignazio di Loyola - valga per tutti “The Mission” di Roland Joffè, Regno Unito, 1986 - la pellicola di Scorsese apre lo sguardo dello spettatore su di uno spaccato storico interessante, seppur fortemente lontano dalla realtà occidentale dello stesso periodo. 
Uno spaccato storico, quindi, che, seppur affascinante, rivela immediatamente caratteristiche di chiusura, determinazione ed arguta chiarezza dei suoi obiettivi e delle sue convinzioni. E questo approccio, che per tutto il film appartiene ai protagonisti rappresentanti del potere politico e religioso dell’Impero del Sol Levante (primo fra tutti l’inquisitore buddista Inoue Masahige, vissuto tra il 1585 ed il 1661), appartiene anche, in momenti diversi, ai due principali protagonisti occidentali, ovvero i due giovani padri gesuiti Garrupe e Rodrigues.
I due religiosi, infatti, inizialmente anch’essi determinati ed argutamente chiari nei loro obiettivi e nelle loro convinzioni, alla fine del film non li troviamo più. O, meglio, di essi, ne troviamo solamente uno che, peraltro, tale non è più.
Il primo, il padre Garrupe infatti, sacrifica la propria vita al pari di alcuni contadini giapponesi convertiti al cattolicesimo e destinati al martirio mediante annegamento. Il secondo tale non è più appunto; per evitare la tortura e la successiva certa morte ad altri contadini perseguitati per la loro Fede in Cristo, il padre Rodrigues rinnega Cristo stesso, abiura la sua Fede e sopravvive. 
Sopravvive, appunto - nella migliore delle ipotesi nascondendo una fede non più capace di opere e pertanto non più cattolica e vera - prigioniero della società nipponica del tempo che lo “affida” ad una moglie vedova del proprio marito e ad un figlio orfano del proprio padre.
Anche lui, in ciò smarcandosi nettamente dai tanti suoi confratelli morti crocifissi - come mostrano le prime immagini del film - segue la strada intrapresa anni prima da un altro gesuita che era stato suo professore di filosofia, il padre Cristoforo Ferreira, personaggio realmente esistito, che dopo aver rinnegato Cristo divenne ammirato autore di testi giapponesi di astronomia e di medicina presso gli ambienti culturali e religiosi dell’intellighenzia nipponica dell’epoca.
Qualcuno, stanti queste conclusioni, ha parlato del film come di una pellicola celebrativa, se non esaltativa, dell’apostasia, del rinnegamento della propria Fede in Nostro Signore. 
Vedendone le immagini, la conclusione pare essere proprio quella, e questo anche a dispetto - se ne passi la parola - di uno degli ultimi spezzoni del film, dove il cadavere di un incanutito padre (non più) Rodrigues, è ripreso giacente nella bara qualche istante prima della cremazione; le sue mani nascondono un minuscolo crocifisso di legno che gli era stato donato da un cristiano giapponese martirizzato;  quest’ultimo lo aveva intagliato ottenendone l’unica immagine del Salvatore che gli fosse compagna negli anni della persecuzione e dell’assenza di sacerdoti dalle terre del Giappone.
Ma forse vi è anche un’altra conclusione alla quale il film può portare.
Di fronte all’eroismo dei gesuiti che non rinunciano alla loro Fede ed alla Verità (quelli martirizzati), c’è anche il completo smarrimento dell’anziano gesuita (il padre Ferreira) che, venduto al mondo - e quindi, ci sia permesso, non più smarrito, ma pienamente consapevole delle sue priorità - smarrisce anche il più giovane (il padre Rodrigues) inducendolo, di fatto, a tradire Gesù Cristo.
E questa immagine - il cui giudizio non è qui argomento e tanto meno appartiene a noi, bensì alla Chiesa e poi, da sempre e per sempre, a Dio - altro non è che una tragica e veritiera “riproduzione” della Chiesa Cattolica nell’Occidente dei giorni nostri o, meglio, di questi ultimi decenni. 
A voi, se ne sarete spettatori, il compito di confermare o smentire questa impressione. 
Chiaramente ed infine, complimenti a Scorsese: ha fatto il suo lavoro. Il suo.

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