La fede fragile conduce all’incredulità

di Giovanni Cavalcoli
Le fede come forza del nostro spirito corrisponde a quella che, nel nostro organismo, è l’attività degli anticorpi o delle difese immunitarie. Se il soggetto è carente o debole da questo punto di vista, come sappiamo tutti, essendo meno difeso, è più esposto a contrarre certe malattie o certe infezioni.
La vita del nostro spirito, la nostra salute spirituale ha il suo punto di partenza, il suo impulso iniziale, il suo fondamento
teorico e la sua origine prima nella fede intesa come convinta adesione del nostro intelletto e del nostro cuore alla verità salvifica che Cristo ci ha rivelato e che è interpretata e custodita dalla Chiesa.
Certamente, al fine di raggiungere effettivamente la salvezza, alla fede deve aggiungersi la carità e l’esercizio delle buone opere, altrimenti la fede resta sterile: chi non mette in pratica ciò che crede, è come uno stolto o un pazzo, che conoscesse la via per fuggire da un bosco in fiamme e non la percorresse. Brucerebbe tra le fiamme.
È dunque cosa importantissima possedere e mantenere una fede verace, limpida, ragionata, sicura, ferma, solida, salda e reattiva, così come un organismo forte e sano possiede sufficienti difese contro quegli agenti patogeni, che potrebbero farlo ammalare o addirittura ucciderlo.
Oggi a molti non interessa la vita eterna insegnata e promessa dal dogma cristiano, oppure hanno dubbi o lo intendono male o non sono così sicuri della sua effettiva esistenza, oppure non ne hanno sufficiente stima, non ci credono veramente, non tocca i loro reali interessi. Credono questa dottrina un’opinione tra le altre, al livello delle altre religioni o mitologie, magari superate dal pensiero moderno.
Non si crede che la dottrina di fede sia un valore vitale certissimo, oggettivo, immutabile e universale, obbligatorio per la salvezza di tutti, ma al massimo un’opinione che si può conservare e diffondere, ma senza la pretesa che essa possa valere per tutti.
Anzi, per non sembrare di volerla imporre a chi non la condivide o la pensa diversamente, per certi cattolici, che si ritengono aperti e tolleranti, è meglio tenerla per sé e non manifestarla pubblicamente, affinché l’altro non si senta offeso, avendo l’impressione di subire un’imposizione.
Se poi queste persone così relativiste, incerte, mal fondate, doppie o fragili nella loro fede costruita sulla sabbia, si imbattono in altre o sono avvicinate da altre, abili propagandiste, decise, fanatiche, intolleranti, sicure della loro fede, astute, ricche di false promesse o di mezzi di persuasione attraenti o anche intimidatori, e magari tali da incutere timore o soggezione, può capitare che queste persone timide ed opportuniste, prive di una buona formazione cristiana e quindi dei necessari “anticorpi”, schiave del rispetto umano, “canne sbattute dal vento”, siano esposte all’infezione, non resistano alla tentazione o alla prova o alla seduzione o non si accorgano dell’impostura, e che abbandonino la propria fede e abbraccino quella dell’altro o più semplicemente la abbandonino senza sostituirla con alcuna fede, ma cadendo nell’irreligione, nell’agnosticismo o nell’empietà.
Questo fenomeno sta acquistando proporzioni macroscopiche e preoccupanti da alcuni decenni per quanto riguarda l’espansione dell’Islam in Europa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in generale nel mondo. Sappiamo tutti come a partire dal famoso attentato a New York del 2001 si sta diffondendo il terrorismo, che può colpire ovunque.
La famosa Dichiarazione del Concilio Vaticano II “Nostra aetate” sulla religione musulmana, allorché l’aggressività islamica era ben lontana dal manifestarsi come oggi, esce come tutti sappiamo, in queste ireniche parole: “La Chiesa guarda con stima i musulmani, che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini”.
Il Concilio si astiene dal ricordare l’ostilità del Corano nei confronti del dogma trinitario e dell’Incarnazione, ossia della conoscenza soprannaturale di Dio, che ci viene dalla rivelazione cristiana.
Eppure riconosce che alcune verità di teologia naturale sono contenute nel Corano, benché lo stesso Corano, come del resto anche l’Antico Testamento, le consideri oggetto di rivelazione divina.
Dunque, abbiamo qui la base del dialogo con i musulmani. Non era mai accaduto nella storia del Magistero della Chiesa che un Concilio riconoscesse verità teologiche esistenti in un’altra religione.
Davanti dunque a questo impressionante fenomeno della rinascita islamica, occorrono tre cose.
Prima. Bisogna che la Chiesa organizzi una rinnovata pastorale nei confronti dei musulmani, che tenga conto dei dati del Concilio, ma anche di quegli errori teologici, che sono contenuti nel Corano e che occorre correggere alla luce del Vangelo.
Seconda. La sfida che ci viene dall’Islam va letta come forte richiamo da parte della Provvidenza a irrobustire la nostra fede. Altrimenti, c’è il rischio anche in Europa di una conversione di massa all’Islam, come è già accaduto in passato per altre nazioni.
Terza. Bisogna che la Chiesa sia più zelante nella promozione, nel rafforzamento e nella difesa della vera fede, correggendo le visioni false, smascherando gli inganni, e proteggendo dalle tentazioni e dai pericoli.
Essa deve meglio dare gli opportuni avvertimenti, svolgere un migliore lavoro educativo e formativo, difendere i fedeli contro gli impostori, fornire ai suoi figli gli antiveleni, i vaccini e gli anticorpi adatti a premunirsi contro le malattie e a resistere in tempo di epidemia, affinché essi siano sani e robusti e sappiano vincere la  buona battaglia della fede.
Oggi la responsabilità e la chance della Chiesa nel problema islamico è decisiva. Essa è chiamata a un ruolo storico di molto superiore a quello dei tempi di S. Leone Magno o di S. Gregorio Magno od Innocenzo III.
 Non dalle trattative politiche e ancor meno dall’uso delle armi, ma solo dal dialogo cristianesimo-islamismo, come ha indicato profeticamente il Concilio, il mondo può attendersi la pace.
Siamo giunti a un punto di non ritorno, ad una scelta cruciale, nella quale, tutti, credenti e non-credenti, siamo chiamati a non sottrarci, ma a prender posizione, un momento drammatico, nel quale non c’è più da sperare nella forza delle armi per sconfiggere il potere islamico. Chi crede ancora a ciò o è un incosciente o è al di fuori della storia.
Le armi potevano servire all’epoca delle crociate, alla battaglia di Lepanto o di Vienna, a Roncisvalle, ai tempi dei cavalieri della tavola rotonda, quando si combatteva a cavallo con la spada e lo scudo. Ma oggi cosa possiamo combinare con un nemico che ha in mano il terribile potere delle armi moderne? Vogliamo gettare l’atomica su La Mecca o su Teheran?
Dunque, ci resta una sola speranza, per quanto sembri utopistica e ripugnante ai non-credenti o ai seguaci di Machiavelli; eppure è la più realistica ed è senza alternative: la conversione dei musulmani, ossia la loro evoluzione verso la democrazia, la giustizia, la tolleranza, lo spirito di pace, il dialogo, la libertà religiosa, il progresso, il pluralismo, i diritti dell’uomo, la laicità dello Stato, insomma gli elementi sani della modernità, che hanno le loro radici nel Vangelo, che in duemila anni ha convertito i barbari più feroci, ammansendoli nelle forme e nei modi della più alta civiltà, alla luce di Cristo Salvatore dell’umanità. L’unica soluzione che ci resta per sopravvivere è il Vangelo.

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