Maria Tudor: quando il fallimento è redenzione

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di Luca Fumagalli
Dopo due piccoli capolavori della narrativa storica come Con quale autorità? e Il trionfo del re, R. H. Benson decise di abbandonare il tema delle violenze perpetrate dai governi protestanti di Enrico VIII e di Elisabetta per approdare ai lidi della tentata restaurazione cattolica in Inghilterra ad opera di un’altra celeberrima Tudor: Maria I. Nel 1906 venne così dato alle stampe La tragedia della regina, romanzo recentemente pubblicato in Italia dalla casa editrice veronese Fede & Cultura.

Proseguendo sul filone delle opere precedenti, Benson racconta la dolorosa vicenda di Maria Tudor, ambientata nel cuore del XVI secolo. La sua vita è narrata attraverso gli occhi di Guy Manton, un universitario venuto a servirla a corte dopo il matrimonio con Filippo di Spagna.

La miseria e la disperazione caratterizzano l’esperienza politica di una regina che non è in grado di comprendere l’umore del suo popolo, per nulla contento del ristabilimento della vecchia religione e piuttosto infastidito dai metodi sbrigativi che impiega per eliminare i ribelli e i dissidenti (da qui il tristemente famoso appellativo di “sanguinaria”). Il libro, interessato a recuperare i dettagli più nascosti della complessa personalità della sovrana, termina con la morte di Maria nel 1558, descritta dall’autore con un sorprendente espediente letterario, ricavando le immagini finali direttamente dalla mente della morente.

Il romanzo, piuttosto frammentario, è una sorta di lungo studio psicologico, incentrato principalmente sul dramma personale della regina a cui fa esplicito riferimento il titolo. Nonostante abbia sempre agito per il meglio e fatto di tutto per ripristinare il cattolicesimo nell’isola, Maria è inesorabilmente destinata alla sconfitta: la rovina a cui l’ha condotta una politica inefficace, il fallimento delle aspirazioni amorose e la rabbia di dover lasciare il trono ad Elisabetta – con il rischio, poi rivelatosi realtà, di una nuova politica di protestantizzazione del paese – sono gli elementi che imbastiscono una tragedia che è privata e nazionale.

Benson non cede quindi alla tentazione di creare un ritratto idilliaco della sovrana, privo di quelle ombre che invece ne caratterizzarono la politica. Maria, prima di essere una regina, è una donna in carne e ossa, una figura che miscela i pregi e le debolezze della natura umana. In ossequio alla verità storica, seppur descritta con pietà e benevolenza, l’autore non ne nasconde le mancanze, come l’incapacità di conquistare il consenso dei sudditi, alienandosi presto le loro simpatie e quelle della corte.

Nel fallimento politico – assecondando uno dei filoni più scoperti della poetica bensoniana – affondano e danno frutto i semi della redenzione e della santificazione personale. La sovrana, il cui nome non può non evocare quello della Madonna, ritrova la forza solamente sul letto di morte, quando scorge una forte identità con i patimenti subiti dal Cristo: la sconfitta su questa terra è solamente l’anticamera per la vittoria nell’eternità.

Anche se ricco di episodi memorabili, narrati con singolare lucidità, come il matrimonio della regina e il ritorno in massa dei religiosi sull’isola dopo la riconciliazione con la Santa Sede, all’epoca della pubblicazione molti critici trovarono il testo piuttosto difficile, troppo contorto nei sui psicologismi, cosa che non gli garantì quel successo che forse avrebbe meritato. Oggi, al contrario, a un lettore ormai avvezzo agli sperimentalismi letterari dell’ultimo secolo non sfuggirà un’unità e una compattezza di fondo che rendono piacevole la lettura e che connotano il romanzo come uno strumento utile per comprendere sia il passato che, cosa più importante, il presente.
(Recensione tratta da Radio Spada, maggio 2015)

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