Accoglienza fraterna

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dei coniugi Biagini
Il pastore confidava nell’uomo, cioè in se stesso, e aveva deciso: basta con le discriminazioni, basta con gli steccati, siamo tutti fratelli, perbacco. Prese quindi la parola al concilio del gregge e parlò di pace e di fratellanza:
“Fratelli, un’ora nuova si annuncia per il nostro gregge. Qui fuori ci sono tanti poveri lupi macilenti che vaga-no affamati. Non dobbiamo forse noi, in spirito di fratellanza, pensare anche a loro? Non dobbiamo noi amarli e assisterli come nostro prossimo? Non dobbiamo calarci in uno spirito diverso da quello che ci ha finora animato: uno spirito più buono e aperto? Infatti, chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo aprirci alla
cultura dell’accoglienza, al rispetto del diverso, alla pace con tutti, pace, paace, paaace, paaaaace...”
Le pecore si guardarono sgomente; una osò belare:
“Beeeee, ma pastore, i lupi sono sempre stati nostri nemici; divoreranno noi e i nostri agnelli. Hanno zanne aguzze e mangiano carne, noi mangiamo l’erba. Non sarebbe il caso piuttosto di andare a cercare quelle di noi che si sono smarrite fuori dell’ovile, prima che quelli se le mangino? Se apriamo gli steccati sarà la nostra fine, altro che salvare quelle che stanno fuori.”
Anche i cani protestarono abbaiando:
“Arf, arf, arf, quelle belve le abbiamo sempre combattute e loro ci hanno sempre combattuto. Cos’è questa nuova dottrina? Significa forse che tanti dei nostri, morti per difendere le pecore e gli agnelli, si sono sacrificati invano? Il sangue dei martiri non conta più nulla?”
“Ma,” ribatté il pastore, per nulla impressionato dalle proteste, “voi cani siete dello stesso ceppo dei lupi: essi sono vostri fratelli e dovete accettarli. Non vogliamo mica continuare con gli steccati e le divisioni, vero?”
Qualche lupo infiltrato nell’ovile si incaricò, sottovoce, di persuadere i cani:
“Il pastore ha ragione,” sussurrava uno.
“Finalmente è uno che confida nell’uomo, nelle sue capacità, nel suo discernimento,” mormorava un altro nell’orecchio del cane più vicino.
“Basta con il vecchiume del passato,” aggiungeva un terzo, “forse andava bene prima, ma i tempi sono cambiati.”
“I tempi,” insinuava un quarto, “sono maturi per un nuovo spirito di fratellanza.”
“Vedrai che non succederà nulla,” prometteva un quinto al cane più vicino, “e vivremo tutti felici e contenti.”
Ma quello era un cane refrattario alle chiacchiere: rispose con un ringhio e si mise a guardarsi intorno per vedere se c’erano altri cani che la pensavano come lui.
“Il sole risplende su tutti, la pioggia bagna tutti, siamo tutti fratelli;” insisteva il pastore, con voce soave “non è più tempo di imbracciare l’arma della severità, occorre usare la medicina della misericordia.”
Era tanto buono il pastore, tanto persuasivo. Non c’era mai stato un pastore così buono, tanto che lo chiamava-no il “pastore buono”. Finirono per credergli, non tutti ma quasi tutti. Abbattuti gli steccati, venne costruito un ponticello per superare il fiumiciattolo che difendeva l’ovile arroccato sulla riva sinistra.
I lupi non credevano ai propri occhi. Entrarono in massa e dapprima non riuscirono a persuadersi della propria fortuna. Poi si misero alacremente a sbranare e a divorare le pecore e gli agnelli. Anche molti cani, vista la piega degli avvenimenti, si unirono al massacro.
“Ma fratelli, non è questo che intendevo,” protestava debolmente il pastore, “non sono stato capito.”
Mentre la strage procedeva e il sangue scorreva a fiumi, i lupi circondarono il pastore, che si lamentava:
“Ohimè, credevo che il gregge non avesse più nemici. Credevo che spuntasse un’alba radiosa, e invece è venuta una giornata di tempesta. Ahi, ahi, ahi, ahi,” concluse mentre un lupo gli azzannava le terga.
Frattanto un piccolo gruppo di cani refrattari alle chiacchiere e istintivamente sospettosi di tutto ciò che sapeva di imbroglio buonista, radunate quante più pecore e agnelli poterono, condussero i resti del gregge al sicuro su una vicina collinetta, aprendosi a morsi e zampate la strada fra i lupi. Di lì presero a meditare la riscossa in attesa di un pastore che non confidasse nell’uomo, cioè nel suo misero io.
Brano tratto da Satire clericali, pp. 113-15

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