Accoglienza e prudenza

di Giovanni Cavalcoli
Il nostro dovere di operare il bene del prossimo sia sul piano dell’etica naturale che su quello della morale cristiana, comporta due orientamenti fondamentali: quello della giustizia e quello della misericordia. Essi sono giustificati dal fatto che l’uomo nella sua condotta alterna opere buone, dettate da retta intenzione, buona fede e buona volontà, meritevoli del premio, ad azioni cattive o malvagie, dettate da cattiva intenzione, mala fede e cattiva volontà: i peccati, meritevoli di
castigo.
È falsa quindi la tesi luterana, secondo la quale tutte le nostre azioni sono peccati e quindi sarebbe ipocrisia credere di poter compiere o di aver compiuto un’azione buona, così come è falsa la tesi buonista, oggi molto diffusa, per la quale tutti in fondo (molto in fondo) siamo buoni, tendiamo verso Dio, almeno in modo “anonimo” e “atematico”  - anche gli atei, come dice Rahner - siamo in buona fede, abbiamo retta intenzione e buona volontà. 
Tutti quindi ci salviamo, perché Dio perdona a tutti, e il peccato come colpa o cattiva volontà non esiste. Tutt’al più esiste l’errore, l’ignoranza in buona fede, lo sbaglio o la debolezza, sempre meritevoli di comprensione, misericordia, tolleranza e perdono. Se si fa il male, lo si fa senza saperlo, per cui si è sempre scusati. 
Nessuno fa il male scientemente ed intenzionalmente. Ogni azione e ogni idea, quindi, anche le più opposte tra di loro, vanno accettate, lasciate libere e comprese come espressioni di pluralismo e differenti punti di vista o al massimo fenomeni di fragilità: più di così il soggetto non poteva fare. Ha fatto il male, se l’ha fatto, non perché ha voluto farlo, ma perché non è riuscito a fare il bene, non ce l’ha fatta. 
Condannare un’azione o un’idea altrui o rimproverare qualcuno o tentare di “correggerlo”, per i buonisti, vuol dire imporre all’altro il proprio punto di vista e ignorare il valore della diversità. L’unico vero peccato, creatore di soprusi, divisioni e inutili polemiche nella convivenza umana, è ammettere l’esistenza della falsità e del peccato. In realtà ogni idea è vera e ogni azione è buona. 
E comunque, così dicono certi predicatori, non esistono criteri oggettivi di giudizio, ma solo soggettivi. Io posso anche riconoscere d’aver fatto male, ma solo in base al mio criterio, non al tuo. Tu non sei in grado di giudicarmi, quindi non mi devi giudicare. La verità dipende dal punto di vista e dagli interessi propri di ciascuno. 
Nessuno, sempre per i buonisti, è spassionato nel giudicare o nel sostenere una data tesi, invocasse pure la Bibbia o il Magistero della Chiesa, ma parla sempre in base ai propri interessi, per farsi strada nella vita. La Chiesa stessa non è imparziale nei suoi insegnamenti, ma è sempre mossa dal desiderio di dominare le coscienze. La verità, quindi, non è una sola, uguale per tutti, ma varia da soggetto a soggetto e inoltre  muta con i tempi e i luoghi.
Occorre quindi accettare tutti - continuano questi predicatori, liberali e pieni di bontà - e non escludere nessuno. L’istituto tradizionale della scomunica o della condanna per eresia è ormai superato. La Chiesa non deve escludere o condannare nessuno, anzi deve accogliere i peccatori, come ha fatto Cristo.
 Questi discorsi, pronunciati spesso con tono untuoso, li conosciamo da tempo nelle omelie, nelle riviste cattoliche, nelle catechesi, nelle conferenze, negli esercizi spirituali, forse anche tra gli stessi vescovi. Sanno di carità evangelica, eppure, a farci attenzione, sono falsi e ingannevoli. Dove sta l’inganno?
L’inganno, che suppone una terribile ingenuità o una raffinata astuzia, sta nel fatto che questi predicatori, che con tono ispirato o linguaggio mellifluo e falsamente umile e benevolo, amanti anzi dello scherzo e della battuta di spirito, hanno sempre sulla bocca il dialogo, la misericordia, l’apertura, il pluralismo e la diversità, non sanno o non vogliono distinguere nelle azioni che di fatto gli uomini compiono l’errore involontario dalla colpa, la debolezza dalla malizia, la buona dalla cattiva volontà, l’ignoranza involontaria da quella affettata, la buona fede o buona intenzione da quelle cattive.
È evidente per tutti i buoni educatori e pastori - basti pensare all’esempio di Cristo, degli Apostoli e dei santi - che la condotta nei confronti delle due categorie di persone non può essere la stessa, proprio per il loro bene e in nome di un’autentica carità. Non c’è dubbio peraltro che è difficile discernere caso per caso chi non vuole da chi non ce la fa, il malizioso dal debole, il consapevole dall’inconsapevole. 
Ma sta proprio qui l’arte dell’educazione e della guida delle anime: saper decidere quale medicina adottare a seconda delle malattie. A parte il dovere che abbiamo di ammirare e lodare i sani e i buoni, non tutti i malati possono essere curati con le stesse medicine. Il misericordioso è come un medico sapiente che davanti a un malato grave sa valorizzare le energie che gli restano. Invece il coraggioso è uno che difende se stesso e le persone a lui affidate dagli attacchi e dalle insidie dei nemici.
Il debole e pauroso va accostato con la dolcezza della compassione, parole di speranza e di conforto, sull’esempio del buon samaritano. Il buono dev’essere migliorato, l’incredulo condotto alla fede, il peccatore pentito va perdonato di tutto cuore, come fa il padre misericordioso verso il figliol prodigo, il peccatore va ammonito, come fa Cristo con l’adultera e in altre occasioni. L’ignorante va istruito, come ancora fa Cristo con gli Apostoli, il debole va aiutato, il sofferente va consolato, il dubbioso va consigliato come fa Cristo col giovane ricco, lo stolto va redarguito come fa il Signore con i discepoli di Emmaus, il petulante va sopportato, l’astuto va trattato con cautela, l’ipocrita o l’empio dev’essere rimproverato come fa Cristo con i farisei, il criminale va accusato, processato e segregato. 
Il tutto si può riassumere con il saggio programma morale di Virgilio: Parcere subiectis et debellare superbos o con il comando di Cristo: “Semplici come le colombe, prudenti come i serpenti”. O con quanto il Salmo dice della condotta di Dio nei nostri confronti: “Con l’uomo buono tu sei buono, con l’uomo integro tu sei integro, con l’uomo puro tu sei puro, con il perverso tu sei astuto” (Sal 17, 26-27).
Nella Chiesa certo c’è posto per tutti; dato che essa è l’arca della salvezza tutti sono chiamati alla salvezza. Ma non tutti vogliono appartenete alla Chiesa. C’è chi la disprezza, la odia, chi vorrebbe distruggerla. Esistono viceversa gradi di appartenenza alla Chiesa: un ateo, un incredulo, un apostata, un dannato dell’inferno non appartengono alla Chiesa, benchè siano anch’essi sotto il governo della Provvidenza e sottoposti alla regalità di Cristo, anche se contro voglia. 
Non tutti appartengono alla Chiesa coscientemente, ma c’è anche chi vi appartiene senza saperlo. Esistono comunque, come ho detto, gradi di appartenenza alla Chiesa. Un conto è il grado imperfetto e iniziale del catecumeno, un conto è la profonda comunione della quale godeva S. Teresa di Gesù Bambino nel “cuore” della Chiesa. Un conto è l’appartenenza del cattolico e un conto è l’appartenenza solo parziale dello scismatico e dell’eretico. Anche chi è in stato di peccato mortale, purchè non sia un peccato contro la Chiesa, può appartenere alla Chiesa col corpo se non con l’anima. Esiste un’appartenenza finta, come quella del fariseo e un’appartenenza reale come quella del credente sincero. 
C’è chi può appartenente realmente e sinceramente alla Chiesa, come certi divorziati risposati, i quali, per vari motivi, non possono tornare all’unione precedente (che resta valida), per cui essi sono in una posizione irregolare e non possono ricevere i sacramenti, ma non è detto che con ciò essi siano privi della grazia, perché Dio può donarla anche senza i sacramenti. Ovviamente essi comunque devono fare penitenza dei loro peccati.
Cristo ha comandato di predicare il Vangelo in tutto il mondo. La nostra carità deve quindi estendersi a tutti gli uomini. Ma non tutti sono interessati al nostro appello, al nostro invito, alla nostra predicazione. L’ecumenismo e il dialogo interreligioso non escludono comunque affatto l’invito ad entrare nella Chiesa anche ad eretici, scismatici, atei, agnostici, increduli, grandi peccatori e fedeli di altre religioni purché si convertano a Cristo ed entrino nella Chiesa.
La Chiesa non è solo una comunione spirituale e invisibile, ma, come è noto, ha anche un aspetto umano, sociale visibile, giuridico, organizzativo, gerarchico. Ciò comporta il fatto che l’appartenenza visibile giuridica alla Chiesa richieda l’osservanza di certe norme esterne di giustizia fondate sul diritto, come si dà in ogni società normale e bene ordinata. Esiste pertanto un’amministrazione giudiziaria della giustizia, la quale non può essere sostituita dalla misericordia. Sarebbe cosa ingiusta e l’ingiustizia non va mai d’accordo con la misericordia.
La comunità umana è dunque governata da quattro ordini dirigenziali: l’ordine sacerdotale,  l’ordine governativo, l’ordine giudiziario e l’ordine militare. Il primo si trova solo nella Chiesa; il secondo e il terzo si trova sia nello Stato che nella Chiesa; il quarto appartiene esclusivamente allo Stato. Il primo ordine amministra la divina misericordia; gli altri tre amministrano la giustizia. Il secondo amministra la giustizia governativa nella Chiesa e nello Stato; il terzo la giustizia giudiziaria nella Chiesa e nello Stato; il quarto, la giustizia militare, esclusivamente nello Stato.
La confusione tra giustizia e misericordia o la riduzione di quella a questa è propria del buonismo, immerso nella nebbia ideologica ed emotiva di un perdonismo dolciastro e illusorio, che finisce in realtà per istituzionalizzare l’ingiustizia, vanificare la legge e il diritto e dare il permesso ai prepotenti di opprimere i deboli.
In base a quanto detto, appare evidente che il pastore del gregge di Cristo, sull’esempio di Cristo stesso, è chiamato ad esercitare sia la giustizia che la misericordia, a seconda delle necessità o delle opportunità. La fissazione unilaterale sulla misericordia, tipica di un certo buonismo di oggi, con l’idea falsa che la giustizia sia una negazione della misericordia, è un peccato non solo contro la giustizia, ma anche contro la stessa misericordia. Che cosa è infatti la misericordia se non quella pietà fattiva ed efficace che induce a salvare il peccatore? E se questi si scuote dal suo torpore solo al forte richiamo del rimprovero, della minaccia o della severità, non è forse anche questa misericordia?
Vi sono dunque circostanze nelle quali occorre la misericordia, altre nelle quali è efficace la giustizia. Sempre e in ogni caso dev’essere al governo la carità, ma appunto questa, con saggezza e prudenza, può comandare ora l’una ora l’altra. Certo è peccato esigere, non transigere  o pretendere quando si deve essere misericordiosi, ma d’altra parte l’indulgenza laddove occorre un intervento energico, non risolve ma peggiora la situazione del peccatore, il quale diventa più spavaldo ed arrogante. “Il medico pietoso, dice il proverbio, incancrenisce la piaga”.
Qual è quel medico che si fissa solo sulle cure farmacologiche e rifiuta sistematicamente l’intervento chirurgico? Così il richiamo o il rimprovero è una cura chirurgica, senza la quale il malato non guarisce. Se quando occorre la giustizia, il superiore non la pratica pensando che basti la misericordia, in realtà pecca contro la giustizia. 
S. Tommaso fa notare come la pratica della giustizia nel superiore comporti una regolamentazione della passione dell’ira (Sum.Theol., I-II, q.46, a.7), la quale indubbiamente, se non è moderata dalla prudenza, può portare all’odio e alla violenza. In tal modo può esistere un’ira giusta (Sum.Theol., q.46, a.4) e doverosa, funzionale alla correzione del peccatore al fine di fargli evitare il peccato.
Ma è un grave errore dei buonisti, quello di confondere la giustizia punitiva o coercitiva o deterrente con la violenza, quando invece la giustizia è osservanza della legge e del diritto, mentre la violenza, in quanto espressione di un’ira incontrollata ed irrazionale, è offesa del diritto e violazione della legge. Diversamente come potrebbero esistere le virtù e l’eroismo militari e come la Chiesa avrebbe potuto canonizzare santi che hanno guerreggiato, come S. Luigi IX di Francia, S. Venceslao o S. Giovanna d’Arco? Per questo S. Tommaso insegna che la giusta ira è espressione della virtù della fortezza (Sum.Theol., II-II, q.123, a.10).
Occorre con urgenza un’inversione di rotta nella linea dell’autentico Vangelo, delle esigenze della dignità della persona umana, e della legge morale naturale beffata da un buonismo che tutto è tranne che vera bontà e che si fa scudo della divina misericordia per favorire l’ipocrisia, infiacchire le energie morali dell’uomo e scusare ogni contravvenzione ai divini comandamenti.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bella dissertazione ragionata dei concetti di "giustizia" e "misericordia". Grazie p. Cavalcoli!
L. Caprino