Il dubbio di fede

Miscredente di carriera ecclesiastica?
di Giovanni Cavalcoli
Il dubbio è cosa normale nell’atto di fede o è un peccato contro la fede, che quindi va tolto? Ancora più a monte: dubitare se credere o non credere è un peccato o può essere lecito? Si tratta di due questioni dove troviamo il rapporto del dubbio con la fede: nel primo caso il soggetto ha fede, ma in essa entra il dubbio. Nel secondo
caso non c’è ancora la fede, ma il soggetto dubita se credere o non credere. Trattandosi di due domande distinte, bisognerà dare due risposte distinte. Tuttavia, per cominciare, potremmo affrontare la duplice questione per modum unius, parlando in generale del rapporto della fede col dubbio. Cominciamo con l’osservare anzitutto che la fede, qualsiasi fede, sia essa umana o teologale (cristiana) dice certezza, per cui essa per sua natura esclude il dubbio, sia esso intrinseco sia come condizione preliminare della possibilità della fede.
Esiste un dubbio che riguarda lo stesso atto di fede (ordo exercitii, fides qua): credere o non credere? Oppure può riguardare il credere in rapporto ai contenuti: so che cosa devo credere? (ordo specificationis, fides quae). È normale che chi non ha ancora trovato la fede si chieda se credere o non credere o che abbia dubbi. Ma una volta giunto alla fede, tornare al dubbio è colpevole. Una volta che abbiamo compreso di dover credere, se non crediamo, pecchiamo d’incredulità, un peccato molte volte condannato dalla Bibbia (II Re 17,14; Sap 2,22; 12,17; Mt 17,17; Mc 16,11.13; Lc 22,67; 24,25; Gv 3,12; 6,36.64s;10,25; At 28,24: II Ts 2,12; I Gv 5,10; Gd 5; I Pt 2,7s; Ap 21,8).
Capita che in chi crede sorgano dubbi, ma questi sono tentazioni che vanno scacciate. È strano dunque quanto dice il Card. Martini: “Ciascuno di noi vive l’esperienza del credente e del non credente”[1]. Come è possibile credere e non credere nello stesso tempo? E prosegue: “se uno si interroga a fondo sulla fede trova in se stesso delle parole, delle proteste, degli interrogativi, che possono essere quelli di ogni uomo che si pone il problema della fede”[2].
Ma io mi domando: se uno ha raggiunto la fede, come e perchè dovrebbe ancora avvertire il problema della fede? Se un problema è risolto, perché si dovrebbe riproporre? In realtà quando giungiamo alla fede, se si tratta di vera fede teologale, ben radicata e profonda, niente e nessuno la può scalfire, se non siamo noi stessi volontariamente a mettere in dubbio l’indubitabile. Il problema della fede ha senso e ragion d’essere prima di giungere alla fede; ma una volta giunti alla fede, non ha senso rimettere in discussione il credere e ciò su cui si è raggiunta la certezza, magari con tanta fatica, ossia l’insieme delle verità di fede. I casi sono due: o non si è ancora giunti alla vera fede, e allora ha senso domandarsi se credere o non credere; oppure, se si è giunti alla fede, dubitare ancora non ha più senso ed è atto colpevole, è peccato contro la fede, apostasia o eresia. Invece peccato d’incredulità propriamente è il non voler credere a Cristo o alla Chiesa che ci propongono di credere, ossia quando si sa che si dovrebbe credere, perché ci sono motivi per credere.
Ma poi Martini sembra cambiare le carte in tavola con un ragionamento questa volta giusto, ma incongruente a quanto ha detto prima. Dice: “Per me è abbastanza istintivo, per esempio, di fronte a una pagina della Scrittura sentire immediatamente i dubbi o le ripulse che questa pagina può produrre; e quindi doverli superare anzitutto in me stesso, doverli chiarire cioè”[3]. Ma questa è un’altra questione, che non c’entra col problema se credere o non credere e insomma con l’atto e il contenuto della fede teologale come tale. I dubbi che nascono davanti a un testo biblico, per esempio un fatto narrato dal Vangelo o un discorso di Cristo, non hanno niente a che vedere col problema della fede in generale, ma, supponendo la certezza della fede teologale circa la verità di quel dato racconto o di quelle date parole del Signore, si tratta di dubbi relativi al significato di quel dato testo, dubbi che quindi non mettono per nulla in discussione o non toccano assolutamente la fede, ma riguardano semplicemente la scienza biblica e l’interpretazione dell’esegeta, che non intende per nulla determinare circa la verità di fede, ma semplicemente esprimere una sua opinione o teoria esegetica, un’interpretazione che può esser giusta, al punto che successivamente può anche essere fatta propria dal Magistero della Chiesa. Se leggo nel Vangelo che Cristo ha sfamato cinquemila persone con cinque pani e pochi pesci o che ha mandato una legione di demòni in duemila porci o che Egli sale al cielo scomparendo tra le nuvole o che ci assicura che se non mangiamo la sua carne non abbiamo la vita eterna, certo queste cose possono sembrarci incredibili, ma, se noi abbiamo la fede, non possono scuotercela, ma, al contrario, proprio perché abbiamo la fede, indaghiamo e cerchiamo di capire come quelle cose possono essere avvenute e che senso hanno le parole di Cristo. Giustamente allora il Card. Martini dice che io mi metto a chiarire questo dubbio, perché è un dubbio ragionevole, il quale, essendo compatibile con la fede, può esser risolto.
Ma resta comunque la necessità di distinguere il dubbio di fede, che pone in discussione la fede come tale, dal dubbio nella fede, ossia un particolare problema che sorge nell’interpretazione della Scrittura, un dubbio che presuppone la fede, ma non la scalfisce e anzi, se ben risolto, la rafforza. C’è un dubbio che impedisce la fede o la distrugge e c’è un dubbio che si risolve perché è illuminato dalla stessa fede. Non pare che Martini sia chiaro nel fare questa distinzione. A questa distinzione corrisponde rispettivamente la differenza tra dubbio pretestuoso, che è peccato contro la fede e dubbio ragionevole, che non mette affatto in crisi la fede, ma, come ho detto, una volta risolto, la rafforza. Il primo tipo di dubbio vorrebbe mettere in crisi la fede come tale. Nasce da idee false ed è proprio di un animo disonesto e ipocrita, che vuol fare il furbo, onde avere scuse per disobbedire a Dio; è allora una tentazione che va respinta senza esitazione e senza discussioni; invece il dubbio ragionevole, che nasce non forzatamente o artificiosamente, ma spontaneamente da un bisogno di verità, va affrontato con serietà, fiducia e senso critico - ecco la “critica testuale”, nella quale era esperto Martini -, nella certezza che esso non crea nessun dubbio alla fede teologale, ma che al contrario può essere risolto con un’opportuna interpretazione o spiegazione, che finirà per mettere in maggior luce la verità della fede. In base a ciò è importante distinguere il non-credente dall’incredulo, cosa che purtroppo Martini non fa, in quanto manca in lui il suddetto presupposto per fare la distinzione. Occorre cioè tener presente che il non-credere a volte può essere lecito e innocente, anzi vorremmo dire doveroso, a volte invece può essere colpevole e riprovevole.
Mentre il dialogo con il non-credente, supposto in buona fede, è possibile, utile e doveroso, tanto è vero che esistono addirittura un dicastero della S. Sede o molti organismi finalizzati a questo scopo, il dialogo con l’incredulo ostinato e spavaldo, come testimonia l’atteggiamento stesso di Cristo, non è possibile, ammesso che sia possibile od opportuno, se non nella forma del rimprovero, del richiamo o addirittura dell’invettiva.
Mentre l’incontrare consensi presso persone del primo tipo è cosa fruttuosa per i dialoganti e motivo di vera soddisfazione per il testimone di Cristo, l’aver successo o fare comunella negli ambienti del secondo tipo non sarebbe segno di apertura al dialogo, ma di fede dubbia od oscillante, di opportunismo e di doppiezza. Il vero testimone di Cristo, come vediamo in tutti i Santi, non teme di subire opposizioni da parte degli increduli e degli empi, pur senza rinunciare a estendere anche a loro l’apertura della carità e l’esercizio della speranza. Se uno in buona fede, non sufficientemente istruito o al corrente delle prove di credibilità della divina Rivelazione, non vede perché dovrebbe credere in Cristo o nella Chiesa, non deve credere, ma se si pronunciasse senza la dovuta riflessione e ponderatezza, farebbe peccato di imprudenza o di vana credulità. Chi è in buona fede invece riceve da Dio una fede implicita, della quale egli non è consapevole, che lo conduce alla salvezza. Tuttavia, occorre evitare l’eccesso rahneriano di credere che questa fede sia compatibile anche con l’ateismo. No, l’ateismo, come insegna chiaramente il Concilio, “va annoverato tra le cose più gravi del nostro tempo”[4], benchè, come insegna la Lumen Gentium (n.16), la salvezza sia possibile anche per chi “non è giunto ad una conoscenza esplicita di Dio”: ma questo non è affatto l’ateismo, come male interpreta Rahner. Per questo occorre distinguere accuratamente la fede dalla facile e imprudente credulità. La prima è atto prudente, ragionevole e motivato, basato su garanzie e prove di credibilità, sotto l’influsso della grazia, la seconda altrimenti detta fideismo, è dabbenaggine, fanatismo, adesione soggettiva, sentimentale, irrazionale e volontaristica sia pure a contenuti autentici, ma senza riflessione razionale, sicchè alla minima prova, essa vacilla o crolla, perchè non esiste per motivi soprannaturali, ma solo per convenienze o abitudini umane. Nell’attuale clima di buonismo, riflesso di una cattiva interpretazione del Concilio Vaticano II, per cui tutti sarebbero in buona fede e benintenzionati, esiste anche la convinzione che tutti in fondo – a livello “trascendentale”, come dice Rahner, i “cristiani anonimi” – hanno la fede, benchè “atematica”, per cui l’assenza di una fede “categoriale” o anche il dubbio su questa fede, ossia corrispondente ai dogmi della Chiesa o addirittura l’ateismo, non fa nessun problema o non deve destare preoccupazioni in chi crede in forma concettuale o dottrinale, perché comunque la grazia della fede illumina tutti e tutti conduce immancabilmente alla salvezza.
Sembra che molti dei nostri contemporanei, disperando di poter conoscere la verità, soprattutto in materia religiosa, rinuncino alla certezza o addirittura, quando non hanno atteggiamento disfattista, si fanno un vanto di dubitare o di ridurre la fede alla semplice opinione. Altri, non sopportando l’incertezza che considerano irrimediabile, si costruiscono una certezza forzata su basi puramente soggettive, che essi poi impongono agli altri accusando poi semmai di rigidezza o violenza coloro che hanno raggiunto una vera certezza oggettiva, come per esempio una vera fede.
Ma non bisogna confondere la saldezza con la rigidezza. Molti oggi riducono quella a questa, sicchè abbiamo questo fenomeno di una fede sistematicamente dubbiosa, nella convinzione che questa sia la vera fede, moderna, secondo il Concilio, che favorisce il dialogo, la libertà religiosa, il pluralismo e la tolleranza. Con una mentalità del genere difficilmente si riesce ad apprezzare il valore del martirio, giacchè il martire è precisamente colui che ha una fede così salda, da esser pronto per essa a rinunciare alla propria vita. Se qualcuno perde la fede o erra nella fede, non ci si preoccupa più di tanto, perché la fede è ridotta a una semplice libera opinione per cui alla fine è libero di pensare come vuole. Sarebbe come se uno dicesse che la salute e la malattia sono due modalità parimenti legittime di portare avanti la propria vita: ognuno è libero di scegliere quello che preferisce. Il fatto è che la vera fede, quella che Cristo ci chiede e che ci fa “camminare sulle acque”, è la fede salda che non dubita. La vera fede non comporta soltanto che l’atto del credere non sia dubbioso, ma anche che non si metta in dubbio nessuno dei contenuti della fede. Chi infatti crede, crede tutto ciò che il rivelante gli rivela. Ma se dubita anche di uno solo dei contenuti di fede, allora vuol dire che è lo stesso atto di fede che manca o è carente, come risulta con chiarezza dal rimprovero che Cristo fa a Pietro che sta affondando per mancanza di fede: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31).



NOTE



[1] Cit. da Marco Garzonio, Cardinale a Milano in un mondo che cambia nella testimonianza di Carlo Maria Martini, Ed.Rizzoli, Milano, 1985, p.176.
[2] Pp.176-177.
[3] P.177.
[4] Costituzione Pastorale Gaudium et spes, nn.19.21.

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Per approfondire le eresie che oggi sono insegnate nelle università ecclesiastiche si legga il pregevole testo di P. Cavalcoli sul maggior eresiarca del secolo XX: Karl Rahner.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Trovo di cattivo gusto indicare come miscredente una persona che non è più tra noi. Il card. Carlo Maria Martini ha avvicinato un mare di persone alla fede anche tramite la scuola della parola e la cattedra dei non credenti. Era una persona umile, un fine esegeta. Non certo un rigido conservatore dogmatico.

Anonimo ha detto...

Non è vero che ha avvicinato alla fede qualcuno, è entrato lui nella fede dei non credenti, vedi sue posizioni su aborto, omosessualità, comunione ai risposati. La verità va proclamata comunque, anche se un defunto ne era contrario.
E ricorda che i suoi libri contro il Magistero, ormai saranno in vendita per sempre, con tutto il danno che ne comporterà.

ElBandido ha detto...

La verità va inserita nella carità, come ci insegna San Paolo. E il fatto che Martini sia "entrato nella fede dei non credenti" è la vostra verità, non "la" verità. Se aveste l'umiltà per rendervene conto, scoprireste che siete carenti nell'una e nell'altra. Se il fico si giudica dai suoi frutti, mi trovo d'accordo con il primo Anonimo, che ricordava quante persone Martini ha avvicinato alla fede. Quella cattolica, non quella che voi vorreste.
Stefano Mancini