Il matrimonio è solo fra uomo e donna

di Mons. Gino Oliosi
La Chiesa non può non considerare il servizio alla famiglia uno dei suoi compiti essenziali. E come figli della Chiesa, e più volte Papa Francesco si è dichiarato figlio della Chiesa, e quindi in questo momento non si può non richiamare la linea espressa dalla Congregazione della Fede del 3 giugno 2003 nelle “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”.

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“Non è vera l’argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l’effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una
grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale” (n.9). E per quanto riguarda il comportamento dovuto a politici che liberamente si presentano al corpo elettorale cattolico c’è la nota dottrinale del 24 novembre 2002: “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti…Devono essere salvaguardate la tutela e la formazione della famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso…; ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale” (n. 4). “Se tutti i fedeli sono tenuti a opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo è un atto gravemente immorale” (n.10).
Papa Francesco punta a livello di Chiesa universale a fare della conferma della fede la priorità dell’agenda pastorale intervenendo sulle conseguenze morali in contesti determinati come nell’incontro con i medici, i politici, invitando cardinali e vescovi a richiamare temi sui quali la posizione etica, morale della Chiesa è ben nota. Lo ha fatto in una nota dottrinale del 14 febbraio 2010 su “Matrimonio e unioni omosessuali” il CardinaleCaffarra.
“La presente Nota si rivolge in primo luogo ai fedeli perché non siano turbati dai rumori mess-mediatici. Ma oso sperare che sia presa in considerazione anche da chi non credente intenda fare uso, senza nessun pregiudizio, della propria ragione.
1.        Il matrimonio è uno dei beni più preziosi di cui dispone l’umanità. In esso la persona umana trova una delle forme fondamentali della propria realizzazione; ed ogni ordinamento giuridico ha avuto nei suoi confronti un trattamento di favore, ritenendolo di eminente interesse pubblico.
In Occidente l’istituzione matrimoniale sta attraversando forse la sua più grave crisi. Non lo dico in ragione e a causa del numero sempre più elevato dei divorzi e separazioni; non lo dico a causa del numero crescente delle libere convivenze. Non lo dico cioè osservando i comportamenti.
La crisi riguarda il giudizio circa il bene del matrimonio. E’ davanti alla ragione che il matrimonio è entrato in crisi, nel senso che di esso non si ha più stima adeguata alla misura della sua preziosità. Si è oscurata la visione della sua incompatibile unicità etica.
Il segno più manifesto, anche se non unico, di questa “disistima intellettuale” è il fatto che in alcuni Stati è concesso, o si intende concedere, riconoscimento legale alle unioni omosessuali equiparandole all’unione legittima fra uomo e donna, includendo anche l’abilitazione all’adozione dei figli.
A prescindere dal numero di coppie che volessero usufruire di questo riconoscimento – fosse anche una sola! – una tale equiparazione costituirebbe una grave ferita al bene comune.
La presente Nota intende aiutare a vedere questo danno. Ed anche intende illuminare quei credenti cattolici che hanno responsabilità pubbliche di ogni genere, perché non compiano scelte che pubblicamente smentirebbero la loro appartenenza alla Chiesa.

2.        L’equiparazione in qualsiasi forma o grado della unione omosessuale al matrimonio avrebbe obiettivamente il significato di dichiarare la neutralità dello Stato di fronte a due modi di vivere la sessualità, che non sono in realtà ugualmente rilevanti per il bene comune.
Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite. Le possibilità offerte oggi dalla procreativa artificiale, oltre a non essere immuni da gravi violazioni della dignità delle persone, non mutano sostanzialmente l’inadeguatezza della coppia omosessuale in ordine alla vita.
Inoltre, è dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie. Il fatto avrebbe il profilo della violenza connessa ai danni del più piccolo e debole, inserito come sarebbe in un contesto non adatto al suo armonico sviluppo.
Queste semplici considerazioni dimostrano come lo Stato nel suo ordinamento giuridico non deve essere neutrale di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale, poiché non può esserlo di fronte al bene comune: la società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio.

3.Un’altra considerazione sottopongo a chi desideri serenamente ragionare su questo problema. L’equiparazione avrebbe, dapprima nell’ordinamento giuridico e poi nell’ethos del nostro popolo, una conseguenza che non esito definire devastante. Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra.
Detto in altri termini,l’equiparazione obiettivamente significherebbe che il legame della sessualità al compito procreativo ed educativo, è un fatto che non interessa lo Stato, poiché esso non ha rilevanza per il bene comune. E con ciò crollerebbe uno dei pilastri dei nostri ordinamenti giuridici: il matrimonio come bene pubblico. Un pilastro già riconosciuto non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dagli ordinamenti giuridici precedenti, ivi compresi quelli così fieramente anticlericali dello Stato sabaudo.

3.        Vorrei prendere in considerazione ora alcune ragioni portate a supporto della suddetta equiparazione.
La prima e più comune è che compito primario dello Stato è di togliere nella società ogni discriminazione, e positivamente di estendere il più possibile la sfera dei diritti soggettivi. Ma la discriminazione consiste nel trattare in modo diseguale coloro che si trovano nella stessa condizione, come dice limpidamente Tommaso d’Aquino riprendendo la grande tradizione etica greca e giuridica romana: “L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo” (2,2, q.63, a. 1c).
Non attribuire lo statuto giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono e non possono essere matrimoniali, non è discriminazione ma semplicemente riconoscere le cose come stanno. La giustizia è la signoria della verità nei rapporti tra le persone.
Si obietta che non equiparando le due forme lo Stato impone una visione etica a preferenza di un’altra visione etica.
L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce da una considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento.
Ovviamente – la cosa non è in questione – i conviventi omosessuali possono sempre ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti interessi nati dalla loro convivenza.
Non prendo in considerazione altre difficoltà, perché non lo  meritano: sono luoghi comuni, più che argomenti razionali. Per es. l’accusa di omofobia a chi sostiene l’ingiustizia nell’equiparazione; l’obsoleto richiamo in questo contesto alla laicità dello Stato; l’elevazione di qualsiasi rapporto affettivo a titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile.

4.        Mi rivolgo ora al credente che ha responsabilità pubbliche. Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune. E’ impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono.
Ovviamente la responsabilità più grave è di chi propone l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della suddetta equiparazione, o vota a favore in Parlamento di una tale legge. E’ questo un atto pubblicamente e gravemente immorale.
Ma esiste anche la responsabilità di chi dà attuazione, nelle varie forme, ad una tale legge. Se ci fosse bisogno,quod Deus avertat, al momento opportuno daremo le indicazioni necessarie.
E’ impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Mi piace concludere rivolgendomi soprattutto ai giovani. Abbiate stima dell’amore coniugale; lasciate che il suo puro splendore appaia alla vostra coscienza. Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo –verità create dalla confusione mass- mediatica. La verità e la preziosità della vostra mascolinità e femminilità non è definita e misurata dalle  procedure consensuali e dalle lotte politiche”.
Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi (22/XII/2006) ha dato la spinta per un rinnovato impegno di promozione e difesa della famiglia: “A questo punto non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto questa via perché – almeno al momento – non si sentono in grado di accettare la convivenza giuridicamente ordinata e vincolante del matrimonio. Così preferiscono rimanere nel semplice stato d i fatto. Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire, anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica diventa ancora più difficile. Si aggiunge poi, per l’altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo intelletto e la sua volontà – deciderebbero autonomamente che cosa sia o non sia. C’è in questo deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla sfera ‘ biologica’ – finisce per distruggere se stesso. Se si dice che la chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere. Forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che,proprio nell’unità inseparabile di corpo ed anima, è immagine di Dio?”.

Il 3 gennaio è uscita “La Civiltà Cattolica” con il resoconto del lungo colloquio che papa Francesco  ha avuto con 120 superiori generali di istituti religiosi il 29 novembre in Vaticano. L’interesse mass-mediatico è stato suscitato soprattutto da un passo in cui inizialmente il Papa ricorda il disagio di una bambina per il comportamento della così definita ‘fidanzata’ di sua madre. Ma i giornali titolano di ‘apertura alle coppie gay’, nel momento in cui Renzi, dichiarandosi cattolico, ha presentato la propria proposta in tal senso.
Ma che cosa pastoralmente ha detto esattamente il Papa in quell’occasione? Rispondendo a domande pastorali sul“compito educativo”, che ha definito “una missione chiave, chiave, chiave”, Francesco – riferisce padre Spadaro –“ha citato alcune sue esperienze a Buenos Aires sulla preparazione che si richiede per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni complesse specialmente in famiglia. Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: ‘La fidanzata di mia madre non mi vuole bene’. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia? Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede”.
Primo. Francesco  ha citato il caso (che gli era stato riferito da una maestra) di una bambina molto triste perché la ‘fidanzata della madre non le voleva bene’. E’ un caso espressione di un disagio infantile derivato dal vivere in casa con due donne che si amano quando ogni figlio ha bisogno di un papa e di una mamma. Tutt’altro che un segno positivo, come osserva Paolo Binetti dalle colonne del Messaggero : (il disagio) “è ancora oggi la barriera più forte all’adozione o presenza di figli all’interno di una coppia gay”.
Secondo. Francesco si è riferito successivamente ai tanti figli di coppie separate e si è posto la domanda: come annunciare loro la Buona Novella? E’ una domanda seria che esige una risposta ponderata, vera, incisiva: non possiamo incolpare i figli per certe situazioni derivate dalla rottura dell’unità familiare, non possiamo “somministrare ad essi un vaccino contro la fede”, ma dobbiamo mostrare loro la bellezza dell’Annuncio (in cui è inserita la bellezza della famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna).
Che hanno fatto molti media? Hanno unito (per di più storpiandone il senso) la citazione argentina con il seguito riguardante i figli di genitori separati e ne hanno tratto – con pressapochismo e/o malafede – le frasi sull’”apertura” papale alle unioni tra omosessuali. Il tutto – a giudizio di Giuseppe Rusconi - proprio mentre il maggior rappresentante della società ‘liquida’ in Italia, il sindaco di Firenze Matteo Renzi (che si dice cattolico) ha lanciato la sua proposta “irrinunciabile” sul riconoscimento delle unioni omosessuali. Il gioco della nota lobby (i cui esponenti già si sono felicitati strumentalmente con Papa Bergoglio) è evidente: premere con forza sul governo Letta perché l’obiettivo antropologico – economico sia raggiunto. E per farlo non badano a mezzi, arruolando – è sempre il giudizio di Giuseppe Rusconi  in www.rossoporpora.org  del 5 gennaio – anche il successore di Pietro.
E’ anche evidente che, da telespettatore, ascoltatore o lettore, il povero cittadino italiano viene ormai incessantemente bombardato da messaggi cari alla nota lobby; tanti per di più si fermano ai titoli fuorvianti, tanti altri tendono a rassegnazione. E’ di allarmante rapidità in cui si sta realizzando l’agenda omosessuale, fatto che dovrebbe risvegliare tutti noi e spaventarci per quanto riguarda il futuro anche della nostra Italia. Questo è un inganno, una menzogna circa l’aspetto più fondamentale della nostra natura umana, la nostra sessualità umana secondo la grammatica dell’essere creato, che ci definisce. Nell’Apocalisse  il Maligno è chiamato anche Dragone oltre che Demonio, Satana,  perché mira a dissolvere appunto la grammatica di ogni essere creato, maschio e femmina nel cui amore veicolo di vita, di educazione. Solo in Cristo, anche minoranza, anche pochi possiamo fare molto per i molti in totale comunione con Papa Francesco, testimoniando pubblicamente i valori della Dottrina Sociale della Chiesa, rischiando di essere additati da certi cattolici della nota lobby addirittura come nemici di Papa Francesco definito addirittura come rivoluzionario. Papa Francesco è la garanzia divina del declinarsi della comunità in quanto vive, lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa: è la sua  dinamica continuità sotto l’azione dello Spirito del Risorto presente e operante in essa, soprattutto attraverso il successore di Pietro. Questo non impedisce rilievi anche critici nella sua modalità pastorale.

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