Emma Bonino e gli allocchi sostenitori


di Aldo Forbice
Siamo quasi alla vigilia di un evento importante per il nostro paese: l’elezione del presidente della Repubblica, cioè dell’uomo che potrà influenzare le scelte fondamentali per il nostro sistema democratico. Potremmo già immaginare che cosa accadrebbe se al Colle salisse Romano Prodi o Franco Marini o ancora Giuliano Amato, per limitarci ai nomi che con maggiore insistenza si fanno nel centro sinistra. Per non parlare degli altri o delle altre: quelli immaginati dai grillini, come la giornalista Milena Gabanelli, lo stesso Romano Prodi, l’ex presidente della Consulta, Zagrebelsky e Stefano Rodotà.Sembrano ormai tramontati i nomi di Anna Finocchiaro (dopo lo “schiaffo”di Matteo Renzi) e di Emma Bonino. Ma, per motivi diversi, resistono (o si
rafforzano) i nomi della dirigente radicale e di Massimo D’Alema.

Parliamo di quest’ultimo che, dopo essere stato il principale sostenitore di Pierluigi Bersani, ora è diventato il suo principale nemico e adesso –dopo essere stato l’avversario più forte di Matteo Renzi- ne è diventato l’alleato di maggiore spessore. Il Pdl sa che non può puntare su un proprio candidato, senza una preventiva intesa col Pd, ed è per questa ragione che chiede di conoscere il nome ufficiale del partito di Bersani per avviare un confronto, per cercare di arrivare a un candidato condiviso, e non mette più sul piatto la richiesta di un governissimo, come gli stessi saggi nominati da Napolitano, hanno suggerito.

La partita però è tutt’altro che trasparente. Ognuno muove le pedine senza un piano preordinato, mirando a fare scacco matto. Certo la posta in gioco è alta, molto alta , perchè dal nuovo inquilino del Colle dipenderà il futuro governo (Bersani o un altro incaricato), lo scioglimento anticipato del Parlamento e influenzerà sicuramente il futuro del nostro sistema parlamentare. 
Quello che appare evidente oggi è che i partiti politici, (Pdl escluso, almeno per il momento) si presentano profondamente divisi: il Pd almeno in tre tronconi e negli ultimi giorni si è parlato a lungo di rischi possibili di scissione. Si è detto che Matteo Renzi, che insiste molto per un ritorno alle urne, potrebbe vincere le nuove primarie e diventare il candidato premier, al posto di Bersani. Ma se questo obiettivo non dovesse essere raggiunto, la scissione sarebbe più probabile , con l’accordo di una parte dell’ex Margherita, dello stesso D’Alema, Gentiloni, Franceschini, Nicola Latorre e altri dirigenti (soprattutto i giovani, fedelissimi di Renzi). Dall’altra parte, rimarrebbe Bersani, con i giovani turchi (Fassina, Orsini, la Moretti, ecc ), con la Bindi, forse Veltroni, Fioroni, Marini, Letta e qualche altro proveniente dalla ex Margherita), che a quel punto si fonderebbero col Sel di Niki Vendola. Resta, per il momento, una incognita se questo progetto sarà realizzato prima o dopo le scadenze elettorali, prima o dopo il congresso Pd di ottobre. Ma potrebbe esserci un colpo di scena: le dimissioni di Bersani, qualora il nuovo presidente della Repubblica non gli rinnovasse l’incarico per formare il nuovo governo.
Fra i partiti in sofferenza vi è anche quello di Monti. Il professore ha infatti minacciato di andare nel gruppo misto del Senato, non riconoscendosi più in “Scelta civica”. Al punto che un giornale ha ribattezzato questo movimento “Sciolta civica”, vista la propensione di buona parte dei suoi esponenti ad abbandonare la barca che affonda. Come ha fatto Gianfranco Fini col Fli e come ha dichiarato di fare lo stesso Casini con l’Udc, che non si sa più se esiste ancora o è in naftalina.
Altri partiti in sofferenza sono la Lega, dove la battaglia in corso diventa ogni giorno più aspra tra bossiani (che vogliono riconquistare la segreteria del partito) e i maroniani che si difendono a colpi di espulsione; poi in questi duelli rusticani si distinguono coloro che lavorano in proprio (come Zaia e Calderoli), cercando di ricavarne il massimo dei vantaggi per le proprie componenti. In questo scenario, anche per ragioni di strategia interna, Maroni sembra ricercare un accordo con Bersani, concedendo un consenso al candidato presidente o addirittura un appoggio esterno a un futuro governo del leader Pd. In cambio di che cosa? Per il momento appare un segreto, ma lo scopriremo presto, anche perché le contropartite sono sempre visibili. 
Un’analisi particolare merita il M5S, in forte fibrillazione interna. Una spaccatura o una implosione sembra inevitabile, magari non a brevissimo termine. Il test più vicino è rappresentato dalla elezione del nuovo presidente. Il primo errore è stato come l’inserimento del nome di Grillo fra i candidati grillini, quando è noto che l’ex comico non è eleggibile (è privo di diritti civili); il secondo di aver puntato sul nome di Prodi, quando è noto che questo ex boiardo di Stato simboleggia la peggiore casta politica del dopoguerra. Per non parlare di una giornalista Rai, ormai stracarica di querele (l’ultima è arrivata dal sindaco di Roma, Alemanno) perché le inchieste che propone, sicuramente meritevoli per i temi trattati, ma quasi sempre non corredate da elementi essenziali del servizio pubblico : le prove certe dei “misfatti” e comunque senza le contrapposizioni di opinioni , così come ci insegnavano i grandi maestri del giornalismo radiotelevisivo (Zavoli, ad esempio). La partita è aperta. Lo è anche per quella “furbacchiona” di Emma Bonino (l’ha definita così Giancarlo Perna, del “Giornale”). Martedì 16 Aprile, in una conferenza stampa a Roma, per presentare il libro di Danilo Quinto (“Emma Bonino, dagli aborti al Quirinale ?”, editore Fede e cultura) mi hanno colpito delle riflessioni, anche di parlamentari e consiglieri regionali, in particolare, due cose: 1) la critica serrata e documentata nei confronti di Emma Bonino, che ha saputo ben costruire la propria immagine mediatica e che fatto carriera con campagne abortiste, per l’eutanasia e la liberalizzazione delle droghe leggere, passando con cinismo e disinvoltura, avvinghiata al partito personale di Marco Pannella, da destra a sinistra, conquistando consensi anche nel mondo della finanza, della moda e nello spettacolo, al punto da farsi candidare al Quirinale; 2) che i cattolici si sentono oggi accerchiati in un paese come l’Italia (dove esiste ufficialmente il 90% dei cittadini di fede cattolica e dove ha sede il Vaticano) . L’on. Carlo Giovanardi, ad esempio, ha detto molto preoccupato che “se il Pd facesse blocco con i grillini, i cattolici in parlamento diventerebbero una minoranza. E temiamo che persino una parte di deputati e senatori ci possa tradire per strategie di potere. E sarà peggio che in Spagna e in Francia: matrimoni tra gay, eutanasia , liberalizzazione delle droghe leggere e via di questo passo. Il tutto presentato come conquiste dei diritti civili. Ma è proprio questo che la grande maggioranza degli italiani vuole ?”
La candidatura Bonino, con tutti gli allocchi che la sostengono (Mara Carfagna compresa ), si inserisce in questa tendenza. Ma siamo certi che non passerà. Non sarebbe la vittoria di una “furbacchiona”, ma un’autentica tragedia.

1 commento:

Anonimo ha detto...

la ringrazio dell'allocco.....