Referendum cattolico: ci salveranno le vecchie zie?

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Certe volte, è proprio un bene che i recensori non leggano i libri di cui parlano. Non attentamente, quanto meno. Perché se Camillo Langone avesse letto (attentamente) Ci salveranno le vecchiezie, non avrebbe scritto tante inesattezze sul libro di Gnocchi&Palmaro. Però non avrebbe innescato il dibattito che si sta svolgendo attorno all’ultima opera dei nostri due autori. Insomma, grazie a Langone, molti si chiedono se ci salveranno davvero le vecchie zie dal fango della modernità. E, ancora, si chiedono chi siano queste zie. Naturalmente, Gnocchi&Palmaro hanno idee ben precise in proposito. Basta leggere (attentamente, Camillo) il loro libro. 

Ma ora noi vogliamo indire un sondaggio tra i nostri lettori con due domande molto precise:
- Ci salveranno le vecchie zie?
- Chi sono le vecchie zie?
Per favore, risposte brevi e precise, così da poterne dar conto a tutti, mettendole a commento di questo articolo (vedi in basso).

Per vostra comodità, qui sotto riportiamo l’anticipazione del
libro di Gnocchi&Palmaro pubblicata dal “Foglio” che Langone ha letto (attentamente, Camillo?), il pezzo dello stesso Langone pubblicato sul “Foglio” e la breve risposta che gli Autori hanno fatto seguire, sempre sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara. E adesso a voi.

SOLO LA TRADIZIONE CI SALVERA’

Pubblichiamo un’anticipazione del libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro “Ci salverannole vecchie zie – Una certa idea dellaTradizione”, in libreria da sabato 27 ottobre per i tipi delle edizioni Fede & Cultura (di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro su Il Foglio del 26-10-2012) Il progressivo oscuramento della Tradizione nell’ambito dottrinale e in quello della pratica quotidiana ha fatalmente portato alla frammentazione del mondo cattolico refrattario al progressismo. Un danno enorme, se si pensa che, in tal modo, non è stato possibile tenere unite le forze che avrebbero potuto opporsi alla deriva neomodernista seguita al Concilio Vaticano II. Per decenni il mondo antiprogressista è stato percorso da singoli esponenti, da gruppi, da associazioni convinti, ognuno per conto proprio, di essere l’unico, vero e integro tradizionalista dell’Orbe cattolico. Per quanto, singolarmente, ognuno abbia avuto il merito di tenere vivo l’attaccamento alla Tradizione, la tendenza alla scomunica incrociata ha finito per generare una confusione che ha presto assunto i toni, metodi e, infine, i contenuti dello scontro politico. Senza volerlo, buona parte del mondo della Tradizione ha finito per adottare lo schema che il progressismo aveva invece teorizzato e praticato: cambiare la Chiesa attraverso le categorie della politica. Da questo punto di vista conta poco il contenuto, poiché il metodo è di per se stesso merito. Una volta adottate tali categorie, prettamente moderne, anche l’agire tradizionale è caduto nel grande inganno del monopartitismo imperfetto: il dominio di due partiti che, pur manifestandosi come opposti, in realtà hanno la stessa radice, due estremi che si riducono a uno, che ha come punto di riferimento il Concilio Vaticano II. (…) Bisogna armarsi di santa pazienza Giunti a questo punto, bisogna fuggire il vecchio e democristianissimo adagio secondo cui, dati due errori estremi, la verità sta nel centro. La verità, secondo l’insegnamento di G.K. Chesterton, si trova sempre all’estremo opposto rispetto all’errore. Per esempio, a fronte del modernismo, la verità non sta in un modernismo moderato, ma nel cattolicesimo, che è l’esatto contrario. E, siccome nel caso in esame i due estremi in realtà sono uno solo, è evidente il vero va cercato sul versante opposto. Stabilito che sedevacantismo, tesismo e neoconservatorismo, alla radice, sono lo stesso errore, la posizione corretta sta nel loro contrario, vale a dire la Tradizione, la quale è sinonimo di salute spirituale e mentale. Ma si fa presto a dire Tradizione. Il lavoro per ricostruirne il senso comune nella quotidianità, il sensus Traditionis, e per ridarle splendore nella riflessione teologica e dottrinale sarà lungo e dovrà, soprattutto, essere paziente. Da questo punto di vista, il panorama attuale è simile quello immediatamente successivo a una catastrofe nucleare. In un orizzonte devastato dal neomodernismo, spuntano monconi di vestigia tradizionali che vanno recuperate e ricostruite con amorevole pazienza. Vi sono sicuramente luoghi e persone in cui la Tradizione è stata riparata con più cura e si propongono come naturale punto di riferimento. Ma vi sono anche luoghi e persone in cui il sensus Traditionis è visibile solo impercettibilmente, ed è proprio qui che ci si deve chinare con più amore e con più attenzione. Senza giudicare con malanimo e senza spazientirsi perché quelle minime tracce di Tradizione sono magari mescolate a pensieri, parole e opere discutibili. Sapientemente curata, questa fonte della fede tornerà a zampillare anche là dove non lo si sarebbe mai sospettato, perché l’opera della Provvidenza è sempre più longanime di quella tra il migliore degli uomini. Tradizionalisti senza Tradizione. Se ordinariamente è temerario ritenersi i depositari della Tradizione tutta intera e disprezzare coloro che hanno compiuto solo il primo passo sulla strada giusta, nella situazione attuale è anche autolesionista. Per fare un solo esempio, non si può condannare chi è di sentimenti tradizionali e, per i motivi più diversi, non può, non riesce o non sa frequentare la Messa in rito antico. Forse conviene incoraggiare quel senso naturaliter cattolico per la liturgia che ancora conserva nel suo cuore e ricondurlo pazientemente a casa. L’arroganza non è figlia di un cattivo carattere, ma di un cattivo uso del proprio carattere che discende dal peccato di intellettualismo. E’ proprio questo il tarlo che rode l’anima e il cervello di troppi tradizionalisti convinti di incarnare perfettamente la Tradizione per il solo fatto che ne parlano più di altri. A questo proposito, vale la pena di ricordare quanto Charles Peguy, nel 1913, scriveva in quello straordinario saggio che è Il denaro: “Noi siamo cresciuti in un mondo del tutto diverso. Si può affermare, nel senso più rigoroso dell’espressione, che un bambino allevato in una città come Orléans fra il 1873 e il 1880 ha toccato la vecchia Francia, il vecchio popolo: diciamo semplicemente il popolo. Egli ha letteralmente fatto parte della vecchia Francia, del popolo. Si potrebbe dire anzi che ne è stato sino in fondo partecipe, perché la vecchia Francia era ancora integra, e inviolata. Lo sfacelo è seguito, per così dire, tutto d’un pezzo, nel giro di pochi anni. Proveremo a dirlo. Noi abbiamo conosciuto, noi abbiamo vissuto la vecchia Francia e l’abbiamo conosciuta intatta, Noi siamo stati suoi figli. Noi abbiamo conosciuto un popolo, lo abbiamo toccato, ne siamo stati parte, quando ancora ce n’era uno. L’ultimo operaio di quei tempi era un uomo della vecchia Francia, mentre oggi il più oltranzista tra i seguaci del signor Maurras non è nemmeno per un atomo un uomo della vecchia Francia”. Se a “vecchia Francia” si sostituisce “Tradizione”, che nel discorrere di Peguy sono equivalenti, si ottiene una perfetta diagnosi della situazione in cui versa buona parte del tradizionalismo contemporaneo. Con l’aggravante che, rispetto ai tempi descritti dallo scrittore francese, è trascorso un secolo: purtroppo non invano per tutti, tradizionalisti compresi. La felicità di arrivare ultimi Forse, bisogna smetterla di “fare il tradizionalista” bello e impossibile e tornare a frequentare la Tradizione quotidiana in compagnia di un numero sempre maggiore di buoni cattolici, magari senza pedigree ma sinceri. Come spesso accade quando intellettuali, teologi e pastori perdono la testa, l’ancora più salda diventa il sensus fidei dei fedeli ordinari. E si può star certi che, dove è sopravvissuto il vero senso della fede, cova anche il sensus Traditionis. In che cosa consista il senso della Tradizione è abbastanza semplice da definire: nella felicità di arrivare ultimi. Niente di più evangelico nella sua paradossalità. In un mondo, compreso quello cattolico, dove tutti sono presi dalla fregola di arrivare primi non importa dove basta che non vi sia stato nessun altro, il cristiano dotato di sensus Traditionis, da buon povero delle Beatitudini, è felice di arrivare ultimo. Liberato dalla tensione luciferina verso la novità, può pensare con più letizia e più vigore alla propria salvezza seguendo l’esempio di Nostro Signore, della Vergine Immacolata e di una teoria interminabile santi. “Tradizione” spiega Chesterton in Ortodossia “Significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano ad andare attorno perché sono vivi. I democratici respingono l’idea che uno debba essere squalificato per il caso fortuito della sua nascita; la tradizione rifiuta la squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna a non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è nostro padre”. Difendere i legami invisibili Il primo passo da fare è quello di ricostruire con generosità i legami nel tempo per essere altrettanto generosi nel presente. La pratica quotidiana della Tradizione richiede fatica e lungimiranza, esige capacità di vedere ciò che il mondo moderno, econ esso gran parte dei suoi stessi oppositori, non vede più. “Non si muore per delle pecore, né per delle capre, né per delle case, né per delle montagne” dice Antoine de Saint-Exupéry in Cittadella “poiché gli oggetti sussistono senza che nulla sia loro significato. Ma si muore per salvare il nodo invisibile che li unisce li trasforma in proprietà, in impero, in volto riconoscibile e familiare”. La Tradizione quotidiana è questa familiarità tra gli uomini di ogni tempo che si trasmette attraverso il riflesso celeste dei riti, ma anche grazie al permanere della bellezza e della schiettezza del vivere feriale. Ha la voce del contadino toscano che recita memoria Dante senza invidiarne la genialità. Ha il profilo angoloso di certe popolane che, senza saperlo, paiono Madonne o principesse dipinte da Zurbarán. Ha la geometria delle case padronali della Brianza, con le finestre piccole, appena poco più alte e solitarie dell’ordinario come quelle dei vecchi conventi. Ha l’odore di umido mescolato all’incenso di certe cappelle rustiche in cui un colletto romano dona compostezza al sacerdote di campagna come a un cardinale in San Pietro. Ma tutto con naturalezza, con soavità, senza mostra di uno sforzo che, fatalmente, renderebbe falsi ogni gesto e ogni immagine. L’uomo della Tradizione è come i gentiluominidi Balzac descritti da Cristina Campo, che non avevano nulla di nuovo né di vecchio “in cui nulla brillava, ma tutto attraeva lo sguardo, la cui distinzione d’oggi era quella di ieri e sarebbe stata quella di domani”. O come gli operai delle vecchie generazioni ammirati da Peguy: “Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene”. Quando la Tradizione era apertamente operante e praticata, non serviva discorrerne, traspariva dal semplice vivere di uomini che Peguy ascrive a una “razza”. Per quanto questo termine possa piacere poco, non ve n’è uno più calzante spiegare che il meno tradizionale dei gentiluomini di Balzac o degli operai di Peguy era più impregnato di sensus Traditionis del più tradizionalista dei tradizionalisti di oggi.

PEZZO DI LANGONE
di Camillo Langone (Il Foglio)
Perché mai dovrebbero salvarci le vecchie zie? Casomai le giovani nipoti. Io le conosco le donne rievocate da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro nel titolo del loro nuovo libro (“Ci salveranno le vecchie zie. Una certa idea della Tradizione”) e ne conosco bene soprattutto la faccia oscura perché ho vissuto nel sud del sud dei diavoli e ricordo ziette più o meno indirettamente responsabili dell’aborto di nipotine momentaneamente incinte e definitivamente prive di marito o fidanzato. “Chissà che cosa dirà la gente!”. La gente alla fine non diceva niente perché in niente finiva la gravidanza, grazie alla letale pressione famigliare. Le zie di Longanesi, di Gnocchi e di Palmaro erano di altra pasta? Meglio per loro ma non per noi: acqua passata non macina più. Che poi, adesso che ci penso, le vedo pure oggi e pure al nord e al centro le famose vecchie zie e le vedo a messa la domenica e sono signore che si ostinano ad agguantare l’ostia con le mani come i preti in maglione gli avranno insegnato nei Settanta, e quando un sacerdote appena scrupoloso, appena ubbidiente al Papa, prova a dire dal pulpito che il Corpo di Cristo sarebbe meglio riceverlo sulla lingua, loro niente, come avesse parlato ai banchi, continuano a fare come gli pare, cattoprotestanti decrepite. Se dobbiamo contare su queste bizzoche per salvare la tradizione, ciao. Se poi dobbiamo contare sulle maiuscole, come fanno Gnocchi e Palmaro distinguendo puntigliosi fra Tradizione e tradizione, riciao. Il problema è la parola, non la grafia. Puoi scriverla tutta maiuscola e bold, puoi scolpirla sul marmo a forza di scalpello, non cambia nulla. A me dispiace, sono un uomo che porta il tabarro e il venerdì non mangia carne, figuriamoci se non mi dispiace. Purtroppo pare che i miei dispiaceri non spostino di un millimetro il corso della storia. Qualche giorno fa mi ha scritto un amico con tanti cognomi, non stava più nella pelle, voleva assolutamente farmi partecipe della sua gioia: Papa Benedetto XVI aveva appena celebrato una messa indossando il fanone. Una stecca di balena? No, un disusato paramento liturgico, una specie di corta mantellina a strisce che concentra in poca stoffa tanta storia e un certo simbolismo. Benissimo, però avrei apprezzato ancor di più un’omelia papale contro l’apertura domenicale dei negozi: sono continuamente accusato di estetismo eppure credo che l’importanza dei comandamenti sopravanzi leggermente quella dei guardaroba. Comunque la si voglia scrivere vedo la tradizione tarmata, anche il motu proprio del 2007 che intendeva liberalizzare la messa tridentina non si può dire abbia avuto un clamoroso successo. E non solo per la disubbidienza di molti vescovi che hanno preso la lettera del Papa e l’hanno buttata nel cestino, cattoprotestanti pure loro. Passando da semiproibite a semilegali le messe in latino sono aumentate ma non si sono moltiplicate come molti, me compreso, speravano. Nonostante lo zelo dei frati francescani dell’Immacolata, il sostegno di Negri, l’impegno di Caffarra e di Oliveri vescovo di Albenga, ci sono intere regioni che continuano a ignorare il messale di Pio V e intere diocesi dove per ammirare un sacerdote adorante bisogna prima partecipare a una sorta di caccia al tesoro: vince chi, superando l’ostacolo degli orari assurdi, degli indirizzi strani, dei giorni a casaccio, riesce a capire dove e quando si celebra. Ovvio che poi ci siano quattro gatti come a Parma: con tutte le chiese vuote disponibili qualcuno ha voluto la messa di Padre Pio nella cappella nascosta di un convento nascosto, con inevitabile e fastidiosa sensazione di conventicola. Alle messe tradizionali di vecchie zie ce ne sono molto meno che alle messe chitarristiche, abbondano casomai i vecchi zii (il latino è maschio). I bambini, invece, scarseggiano in entrambi i riti. Gli amici che vanno in vacanza nei paesi esotici mi riportano notizie di chiese brulicanti, in particolare brulicanti di pargoli, e non ci vuole molto a capire dove soffia lo Spirito. Se e quando Dio vorrà salvare l’Europa le regalerà tanti bambini e siccome questo riguarda le giovani nipoti è alle giovani nipoti che bisogna dedicare libri.
© - FOGLIO QUOTIDIANO 31 ottobre 2012 p. 2

Risposta di Gnocchi&Palmaro
Al direttore
Durante la scrittura di Ci salveranno le vecchie zie, avevamo un bel litigare per stabilire se il modello migliore fosse la “vecchia zia” di Gnocchi o la “vecchia zia” di Palmaro. Energie e tempo buttati, perché, dopo aver letto il pezzo di Camillo Langone sul nostro libro, abbiamo scoperto che il vero modello è lui, “zio Camillo”. Così cerimoniosamente tignoso e così fuori dal tempo con quel suo magnifico tabarro e quel suo non mangiar carne di venerdì, da non avere confronti. Come “vecchio zio”, ben inteso, giusto per non cadere in equivoci tra gente che ama i gusti di una volta.
Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Certo che ci salveranno le vecchie zie. Non certo i damerini come Langone e le sue nipotastre che sfarfalleggiano sui giornali senza sapere che cosa sia la Tradizione e parlano della Messa in latino andando solo a quella in italiano. Viva le vecchie zie. Viva ancor di più se sono vecchissime

Anonimo ha detto...

Concordo completamente con Gnocchi e Palmaro. Langone non ha letto il libro, forse solo il titolo e di sicuro non ha capito niente.
antonio

Anonimo ha detto...

A me Langone non mi ha mai convinto... Sì, sarà anche bravo, scriverà anche bene, ma quando serve la dottrina invece che la pancia, va sempre fuori strada.

Anonimo ha detto...

A me Langone non mi ha mai convinto... Sì, sarà anche bravo, scriverà anche bene, ma quando serve la dottrina invece che la pancia, va sempre fuori strada.