Birra benedettina


di Francesco Agnoli
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Ci sono notizie che riscaldano il cuore, anche quando si vede la Chiesa di Cristo imbrattata dai peccati di molti ecclesiastici, abbruttita dal vizio degli uomini che più dovrebbero servirla. Anche quando, di fronte all’ipocrisia, al carrierismo, alla tiepidezza ignava di certi prelati, che assistono impassibili al gregge che si disperde, verrebbe voglia di prendere in mano il librino di Paolo Gambi, “Quello che i preti non dicono più. Duemila anni di linguaggio anticlericale nelle parole dei santi” (Fede & Cultura) per declamare ad alta voce alcune delle citazioni più crude lì raccolte: tipo una santa Caterina da Siena che definisce “divoratori di anime”, “sventurati”, “animali bruti”, “templi del diavolo”, “demoni incarnati” quegli ecclesiastici che con
la loro mancanza di fede e di carità, con il loro clericalismo ottuso, scandalizzano tante anime allontanandole dalla Chiesa, e quindi da Dio. Notizie buone, dicevo, che fanno capire che, accanto all’erba cattiva, clericale e non, continua a crescere quella buona. Come il fatto che oggi, festa dell’Assunta, a Norcia, città natale di san Benedetto e di santa Scolastica, i monaci inaugurino solennemente la produzione di una nuova marca di birra: la Nursia.

E allora, penserà qualcuno? Andiamo con ordine. Da chi è nata l’Europa? Dal monachesimo benedettino, dalla saggezza infinita di un uomo che dettò ai suoi discepoli una regola di vita comune, contemplativa e lavorativa insieme. San Benedetto voleva salvare la sua anima; voleva vivere un amore a Cristo che passasse dalla vita con i fratelli; voleva insegnare ai suoi monaci la capacità di un cristiano di vivere ogni azione, ogni momento, alla luce della vita eterna, della grande storia della salvezza. Da lì, da quella visione esistenziale, nacquero il canto e la liturgia benedettina; gli scriptoria che salvarono tutta la tradizione letteraria, storica, medica, antica; i primi viridari, la piscicoltura e l’apicoltura monastiche… Da quella visione così concreta – l’uomo che attinge da Dio la forza di amare ogni giorno la quotidianità ed il creato; l’umano che, incontrando il divino, si fa fecondare e diviene collaboratore dell’opera creatrice-, sgorgarono, come racconta lo storico Leo Moulin nel suo straordinario “La vita quotidiana secondo san Benedetto” (Jaca Book), non solo arte e bellezza, ma anche unguenti, balsami, oli, formaggi (compreso il parmigiano), acquaviti, vini, birre, whisky, champagne (Dom Perignon è il monaco che inventò quest’ultimo)… Ai monaci dobbiamo i primi orologi meccanici, una grande valorizzazione dei mulini ad acqua, contributi incredibili nel campo dell’agricoltura e della meteorologia, la nascita stessa della genetica…
Ebbene, ormai da tempo è intervenuta nella Cristianità una dicotomia tra fede e vita, una scissione devastante tra la vita dello spirito, fiacca e priva di vigore, e quella del corpo. Oggi il clero è assente, come mai era accaduto, dalla città degli uomini: sempre meno i professori, gli scienziati, gli artisti…Analoga la situazione del laicato cristiano.
Per questo la nascita di una nuova marca di birra, ut laetificet cor, deve, appunto, rallegrare; perché nasce da un gruppo di monaci americani che nel vicino 1995 hanno decisero di fondare un monastero nella casa natale di san Benedetto, contribuendo a mantenere una Tradizione che non può morire.

“Ora et labora” è ancora una ricetta valida per rifondare la cristianità. A Norcia i monaci si alzano ogni mattina alle 4, per il mattutino, seguito dalla lectio divina e dalle lodi: pregano sette volte al giorno, come voleva Benedetto, cantando il gregoriano e celebrando la liturgia latina. Lavorano, perché il lavoro “è sempre stato una caratteristica del monaco – ogni tipo di lavoro, manuale, e intellettuale – ma sempre eseguito con cura e riverenza, tanto che gli stessi utensili del monastero devono essere trattati come i sacri vasi dell’altare”. Vivono, infine, insieme, in comunità: un luogo in cui si impara “a dare noi stessi per il bene dei nostri fratelli” e dove “vivere insieme lima le parti più spigolose dei nostri caratteri”. Infatti, scrivono i monaci, “la lunga pratica della pazienza e del perdono conduce ad un affetto genuino per i nostri confratelli e ad un apprezzamento delle loro molteplici qualità che possono essere molto differenti dalle nostre” (osbnorcia.org/it). Così che il monastero diventi, come una famiglia: luogo di condivisione delle gioie e delle fatiche quotidiane; luogo di obbedienza reciproca, in cui la volontà personale si piega al bene comune e alla verità; luogo di abnegazione, affinché Cristo fecondi ogni miseria umana, e di perdono.

Luogo in cui è bello condividere anche il piacere del mangiare e del bere birra buona, fatta con le proprie mani.
Il Foglio, 15 agosto

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