Culto esterno

Perchè dobbiamo fare atti di culto esterno? Non basta adorar Dio, che è Spirito, internamente nel cuore?
Non basta adorar Dio internamente nel cuore, ma dobbiamo anche rendergli il culto esterno comandato, perchè siamo soggetti a Dio in tutto l'essere, anima e corpo, e dobbiamo dare buon esempio; e anche perchè altrimenti si perde lo spirito religioso.
(San Pio X, Catechismo della Dottrina Cristiana n. 185)

Gilbert Keith Chesterton

Nasce il 29 Maggio 1874 a Kensington. Una vita immeritatamente felice, dirà egli stesso, ed immensamente prolifica, uno spreco d’arte e di genio, dirà Emilio Cecchi, il suo mentore in Italia, che lo presenta così: «padre della Chiesa, obbligato dalle necessità dei tempi e del ministerio, a predicare in stile burlesco alle turbe degli scettici e dei gaudenti». Una personalità frizzante, amabilmente polemica, umoristica e gioiosa. Eccezionale.
Figlio di Edward, agente immobiliare, e di Marie Louise Grosjean (madre scozzese, padre svizzero predicatore calvinista), Chesterton visse un’infanzia allegra ed affettuosa nella sua famiglia assieme al fratello Cecil, più giovane di lui di cinque anni. Inizia a scrivere molto presto; da bimbo non ancora di dieci anni tenta di imitare George McDonald. Forte il senso della meraviglia e il gusto delle favole. Primo giornale in cui si

Malattia

Una delle malattie più diffuse è la diagnosi.

(Karl Kraus, Detti e contraddetti, Adelphi 1999, p. 240)

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Leone XIII

La dottrina sociale di Leone XIII”, di Massimo Introvigne (Fede & Cultura, 153 pp., 15 euro)
da Il Foglio, 24 novembre 2010 p. 2

Il 2010, aveva esortato Benedetto XVI, avrebbe dovuto essere celebrato come “anno di Leone XIII”, che era nato il 2 marzo del 1810. Una vita fra l’altro lunghissima, che iniziò al tempo di Napoleone e si concluse nel 1903 facendo in tempo a essere il primo Papa registrato su pellicola e su disco. E altrettanto fondamentale fu la sua enciclica “Rerum novarum”, spesso posta a base della Dottrina sociale della chiesa. Eppure, osserva Introvigne, il rilievo dato al bicentenario è rimasto “sostanzialmente modesto”. Tre, secondo lo stesso Introvigne, “le ragioni di questo disinteresse”. “La prima è la riduzione del ricchissimo magistero di Leone XIII a un unico documento, l’enciclica Rerum novarum del 1891 che, però, letta al di fuori del contesto complessivo dell’insegnamento di Papa Pecci, non può che essere da un lato fraintesa, e dall’altro celebrata sempre più stancamente”. Seconda: lo “scarso amore” del mondo cattolico democratico per un Papa che parlava di socialità ma lodava il Medioevo e il tomismo, e metteva in guardia dalla massoneria. Ma, al polo opposto, la scuola cattolica controrivoluzionaria non digerì certe sue decisioni tacciate di cedimenti alla modernità, a partire dal “riavvicinamento” alla Repubblica francese. Ma Introvigne risponde appunto facendoci rileggere il “corpus leonianum” nella sua interezza.

Il Papa, il preservativo e gli imbecilli

In settimana, quando esce il libro-intervista del Papa, ne parleremo come merita. Oggi invece parliamo di imbecilli. Dalle associazioni gay a qualche cosiddetto tradizionalista, tutti a dire che il Papa ha cambiato la tradizionale dottrina cattolica sugli anticoncezionali. Titoli a nove colonne sulle prime pagine. Esultanza dell’ONU. Commentatori che ci spiegano come il Papa abbia ammesso che è meglio che le prostitute si proteggano con il preservativo da gravidanze indesiderate: e però, se si comincia con le prostitute, come non estendere il principio ad altre donne povere e non in grado di allevare figli, e poi via via a tutti?
Peccato, però, che – come spesso capita – i commentatori si siano lasciati andare a commentare sulla base di lanci d’agenzia, senza leggere la pagina integrale sul tema dell’intervista di Benedetto XVI, che pure fa parte delle anticipazioni trasmesse ai giornalisti. Il Papa, in tema di lotta all’AIDS, afferma che la «fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità», e che «la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo». Nel paragrafo successivo – traducendo correttamente dall’originale tedesco – Benedetto XVI continua: «Ci può essere un fondamento nel caso di alcuni individui, come quando un prostituto usi il preservativo (wenn etwa ein Prostituierter ein Kondom verwendet), e questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità».
Non so se il testo italiano che uscirà tradurrà correttamente «un prostituto», come da originale tedesco, o riporterà – come in alcune anticipazioni giornalistiche italiane - «una prostituta». «Prostituto», al maschile, è cattivo italiano ma è l’unica tradizione di «Prostituierter», e se si mette la parola al femminile l’intera frase del Papa non ha più senso. Infatti le prostitute donne ovviamente non «usano» il preservativo: al massimo lo fanno usare ai loro clienti. Il Papa ha in mente proprio la prostituzione maschile, dove spesso – come riporta la letteratura scientifica in materia – i clienti insistono perché i «prostituti» non usino il preservativo, e dove molti «prostituti» - clamoroso il caso di Haiti, a lungo un paradiso del turismo omosessuale – soffrono di AIDS e infettano centinaia di clienti, molti dei quali muoiono. Qualcuno potrebbe dire che «prostituto» si applica anche al gigolò eterosessuale che si accompagna a pagamento con donne: ma l’argomento sarebbe capzioso perché è tra i «prostituti» omosessuali che l’AIDS è notoriamente epidemico.
Stabilito dunque che le gravidanze non c’entrano, perché dalla prostituzione omosessuale è un po’ difficile che nascano bambini, il Papa non dice nulla di rivoluzionario. Un «prostituto» che ha un rapporto mercenario con un omosessuale – per la verità, chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso – commette dal punto di vista cattolico un peccato mortale. Se però, consapevole di avere l’AIDS, infetta il suo cliente sapendo d’infettarlo, oltre al peccato mortale contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché si tratta di omicidio, almeno tentato. Commettere un peccato mortale o due non è la stessa cosa, e anche nei peccati mortali. c’è una gradazione. L’immoralità è un peccato grave, ma l’immoralità unita all’omicidio lo è di più.
Un «prostituto» omosessuale affetto da AIDS che infetta sistematicamente i suoi clienti è un peccatore insieme immorale e omicida. Se colto da scrupoli decide di fare quello che – a torto o a ragione (il problema dell’efficacia del preservativo nel rapporto omosessuale non è più morale ma scientifico) – gli sembra possa ridurre il rischio di commettere un omicidio non è improvvisamente diventato una brava persona, ma ha compiuto «un primo passo» - certo insufficiente e parzialissimo – verso la resipicenza. Di Barbablù (Gilles de Rais, 1404-1440) si dice che attirasse i bambini, avesse rapporti sessuali con loro e poi li uccidesse. Se a un certo punto avesse deciso di continuare a fare brutte cose con i bambini ma poi, anziché ucciderli, li avesse lasciati andare, questo «primo passo» non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo diventare una persona morale. Ma possiamo dire che sarebbe stato assolutamente irrilevante? Certamente i genitori di quei bambini avrebbero preferito riaverli indietro vivi.
Dunque se un «prostituto» assassino a un certo punto, restando «prostituto», decide di non essere più assassino, questo «può essere un primo passo». «Ma – come dice il Papa - questo non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV». Bisognerebbe piuttosto smettere di fare i «prostituti», e di trovare clienti. Dove stanno la novità e lo scandalo se non nella malizia di qualche commentatore? Al proposito, vince il premio per il titolo più imbecille il primo lancio della Associated Press, versione in lingua inglese (poi per fortuna corretto, ma lo trovate ancora indicizzato su Yahoo con questo titolo): «Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile, purché si usi il preservativo».
Massimo Introvigne

Distacco dai beni e servizio

“La gente si tiene stretti in genere i propri beni fino a quando non è in punto di morte, e nemmeno allora se ne distacca serenamente. Io invece li ho distribuiti adesso, mentre sono ancora sano e giovane”.

Questa frase è tratta dal celebre libro: “Utopia” di Tommaso Moro (1478-1535) ed è attribuita a Raffaele Itlodeo, il quale per conoscere il mondo se ne andò per mare al seguito di Amerigo Vespucci, lasciando ai fratelli tutto ciò che aveva. Questo fantasioso marinaio portoghese (Itlodeo vuol dire contafrottole) seguì Vespucci nel quarto viaggio, ottenendo da lui di rimanere, con altri 24 compagni di ventura, in un fortino costruito dove erano approdati. Perché ritengo molto significativa la frase riportata?
Interviene lo stesso Thomas More ad illuminarne la portata: “Mio caro Raffaele, è chiaro che il denaro ed il potere non vi interessano, ed io non potrei rispettarvi più di adesso se voi foste il più potente re della terra”.
Viene qui riassunto il profondo insegnamento evangelico della vera povertà, ossia del distacco del cuore dai beni materiali, da ogni aspirazione meramente mondana e di ambizione di ogni potere terreno.
Per la nostra mentalità corrente diventa difficile comprendere non solo il reale distacco dalle cose terrene ma soprattutto la natura del servizio a cui dovremmo tutti essere chiamati, ed in modo particolare, gli stessi uomini politici.
San Tommaso Moro, patrono dei politici, rivela la sapienza del fine della politica, il “bene comune”, cogliendo la preziosità sacra e rispettabile di questo servizio, del quale fu esempio efficace quale cancelliere del re Enrico VIII pagandolo coerentemente fino al martirio (testimonianza).
La frase di Raffaele continua in questo modo: “Credo dunque che possano considerarsi tutti soddisfatti. Senza pretendere che per favorirli mi renda servo di un re”.
Nel libro si chiarirà la distinzione fra servitù e servizio. Il consiglio di Tommaso Moro rimane a tutt’oggi emblematico: “Il modo migliore per servire è entrare a far parte del consiglio del re, indirizzandolo verso la retta via. Ogni re è infatti come una fonte sorgiva, dalla quale possono scaturire per il popolo tutti i mali e tutti i beni”. Servizio e autorità furono i baluardi del pensiero di San Tommaso Moro, come si evince da una lettura attenta (non ideologica) del controverso libro “Utopia” scritto in lingua latina nel 1516.
Servizio e autorità a Cristo, Re dei Re, al quale donare la propria vita. Servizio a Cristo Re fino alla morte, come fece San Tommaso Moro, il santo patrono dei politici.
(Fabio Trevisan, Vice-Presidente di Fede & Cultura - dal settimanale Vita Nuova)

Storia del Movimento per la Vita


Francesco Agnoli 

Storia del Movimento per la Vita
Fra eroismi e cedimenti 


Recensione
Verso la metà degli anni '70 in Italia i radicali e le sinistre lanciano una forte offensiva contro la famiglia e la vita. Piano piano persone di ogni ceto e di ogni provenienza si organizzano per contrastare la nuova cultura imperante: sono i pro life, come si dice in America, o i pro vita, come amano definirsi molti di loro, in Europa. Sono per lo più cattolici, ma non solo. Sono ostracizzati e spesso malvisti persino in ambienti ecclesiastici. Sono la spina nel fianco di un partito, la Dc, che sta sempre più dimenticando i valori cui dovrebbe richiamarsi. Hanno entusiasmo, volontà, idee nuove, ma sono economicamente deboli, politicamente piuttosto soli e divisi tra loro: aderiscono all' "Unione delle iniziative civili", ad "Alleanza Cattolica", al "Movimento per la Vita", al "Criv"... Promuoveranno un referendum, quello del 1981, da cui usciranno sconfitti anche a causa, appunto, delle inutili divisioni e delle strategie minimaliste promosse da alcuni. Ma daranno vita anche a grandi opere di carità, in aiuto alle famiglie, alle donne incinte, alla vita: i cav, il Progetto Gemma, il Telefono SOS Vita, i cassonetti per la vita... Una storia affascinante, tra eroismi quotidiani e pericolosi cedimenti ideali...che continua ancora oggi.
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Progresso

- Quel che non si può negare, disse quando venne il suo turno - è che la storia dell'uomo ha seguito e segue una linea di progressione...
- Ah,-ah! Finalmente lo riconosce?, disse Lucio.
- Di progressione discendente, concluse Adàn - e non ascendente come vorrebbe il modernismo.
(Leopoldo Marechal, Adàn Buenosaires, ed. Vallecchi 2010, p. 143)

Buon vino ed allegria

“Che regni fra i cattolici buon vino ed allegria. In linea di massima è l’esperienza mia: Benedicamus Domino e sempre così sia!”.

Questa frase dello scrittore anglo-francese Hilaire Belloc (1870-1953) condensa una verità profonda in un modo molto arguto e piacevole. Il buon vino (consumato ovviamente con sobrietà) e l’allegria sono ingredienti essenziali per la vita cristiana. Ricorda l’altra celeberrima frase: “Un santo triste è un tristo santo” ed ammonisce noi tutti a non soccombere alle tristezze del mondo ed a lasciarci tentare dal Maligno. Il Diavolo è un essere personale serio e razionalista poco incline al sorriso e ad una amichevole bevuta. Egli è troppo impegnato con le sue trame diaboliche per essere a sua volta … tentato dal bene!
Come si può allora benedire il Signore se, come recita il Salve Regina,viviamo in “questa valle di lacrime”?
Lo sconforto che potrebbe derivare dall’assunzione di questo profondo concetto teologico ed esistenziale ci potrebbe indurre a pensare che sarebbe preferibile vivere il carpe diem piuttosto che impegnarsi nell’apostolato e nella testimonianza cristiana. Sarebbe preferibile, per esempio, cogliere l’attimo fuggente di una sbronza solenne  piuttosto che salire la Via Crucis dolorosa dell’insuccesso mondano.
Hilaire Belloc, con tutta modestia, vuole presentare, a supporto della tesi :“Che regni fra i cattolici buon vino ed allegria”, anche la sua esperienza , che non è un’esperienza esclusivamente sua, come potrebbe erroneamente intenderla l’uomo moderno (o post-moderno, come si dice). Si tratta della constatazione normale che qualsiasi persona, nel vissuto ordinario, dovrebbe sperimentare.
L’esperienza di Hilaire Belloc è tuttavia riscontrabile , a dovere di cronaca ed a sostegno della sua autorità, anche in un’intensa attività di brillante conferenziere su variegati argomenti e su una prolifica pubblicazione di saggi, poesie e biografie soprattutto di profilo storico (più di 150 libri, dei quali pochissimi tradotti in italiano).
Belloc  ci ricorda invece che la vita cristiana deve essere comunque condita con la sana allegria, nonostante tutte le avversità del mondo. Ci ammonisce che non dobbiamo ambire all’applauso del mondo, ma che piuttosto dobbiamo cercare la Volontà di Dio!
Con un buon bicchiere di vino ed in allegria.
Sempre così sia!
(Fabio Trevisan, Vice-Presidente di Fede & Cultura, dal settimanale di Trieste Vita Nuova)

Sulla bellezza

Lo vedo bene, Sancio, che non son bello; ma riconosco anche che non sono mostruoso; e a un uomo per bene gli basta non essere un mostro per essere amato”. 

Don Chisciotte raccontava a Sancio Panza, nel capolavoro di Miguel de Cervantes, delle bellezze dell’anima e del corpo. Per il cavaliere errante della Mancia la bellezza dell’anima trionfava e si manifestava nell’intelligenza, così come si specchiava nell’onestà e nella generosità. In un mondo, come il nostro, che ostenta forme e corpi modellati e palestrati, le qualità umane proposte dal Cervantes paiono cozzare contro la mentalità moderna, così come fragorosamente cozzavano le lance spuntate del Don Chisciotte contro i mulini a vento. La trasfigurazione operata dal Cervantes aveva trasformato quei mulini a vento in giganti insuperbiti contro cui un cavaliere cristiano come Don Chisciotte avrebbe dovuto lottare. Avrebbe dovuto lottare, e così di fatto fece, contro la superbia e contro tutti i vizi che negavano la dignità umana ed offendevano la bellezza dell’anima. La magnificenza dello sguardo sul reale di Don Chisciotte aveva successivamente operato un ulteriore prodigio, trasformando una rozza contadinella in Dulcinea del Toboso, l’amata diletta, la dama cara al cavaliere errante. Così i corpi, ben lungi dall’essere disprezzati, in Cervantes non possono costituire un impedimento alla comprensione umana nell’integralità della persona, con la sua anima ed il suo corpo. 

Le qualità umane però, secondo Don Chisciotte, possono benissimo trovarsi in un uomo brutto, così come ribadisce con vigore al suo scudiero Sancio Panza: “Quando si pone la mira a questa bellezza, e non a quella del corpo, allora l’amore suol nascere impetuoso, e in condizioni di vantaggio”.

(Fabio Trevisan, vicepresidente di Fede & Cultura, dal settimanale di Trieste Vita Nuova)

Martiri a Baghdad

MESSAGGIO DI MONS. LUIGI NEGRI PER L’ECCIDIO DI 37 CRISTIANI MASSACRATI ALL’INTERNO DI UNA CHIESA DI BAGHDAD

Al termine della Celebrazione Eucaristica di tutti i Santi, nella Cattedrale di Pennabilli, Mons. Luigi Negri ha rivolto ai fedeli presenti un messaggio che è anche il contenuto di questo comunicato.

“Senza nessuna esitazione ed incertezza, fruendo dell’autorevolezza che viene ad un Vescovo della Chiesa particolare ma che vive il sentimento profondo della Chiesa universale, io mi sento di ascrivere alla moltitudine dei Santi questi 37 nostri fratelli, fra i quali due sacerdoti, che sono stati massacrati all'interno di una chiesa cattolica in Iraq per un atto di terrorismo il cui bilancio provvisorio però, secondo una prima stima, fa salire a 50 il numero complessivo delle vittime e ad oltre 80 quello dei feriti.